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squareUN MUSEO PER L'ARTIGIANATO ARTISTICO

Anna Cipparrone

Il Museo delle Arti e dei Mestieri della Provincia di Cosenza nasce per rintracciare e raccontare le tradizioni artigianali del territorio, ricostruendone le origini, le occasioni e le destinazioni e per connettere ciascuna di esse con i più noti palcoscenici di ambito nazionale (e, in futuro, internazionale). Due esposizioni temporanee sono state ospitate nel museo da settembre 2012 a gennaio 2013 dedicate rispettivamente all’arte tessile e all’arte orafa. In entrambi i casi la ricerca ha messo in luce le loro antiche radici, il perdurare di modelli e pattern del passato, nonché l’assorbimento, da parte della produzione artigianale locale, delle credenze, delle vicende e della storia di un popolo.

Episodi legati alla tessitura si ricordano nella storia, nella religione e nella leggenda. La filosofia indiana paragona l’ordito al mondo e la trama al progredire del tempo. La filatura e la tessitura furono compiti degli déi dell’Olimpo, la vita era appesa a un filo nelle mani delle Parche, Persefone ricreò l’immagine dell’universo sul suo telaio, Apollo era definito il tessitore di città e Atena trasformò in ragno la sua mortale nemica Aracne poiché aveva osato superarla nella tessitura.

La tessitura nasce come arte legata ai bisogni quotidiani e assurge a mercanzia di lusso, assumendo, nel tempo, un’identità specifica in ogni luogo: a Venezia, in Valtellina (i celebri “pezzotti”), in Sardegna, a Burano, a Palestrina, in Ciociaria, in Sicilia (Piana degli Albanesi è celebre per l’arte del ricamo in oro), in Abruzzo. Essa rappresenta uno dei settori più importanti dell’artigianato calabrese (fondamento della locale economia fino alla Seconda Guerra Mondiale) e raggiunge elevati livelli di artisticità, frutto di un meticoloso e paziente lavoro che ancora oggi, in qualche angolo della regione Calabria e della provincia di Cosenza, mantiene intatte le formule e i modelli della produzione manuale e rigorosamente artigianale.

Al contempo e con uguale incisività nel territorio cosentino si delinea la produzione orafa. Fin dai tempi remoti l’uomo sentì infatti il bisogno elementare di adornarsi e l’oro, definito da Pindaro “figlio di Zeus, non divorato dalle tarme né corrotto dalla ruggine, suprema possessione che divora la mente dell’uomo” [1], si è sempre posto come elemento ornativo per eccellenza. Ha condotto l’umanità a compiere le sue più grandi imprese, ma anche a rendersi artefice di assurde nefandezze in un'eterna contraddizione che si trova insita nel metallo stesso: è malleabile ma al contempo indistruttibile. Molti personaggi della storia, della Bibbia e della leggenda accumularono oro ma altrettanti ne furono inesorabilmente posseduti.

La produzione orafa e quella tessile sono identificabili con il reale patrimonio artigianale della provincia di Cosenza insieme a quelle dell’intaglio ligneo e degli scalpellini. Pur mancando, difatti, scuole di pittori e scultori fatta salva qualche breve eccezione, i cosentini si distinsero per le lavorazioni dei materiali direttamente estratti dal territorio (metalli, pietra, legno e ginestra) caratterizzandone l’economia.

Sulle origini dell’arte tessile nel cosentino si è a lungo discusso, tuttavia il ritrovamento dei “contrappesi” da telaio nei corredi funerari di Età del Ferro ne ancora la nascita al IX secolo a.C. [Fig. 1] [2].

Gli studiosi concordano nel ritenere che l’arte della seta nell’Italia meridionale, e specificamente in Calabria, trovò un terreno assai fertile nei secoli IX-XI assurgendo a principale fonte dell’economia locale [3]. Il viceré conte di Lemos affermò in una sua relazione (fine XVI sec.) che senza la seta “i calabresi non hanno altra maggiore industria né modo di vivere” [4]. La mostra Artessile. Capolavori dell’arte tessile cosentina ha seguito la suddivisione nei due filoni della lavorazione tessile: la produzione di tessuti per uso domestico in lana, cotone, lino, canapa e ginestra e la più nobile arte della seta [5], indagando e riflettendo, in un costante dialogo tra passato e presente, sugli ambiti di maggiore utilizzo delle diverse tipologie di manufatto, delle fibre e delle iconografie ampliando il raggio di studio ai costumi delle etnie arberëshë e valdese presenti sul territorio cosentino e suggellando la storia della tradizione tessile locale nella sezione “Lo spazio del telaio” [6]. L’intento è stato quello di celebrare la produzione dei tessuti ma anche la storia di persone, pattern, contesti, occasioni e vicende della nobiltà, della Chiesa e delle famiglie contadine.

Fil rouge della nostra storia tessile è la continuità di certe immagini che, pur rimanendo invariate nell’idea di base, hanno di volta in volta assorbito il contesto storico-culturale nel quale sono state generate. È per questo che la “lettura” di ogni trama e di ogni tessuto esposto in mostra è parso come utile documento di storia locale sia che sia stato realizzato da celebri manifatture sia che sia nato dal silente e accorto lavoro manuale eseguito entro le antiche mura domestiche.

Antica quanto la tessitura è, sul territorio della provincia di Cosenza, la produzione orafa che affonda le sue radici in epoca pre-ellenica, ampiamente documentata nella mostra Cosenza Preziosa. Maestri e opere dell’arte orafa grazie ai prestiti concessi dal Museo dei Brettii e degli Enotri di Cosenza e dagli Antiquarium di Scalea e Serra d’Aiello. Le prime notizie di orafi locali risalgono al 1270 con la citazione di Simillo Guglielmo de Cosenza nei registri della Cancelleria angioina [7] e, al XIII secolo, con la menzione degli orafi longobucchesi cui Gioacchino da Fiore commissionò i calici per la sua abbazia. Simbolo dell’oreficeria sacra [8] meridionale (sebbene di produzione non cosentina) è certamente la croce reliquiario donata dall’imperatore Federico II alla cattedrale di Cosenza in occasione della sua consacrazione (1222) [9]. Esposta in Cosenza Preziosa e proveniente dal Museo diocesano di San Marco Argentano era la croce astile in argento e oro, sbalzata a rilievi molto pronunciati, bizantineggianti. Raffigura sul recto un Crocifisso ad altorilievo con, alle estremità dei bracci della croce, un angelo, le figure dei dolenti ai lati e il vaso reliquiario in basso, mentre sul verso presenta motivi geometrici di decorazione a rete, i simboli dei quattro Evangelisti e, al centro, la raffigurazione dell’Agnello Mistico. La storiografia concorda nel ritenerla opera del 1308, almeno per le sue parti più antiche [Fig. 2] .

La mostra Cosenza Preziosa. Maestri e opere dell’arte orafa è stata l’occasione per ripercorrere le remote origini dell’oreficeria meridionale, collocando le opere e i maestri orafi della provincia di Cosenza in un quadro geografico e cronologico assai ampio, affiancando i rudimentali gioielli dell’Età del Ferro (tra i quali compare il bellissimo pendente in lamina d’oro decorato a sbalzo rinvenuto in località Chiane di Serra d’Aiello [10] [Fig. 3] ad alcune espressioni dell’arte contemporanea. Il tratto comune che ha legato contesti tanto lontani sia temporalmente che semanticamente, è quello della creatività, della funzionalità e dell’autorappresentazione. Le opere esposte provenivano dai Musei della Rete Museale della Provincia di Cosenza per la sezione sul recupero delle origini, dai laboratori orafi del territorio provinciale (Cosenza, Rende, Castrovillari, Corigliano, San Giovanni in Fiore, Santa Sofia d’Epiro, Mirto ecc.), dalla bottega napoletana di Alessandro Baldoni in Borgo degli Orefici [11] e dalle poliedriche esperienze degli artisti/orafi Gianpaolo Babetto, Fausto Maria Franchi e Graziano Visintin, esponenti di spicco della corrente internazionale del “gioiello artistico”, provenienti da Padova e Roma [12]. Le prospettive di ricerca che Babetto, Franchi e Visintin hanno proposto nella loro prolifica carriera sono innumerevoli e le opere esposte a Cosenza ne hanno sintetizzato alcuni esiti, denotando come il gioiello abbia trasceso i limiti della funzionalità per assurgere a microscultura e, al contempo, come la scultura abbia trovato una dimensione più quotidiana e direttamente legata all’autorappresentatività di chi indossa il gioiello, suggerendo intensi scambi culturali e artistici [Figg. 4-5-6].

La mostra Artessile. Capolavori dell’arte tessile cosentina e la mostra Cosenza Preziosa. Maestri e opere dell’arte orafa sono state ospitate nel Museo delle Arti e dei Mestieri della Provincia di Cosenza dal Settembre 2012 al Gennaio 2013, in conformità con la mission del Museo ovvero promuovere e valorizzare gli artigiani attivi sul territorio cosentino, nonché assurgere a Museo/cuore della Rete Museale della Provincia di Cosenza (www.retemuseale.provincia.cs.it).

Un Museo esperienziale che, accanto alle manifestazioni temporanee di volta in volta dedicate ad una specifica categoria artigianale, mira alla riappropriazione del “sapere” tecnico, dei gesti antichi, dei rituali e delle esperienze di bottega che costituiscono il procedimento artigianale-artistico, tramite installazioni [13] e con l’esperienza dei laboratori. Essi, strutturati in incontri con gli autori, prove tecniche e trasmissione delle esperienze e abilità del maestro ai partecipanti, sono finalizzati ad una capillare conoscenza degli antichi mestieri e della loro attuale esistenza, ma anche ad offrire nuove possibilità di conoscenza, apprendimento e creatività.

L’intento che informa le mostre del Museo delle Arti e dei Mestieri è quello di considerare ogni singola opera d’arte (o di artigianato d’eccellenza) come emblema di una congiuntura culturale specifica, come segno tangibile di un tessuto sociale limitato nello spazio ma erede di antichissime tradizioni, tentando di annettere nuovi territori e nuove personalità ai più ampi e noti tracciati dell’arte e dell’artigianato nazionale. Il tutto nella consapevolezza che il mondo artistico e artigianale contemporaneo viva nel costante dialogo di tradizione e innovazione, rafforzandosi grazie alle contaminazioni ovvero agli scambi ed ai confronti artistico-artigianali e culturali tra le diverse realtà nazionali che il Museo promuove all’interno delle sue manifestazioni espositive.

 

 

* Direttore del Museo delle Arti e dei Mestieri della Provincia di Cosenza.

 

[Fig. 1] Età del Ferro, Necropoli Torre del Mordillo, Peso da telaio di forma piramidale, Cosenza, Museo dei Brettii e degli Enotri.

[Fig. 2] Croce astile in argento sbalzato, cesellato e con pietre policrome su struttura lignea, San Marco Argentano, Museo diocesano.

[Fig. 3] Pendente in lamina d'oro decorata a sbalzo (VIII secolo a.C.), Serra d'Aiello, Museo archeologico.

[Fig. 4] Gianpaolo Babetto, Anello in oro bianco 750, 1980, Padova (foto Giustino Chemello).

[Fig. 5] Fausto Maria Franchi, Anello Omaggio a Fontana, oro con inserto polimetilmetacrilato verde, sbalzo, cesello e varie da banchetto, Roma.

[Fig. 6] Graziano Visintin, Collana in oro bianco 18k e oro giallo 18k, Padova.



NOTE
[1] P.L. Bernstei, Oro,storia di un’ossessione, Milano 2000; G. Gregorietti, Il gioiello nei secoli, a cura di Erich Steingraber, Milano 1969.
[2] Museo dei Brettii e degli Enotri di Cosenza, reperti afferenti all’Età del Ferro; Artigianato in Calabria, Roma 1971; R. Corso, L’arte tessile in Calabria, in “Folklore” n. 16, 1987, p. 44; G. Grazzini, I tesori dell’artigianato: il tessuto, in “Epoca” n. 537, 1961, p. 35.
[3] G. Bruni, Setaioli catanzaresi e commercianti cosentini nella Calabria del ‘600, in “L’inserto di Calabria”, n. 4, 1993 p. 40; A. Efficace, Le sete di Calabria, in “L’inserto di Calabria”, n. 24, 1994, p. 26; G. Manfrida, Le origini della seta, in “Il quotidiano della Calabria”, n. 278, 1999, p. III; R. Ussia, L’industria serica in Calabria, in “Calabria Sconosciuta”, n. 81, 1999, pp. 57-59; Le vie della seta tra ‘700 e ‘900: sviluppo economico, moda, competizione internazionale, Atti del Convegno a cura dell’Associazione serica italiana, Como, 1988; C. Zanier, La seta in Italia dal Medioevo al ‘600, Venezia 2000; L. Guarascio, Le vie della seta, Galatina 2006; L. Di Vasto, La seta in Calabria, Soveria Mannelli 2007; L. Guarasci, La Calabria e la seta: storie di donne, Rogliano 2007.
[4] Cit. in Storia dell’arte nell’Italia meridionale, a cura di Francesco Abbate, Napoli 2010, vol. III, p. 260.
[5] Molte erano le donne del popolo che avevano impiantato piccoli allevamenti di bachi da seta e con i guadagni ricavati integravano i redditi familiari. Esse riuscivano ad implementare il corredo delle figlie con capi in seta che altrimenti non avrebbero potuto permettersi, tuttavia la maggior parte dei manufatti in seta erano destinati al clero e alla nobiltà. Per l’incubazione del baco da seta le donne tenevano nel proprio seno i semi del baco e ciascuna di esse era gelosa del proprio “siricu” (allevamento) temendo che qualcuno potesse buttarle il malocchio. E. Bruni Zadra, La donna calabrese dell’800: le maestre della seta, in “Gazzetta del Sud”, n. 159, 1976; L. Liotta, I luoghi del femminile: la casa, la stanza, il telaio, in “Calabria Sconosciuta”, n. 39, 1987, p. 21; “Jacquard”, rivista sull’arte tessile; F. De Simone, La tessitura d’arte, tradizione e innovazione, Paola 2006.
[6] Il possesso di un telaio per uso domestico fu a lungo tipico della civiltà cosentina e consentì il perdurare dell’arte popolare della tessitura; i primi telai comparsi sul territorio risalgono all’epoca Protostorica e si trattava di costruzioni piuttosto lineari e semplici ripetutesi con continuità e maestria fino all’età ellenistica. Nel Medioevo il telaio fu dotato di pedale e la sua realizzazione divenne sempre più accurata fino al conseguimento di manufatti complessi e raffinati. Nel 1787 nacque il telaio meccanico grazie all’applicazione di un motore a vapore e qualche anno dopo fu progettato il telaio “jacquard” che consentì la lavorazione di manufatti complessi e con disegni elaborati. Nel XIX secolo il telaio acquisì una costituzione più meccanica assurgendo ad artefice della rivoluzione industriale. I telai industriali sono oggi molto diffusi, tuttavia numerose sono le aziende artigiane che, accanto ad una lavorazione industriale, mantengono viva quella tradizionale mentre altre vi si continuano a dedicare con assoluta esclusività. I telai calabresi sono di due tipi, orizzontale e verticale ed utilizzano diverse fibre animali (lana e seta) e vegetali (lino, cotone, ginestra, canapa e ortica).In questa sezione sono stati esposti reperti archeologici afferenti all’Età del Ferro rinvenuti nel territorio cosentino (Torre del Mordillo, Luzzi, Montalto Uffugo) che testimoniano la presenza, fin dall’antichità, della lavorazione al telaio nel territorio della provincia di Cosenza. Inoltre, vi si espone manufatti realizzati esclusivamente al telaio a mano: scialli, coperte, bavaglini, canovacci, abiti, copriletti, tappeti e arazzi.
[7] O. Cavalcanti, Ori antichi di Calabria. Segni simboli e funzione, Palermo 1991; Artigianato in Calabria, a cura di Alessandro Agrimi, Roma 1971; Cosenza Preziosa. L’arte tra il XIX e il XXI secolo, a cura di Domenico Pisani, Soveria Mannelli 2005.
[8] Contributi per la storia dell’oreficeria, argenteria e gioielleria, a cura di Piero Pazzi, Venezia 1996; A. M. Orsini, Premessa ad una catalogazione della suppellettile ecclesiastica, la catalogazione come possibilità di museificazione, in Contributi per la storia dell’oreficeria, argenteria e gioielleria, a cura di Piero Pazzi, Venezia 1996, p. 63; A, Nardi, Lo sviluppo della produzione orafa durante la prima metà del XIX secolo, in Contributi… cit., p. 170; E. Galasso, Oreficeria medievale in Campania, in Storia dell’oreficeria campana, vol. 1, a cura della Federazione Orafi Campani, Napoli 2005.
[9] La stauroteca del Duomo di Cosenza, Roma 1992; M. P. Di Dario Guida, Riflessioni sulla stauroteca di Cosenza, in Chiese e società nel Mezzogiorno, Soveria Mannelli 1998; M. P. Di Dario Guida, La stauroteca di Cosenza e la cultura artistica dell’estremo Sud nell’età normanno sveva, Napoli 1984; A. Lipinsky, L’arte orafa alla corte di Federico II di Svevia, Firenze 1970.
[10] Alla ricerca di Temesa Omerica. Primi dati dalla Necropoli Chiane di Serra d’Aiello, a cura di R. Agostino, F. Mollo, Scilla 2007; F. Mollo, Da Temesa a Blanda. Itinerari archeologici lungo la costa tirrenica cosentina, Reggio Calabria 2011.
[11] Nicoletta d’Arbitrio, L’età dell’Oro. I maestri del Regno di Napoli. Il Borgo degli Orefici, Napoli 2007; A. Calabrese, Borgo Orefici. Storia e tradizioni della corporazione degli orafi, Napoli 1999; F. Migliaccio, Il primo statuto per la nobile arte degli orefici napoletani, 1380: nota storico-critica esegetica, in “Archivio Storico campano”, V. 2, n. 1-2, 1992-1993.
[12] Immaginazione aurea, artisti-orafi e orafi-artisti in Italia nel secondo Novecento, a cura di Enrico Crispolti, Milano 2001; Fausto Maria Franchi, un ponte parallelo al fiume. Anelli-scultura 1962-2002, Napoli 2002; Libero pensiero. Fausto Maria Franchi orafo scultore, Roma 2000; Fausto Maria Franchi, artefatti preziosi, a cura di Ornella Casazza, Enrico Crispolti, Lucia Sabatini Scalmati, Firenze 2009; Babetto, gioielli e…altro, catalogo della mostra, Bruxelles 2006; Babetto: 1996-2000. Geometrie di gioielli, Venezia 2000; Gli ori di Gianpaolo Babetto alla collezione Peggy Guggenheim, Vicenza 1996; Gianpaolo Babetto, gioielli di cultura, Prato 2002; Rarefrazioni nell’opera di Paolo Sardina e Graziano Visintin, a cura di Luciano Ernesto Francalanci e Giorgio Segato, 1991.
[13] Installazioni sul processo estrattivo della ginestra e sull’estrazione e lavorazione dei metalli preziosi sono state presentate al pubblico in occasione delle due mostre.