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square  APPENDICE: DIECI ANNI DI ATTIVITÀ
DELL'OSSERVATORIO PER LA PROTEZIONE
DEI BENI CULTURALI IN AREA DI CRISI (2006)

Fabio Maniscalco

 

Poiché i conflitti armati e le calamità naturali sono le principali cause della distruzione e della dispersione del patrimonio culturale internazionale, nel 1995 chi scrive ha creato un Centro di studi e ricerche, l’Osservatorio per la Protezione dei Beni Culturali in Area di Crisi, finalizzato allo studio delle problematiche connesse alla salvaguardia del patrimonio culturale nelle aree a rischio bellico.

In circa dieci anni di attività, l’Osservatorio ha avviato diversi progetti alcuni dei quali saranno sintetizzati nella presente comunicazione.

 

Indagini sulla situazione del patrimonio culturale nelle aree di guerra

Per contrastare i rischi per il patrimonio culturale nelle aree a rischio bellico è necessario individuarli. Pertanto, sono stati condotti diversi monitoraggi in Bosnia-Herzegovina, in Albania, in Kosovo, in Afghanistan e in Palestina.

Le ricerche condotte in queste aree hanno permesso di analizzare “sul campo” le problematiche relative alla salvaguardia preventiva dei beni culturali nelle aree a rischio bellico, di verificare i punti deboli della legislazione internazionale del settore e di individuare possibili strategie utili a limitare i danni al patrimonio culturale internazionale in caso di conflitto.

 

Monitoraggio sui traffici illeciti di beni culturali

Soprattutto nel corso dell’ultimo cinquantennio, accanto alle tradizionali attività lucrative della criminalità organizzata, sono state delineate nuove forme delinquenziali collegate all’ambiente e, soprattutto, al patrimonio culturale transnazionale; per cui sono sempre più frequenti gli intrecci tra cosche, ladri professionisti, avventurieri, predatori, mercanti e direttori di gallerie, case d’asta e musei. L’appropriazione illegale e la circolazione illecita dei beni culturali sono fenomeni che accomunano tutti gli Stati del mondo e in particolare quelli più ricchi di storia e di tradizioni e quelli colpiti da crisi politico-economiche o da conflitti. La criminalità, infatti, in relazione alle tendenze di mercato, alle committenze internazionali e alle caratteristiche delle regioni in cui si trova a operare, si concentra su obiettivi diversi e con strumenti e modalità operative differenti. Tra l’altro, è possibile che i beni culturali siano presi di mira da gruppi criminali, eversivi e/o separatisti, al fine di destabilizzare i governi o di creare falsi scopi per distogliere l’attenzione delle Forze dell’ordine - come è avvenuto in Italia nel 1993. Per tali ragioni chi scrive, sin dagli inizi degli anni Ottanta, ha concentrato i propri studi anche sui traffici illeciti di beni culturali e sul cosiddetto fenomeno delle “Archeomafie”. Nell’ambito dell’Osservatorio, grazie a una rete di collaboratori e studiosi residenti in quasi tutte le aree di crisi - dall’Albania a Cipro, dalla Palestina all’Iraq, dalla Nigeria al Perù - e grazie a una serie di progetti indirizzati allo studio delle strategie criminali e all’individuazione dei possibili strumenti di contrasto, sono stati denunciati alla comunità internazionale, alle Forze dell’ordine e all’Interpol, molteplici furti e saccheggi di beni culturali.

Tra l’altro, nel 2000 si è concluso il progetto pilota indirizzato all’individuazione e alla documentazione dei furti d’arte verificatisi a Napoli dalla fine del secondo conflitto mondiale agli inizi del XXI secolo. Il progetto, condotto in collaborazione con il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, ha consentito di ampliare di circa il 50% la banca dati dei Carabinieri.

Inoltre, da alcuni anni è stata avviata un’incessante attività di monitoraggio dei commerci on line di beni culturali e di oggetti di antiquariato.

 

Attività didattica

La tutela del patrimonio culturale è una disciplina recente che dovrebbe impartire conoscenze giuridiche, tecniche, metodologiche e tecnologiche utili a salvaguardare, in maniera preventiva, il patrimonio culturale. In Italia, nonostante il proliferare di corsi di laurea sui beni culturali, di fatto, non esistono specifiche cattedre di salvaguardia né di tutela dei beni culturali. Per tentare di colmare tale lacuna, l’Osservatorio si è specializzato nell’organizzazione di corsi di formazione e di approfondimento sulla Salvaguardia del patrimonio culturale. Corsi che, in collaborazione con l’Institute of Archaeology della Al-Quds University, sono organizzati gratuitamente per i palestinesi.

 

Attività editoriale

Per quanto concerne la divulgazione scientifica, l’Osservatorio ha realizzato la collana monografica «Mediterraneum. Tutela e valorizzazione dei beni culturali ed ambientali», fondata nel 2002 e giunta al VI numero. Quindi, sulla base del successo editoriale ottenuto da «Mediterraneum», è stata creata la rivista scientifica e multidisciplinare on line «Web Journal on Cultural Patrimony» (http://www.webjournal.unior.it), attuata in partenariato con oltre 60 Università e centri di ricerca mondiali. Il «Web Journal» è di libera consultazione e offre la possibilità a tutti gli studiosi di divulgare in maniera capillare i risultati delle proprie ricerche e ai residenti in aree in via di sviluppo di confrontarsi con specialisti di vari settori disciplinari.

 

Progetto Uno Scudo Blu per la Palestina

Dopo i casi eclatanti del ponte di Mostar, dei Buddha di Bamiyan e del Museo di Baghdad, anche il patrimonio culturale della Palestina corre da tempo gravissimi rischi. La Convenzione dell’Aja del 1954 sulla protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato prevede che il cosiddetto “Scudo Blu”, durante i conflitti, venga apposto sui monumenti da salvaguardare. Si tratta di una disposizione che finora è stata applicata raramente. Tra gli Stati che hanno ratificato la Convenzione dell’Aja c’è anche Israele che, nella sua veste di “Paese occupante”, è responsabile della tutela culturale dei “territori occupati”. Da queste considerazioni è nata l’idea del progetto Uno Scudo Blu per la Palestina, consistito nell’apposizione di vessilli, raffiguranti il simbolo della Convenzione dell’Aja del 1954, sui monumenti a rischio bellico presenti nelle città di Hebron, Nablus, Bethlemme, Ramallah e Gaza.

In Palestina l’Osservatorio ha anche avviato il monitoraggio relativo alla situazione del patrimonio culturale e ambientale lungo il “muro di sicurezza” costruito da Israele. Gli obiettivi di tale monitoraggio sono:

- Individuare e localizzare topograficamente i siti archeologici danneggiati o distrutti dalla costruzione del muro.

- Creare una mappatura dei siti archeologici presenti in prossimità oppure al di sotto del muro.

- Ove possibile, eseguire scavi archeologici o recuperi di emergenza.

- Verificare i danni e/o le alterazioni prodotte dal muro a monumenti e/o a siti culturali.

- Documentare l’eventualità di saccheggi archeologici e/o di traffici illeciti di beni culturali.

- Realizzare una campagna fotografica dettagliata e completa sui danni prodotti al paesaggio e al contesto architettonico di beni culturali immobili prossimi al muro.

- Analizzare gli effetti del muro sul turismo locale.

- Divulgare i risultati conseguiti attraverso una pubblicazione cartacea ed elettronica.

 

Ricostruzione postbellica

Non sempre le opere di solidarietà, che si moltiplicano in maniera esponenziale nelle aree di crisi, nascono dalla volontà di soccorrere e di sostenere popoli e nazioni in difficoltà. Al contrario, proprio perché guerre e calamità naturali offrono notevoli opportunità di lucro per quanti decidano di speculare nel settore della cooperazione, recentemente si è sviluppato il fenomeno del lobbying connesso alla ricostruzione postbellica, da cui derivano fantasiosi e inutili progetti che non tengono in reale considerazione le concrete esigenze dei fruitori, ma che si ripropongono esclusivamente di ottenere cospicui finanziamenti dalla comunità politica internazionale, da governi e/o da amministrazioni locali. Tale fenomeno, da un lato svilisce il lavoro diuturno e proficuo di tante ONG impegnate sul campo, dall’altro lato, soprattutto per quanto concerne la conservazione del patrimonio culturale, può produrre danni - a volte maggiori rispetto a quelli determinati da un conflitto o da una calamità naturale - a causa di progetti privi di un qualsiasi approccio metodologico e scientifico.

Inoltre, imposti da investitori o dai governi occupanti, i tecnici (ingegneri, architetti, archeologi, ecc.) presenti nelle aree uscenti da un conflitto armato non di rado sono obbligati a favorire gli interessi economici dei propri “finanziatori”, a detrimento di quelli dei beni culturali locali che per mandato dovrebbero preservare.

La ricostruzione postbellica, infine, risente anche degli effetti deleteri del “colonialismo culturale” di alcuni intellettuali che non si confrontano con le realtà locali e impongono metodologie, tecniche e tecnologie assolutamente aliene rispetto al luogo in cui sono applicate.

 

Conclusioni

Concludendo, nell’ultimo ventennio si sono affermate nuove tipologie di conflitti armati di tipo “asimmetrico”, per i quali, in base alle strategie politiche del momento, sono state coniate nuove e fantasiose locuzioni (es. “operazione di polizia internazionale”, “guerra preventiva”, “guerra al terrorismo”).

Paradossalmente, però, il fallimento degli obiettivi di tali conflitti ha messo in luce l’esigenza di una disciplina univoca e inequivocabile in materia di tutela dei diritti umani e la necessità di una trasformazione dell’ONU e dell’UNESCO, che hanno in più di una circostanza dimostrato di essere subalterne alle grandi potenze mondiali e che, viceversa, dovrebbero essere in grado di gestire le situazioni di crisi in maniera del tutto autonoma e indipendente.

Per le suddette motivazioni si sono intensificate le attività di divulgazione dell’Osservatorio. Attività attraverso le quali chi scrive auspica di stimolare i diversi governi nazionali a istituire e/o a rendere operativi organismi che si facciano garanti della protezione dei beni culturali in guerra e nelle calamità. Tutto ciò, però, con la consapevolezza di quanto il percorso da compiere, per la creazione di una disciplina “rigorosa” e “universale” in materia di tutela internazionale dei beni culturali e per l’istituzione di organismi specializzati, operativi e autonomi, nel settore della salvaguardia del patrimonio culturale in area di crisi, sia ancora lungo e difficoltoso.