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squarePER UNA IDENTITÀ MEDITERRANEA

Mahmoud Salem Elsheikh

 

Sulla famiglia abramitica e sulla figura del “Patriarca” ebbi la fortuna di sorbire una lezione di ben tre ore dal prof. Giorgio La Pira nel lontano 1963; e da quel giorno le parole del Sindaco sono stampate nella mia mente. Il Professore, con la sua proverbiale serenità (o “serafica utopia”, come qualche stolto pensava), sosteneva l’irreversibilità del dialogo; ed è abbastanza noto che fu proprio La Pira ad aprire i portoni di Palazzo Vecchio a palestinesi e israeliani, ad algerini e francesi, in margine a quei memorabili Incontri mediterranei che il Professore pensò e volle tenere a Firenze dal 3 al 6 ottobre 1958, in anni particolarmente difficili, anche per lui.

Poi ci fu il mio incontro con Braudel ad Amalfi nel 1983 (lo conoscevo solo per iscritto), un incontro, per così dire, culturale, con tutto il suo carico di prestigio e, soprattutto, con tutto il suo peso di storia mediterranea. Due figure che, a prima vista, sembrano radicalmente diverse, se non addirittura opposte per formazione e aspirazione; ma, a ben guardare, strettamente legate da una visione unitaria del Mediterraneo. L’uno lo riteneva il centro dell’unione spirituale di tutti i popoli rivieraschi, l’altro lo considerava l’artefice principe di una comune tradizione storico-culturale. Incontri più fortunati non mi potevano certo capitare per mettere a fuoco la centralità spirituale e culturale del Mediterraneo. Le religioni hanno senza dubbio un ruolo determinante e addirittura inquietante nell’area di quello “stagno di rane” di aristotelica memoria, e le vicende balcaniche, caucasiche e algerine, tanto per limitarci a qualche esempio, stanno lì a testimoniarlo. Gli ultimi decenni hanno smentito le pur recenti profezie della “crisi del sacro”, dell’“espulsione di Dio dallo spirito dell’uomo”: il sacro continua a dominare le strutture temporali; ricompare in molte “insegne” e in alcuni territori ritorna addirittura a essere “partito”.

Non solo in Palestina, ma in tutto il mondo, i luoghi santi sono improvvisamente tornati alla ribalta: gli indiani nordamericani si mobilitano per difendere la propria montagna sacra, minacciata di essere trasformata in parco nazionale; i musulmani si asserragliano nella moschea di Ayodhyia e vi vengono uccisi dagli indù che ritengono quel luogo sacro al loro Dio Rama. All’interno del mondo cristiano nascono nuovi luoghi santi (Medjugorje) e quelli antichi (Fatima, Lourdes) conoscono una stagione di grande splendore.

La rinnovata importanza dei luoghi santi è una delle tante espressioni di un fenomeno che interessa un grande numero di nazioni: il recupero di significato della religione in chiave identitaria. Il luogo santo è un luogo forte dell’identità religiosa e nella crisi che attraversano altre forme di identità (quella ideologica e quella politica, per esempio) ha riacquistato un richiamo simbolico e una capacità di aggregazione che aveva da tempo perduta. Ritrovarsi accanto al proprio luogo santo consente di sentirsi parte di una comunità e di una storia: è una risposta al bisogno di appartenenza che percorre la società contemporanea, sbigottita dalle dimensioni globali che hanno assunto alcuni settori delle relazioni umane (le comunicazioni, l’economia) e, sovente, incapace di trovarsi a proprio agio nella forma più tradizionale di espressione identitaria, quella dello Stato nazionale.

Purtroppo l’intreccio fra politica e religione è costante, profondo, quasi sempre inestricabile. E la storia della Palestina è l’esempio più illuminante. La Palestina è stata nei secoli terra di conquiste, ritirate e riconquiste. Per gli ebrei è la Terra promessa, Terra santa per i cristiani e per i musulmani (Gerusalemme è la prima qibla - direzione della preghiera - e terza città santa dell’Islam, dopo La Mecca e Medina): c’è sempre, fin dalle crociate, una componente religiosa dietro gli eserciti che si combattono tra le sponde del Mediterraneo e le rive del Giordano. La liberazione del Santo Sepolcro è stato il motivo, per così dire, ufficiale dell’assalto dei crociati alle popolazioni della Palestina (cristiani e musulmani) e dei massacri che quelli che qualcuno continua a chiamare “pellegrini” hanno compiuto strada facendo prima del bagno di sangue che fecero scorrere a Gerusalemme; i Luoghi Santi sono stati pure il pretesto che le potenze coloniali sfruttarono per accelerare la disfatta dell’impero ottomano, così come fu determinante il fascino di Gerusalemme per il successo politico del sionismo. E qual è l’ostacolo più grave che impedisce, e impedirà comunque, qualsiasi accordo fra palestinesi e israeliani, che continuano a occupare impunemente il territorio palestinese nonostante le diverse risoluzioni dell’ONU, votate all’unanimità, col solo voto contrario di Israele? I Luoghi Santi, naturalmente; e lo status di Gerusalemme in particolare.

Appare quindi allarmante la prospettiva per il futuro di “guerre di civiltà”, dunque tra culture e religioni in antagonismo, preannunciata dal politologo americano Samuel P. Huntington in The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order [1]. Forse non è il caso di legarsi a letture catastrofiche; ma non c’è nulla purtroppo di imprevedibile o di semplicemente provocatorio nell’analisi di Huntington cui, non a caso, hanno prestato molta attenzione numerosi e autorevoli commentatori. Se questo è il rischio, la via d’uscita, senza alternative, è quella del dialogo e dell’integrazione tra popoli, etnie e Paesi, tra le diverse culture, superando spartizioni vissute entro confini asfittici cui il Mare nostrum può invece porre fine. Bisogna aprirsi alle differenze, considerarle un’opportunità, una ricchezza; abbandonare la strenua difesa di un proprio stigma immutabile; cambiare, insieme agli altri, con il sorgere e il manifestarsi di orientamenti condivisi.

In tale contesto, le tre religioni rivelate contengono valori comuni, anzi tutte e tre, di là dalle ovvie differenze storiche, si poggiano su fondamenti comuni. Ed è su questi valori che si deve insistere per costruire una nuova identità, un’identità mediterranea. Prima di essere uomini di fede o credenti, siamo esseri umani, e dobbiamo perciò individuare i valori che ci accomunano, senza però cadere nella trappola della strisciante demagogia che ci vuole “tutti uguali”, perché non siamo uguali e non dobbiamo essere uguali. Siamo diversi e dobbiamo sottolineare la nostra diversità; ognuno dev’essere se stesso, conservare la sua personalità e mai rinunciare alla sua identità. L’identità non si cancella, semmai si arricchisce!

La sfida che abbiamo davanti è questa: costruire una identità culturale mediterranea nel rispetto della diversità. Non ci manca certo né la volontà né la fantasia. Cerchiamo quindi di costruire, o “inventare” questa identità mediterranea sull’eredità delle tre religioni che ci uniscono, che, oltre tutto, non sono religioni occidentali. E in questo contesto la Terra d’Oriente assume un valore particolare. Guai comunque a pensare con una mentalità escludente, come, purtroppo, sta accadendo ultimamente.

Oggi l’Unione Europea ha commesso un errore gravissimo: ha ampliato i suoi aderenti guardando solo a nord-est, dimenticando il Mediterraneo. L’esempio della Turchia è piuttosto eloquente. Fin quando serviva ad arginare l’avanzata comunista, la Turchia occupava un posto di rilievo nel Patto Atlantico, ed era, a ragione o a torto, ben considerata dal club europeo. Caduto il Muro di Berlino nel 1989 e rispolverato il vecchio nemico, l’Islam (il nemico storico per eccellenza), il ruolo della Turchia è definitivamente esaurito al punto che la sua domanda di far parte della Comunità Economica Europea, presentata 26 anni fa, è stata respinta proprio un paio d’anni fa e, a quanto pare, senza appello. Alla Turchia, insomma, Paese musulmano e mediterraneo, non è bastato allearsi con l’Occidente e spogliarsi della sua identità per entrare appena nell’anticamera della Comunità. Anzi, è stato detto esplicitamente che la sua bocciatura risiede proprio nel suo essere Paese musulmano. Altro che questione di Cipro o problemi di democrazia interna! Quello che fa ridere, anche se è tragico, è che qualche illuminato benpensante si stupisce dei rancori che i turchi, e non solo, manifestano contro l’Occidente.

E qui mi domando, e la domanda è d’obbligo: in questa evoluzione politica, per altro da lungo attesa, si potrà ancora parlare di solidarietà mediterranea? E ancora: una volta ricostruita l’unità europea e costituito quel tanto inseguito colosso che probabilmente sarà chiamato “Stati Uniti d’Europa”, potrà davvero realizzarsi la supposta identità mediterranea? E se sì, con quali connotati e a quale prezzo? I nascenti “Stati Uniti d’Europa”, com’è prevedibile, entreranno inevitabilmente in competizione, commerciale e culturale s’intende, per certo non militare (ci mancherebbe!) con gli Stati Uniti d’America e, se l’Europa non avrà la capacità di conservare, almeno in parte, la sua identità culturale, qualsiasi discorso sul Mediterraneo è da considerarsi velleitario se non addirittura pura demagogia. Il discorso sul Mediterraneo esisterà solo nella misura in cui i Paesi dell’Europa meridionale saranno in grado di garantire una sopravvivenza della loro identità e della loro cultura mediterranea. Sarà possibile?

In questa complicata e difficile partita l’Italia può giocare un ruolo determinante. L’Italia, come si sa, tramite la Sicilia, è la naturale cerniera di collegamento fra l’Europa e i Paesi mediterranei, ed è fondamentale il suo rapporto con i problemi specifici riferibili alla sua posizione storico-geografica, nonché alle relazioni con i Paesi mediterranei appartenenti alla sua area di influenza. Con la sua posizione “baricentrica”, l’Italia ha una grande responsabilità: deve centrare la sua attenzione non solo sulla cooperazione politica ed economica, ma soprattutto su quella culturale, attivando progetti capaci di avvicinare le due sponde del Mediterraneo attraverso la valorizzazione delle diverse identità culturali. Purtroppo, e lo dico con amarezza, l’Italia è completamente assente dalla scena culturale mediterranea, giacché i suoi investimenti sulla cultura in generale sono ormai paragonabili ai Paesi, non del Terzo ma del Quarto mondo. E, per giunta, mal amministrati.

 

* Questo testo è stato presentato al Convegno La tutela del patrimonio culturale nelle aree a rischio di conflitto. Il ruolo dei tecnici, presso l’Abbazia di Santa Maria di Canneto a Roccavivara (CB), il 30 settembre 2010, nell’ambito del IX Corso di Perfezionamento in Restauro dei manufatti architettonici allo stato di rudere dell’Università di Firenze.

 

NOTE
[
1]
Samuel P. Huntington, The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order, New York, 1996.