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squareFORMARE, EDUCARE E COOPERARE:
L'ATTIVITÀ DI FABIO MANISCALCO
E L'OSSERVATORIO PER LA PROTEZIONE
DEI BENI CULTURALI IN AREA DI CRISI

Mariarosaria Ruggiero Maniscalco

 

Fabio Maniscalco è noto soprattutto per il suo impegno nel campo della salvaguardia dei beni culturali nelle aree a rischio e di conflitto. Archeologo classico di formazione, esperto di archeologia subacquea, egli fu un precursore nello studio delle conseguenze degli eventi bellici sui beni culturali e la sua voce, inizialmente isolata, fu sempre indipendente. Libero da vincoli istituzionali, da legami con ONG e gruppi di cooperazione di vario genere, egli fu capace di sottrarsi a strumentalizzazioni di parte e poté sostenere che la distruzione culturale è un’arma di guerra sottovalutata, ma efficace e ampiamente praticata, aprendo fronti di studi inesplorati.

Intese la cancellazione della memoria come cancellazione di una comunità stessa, della sua identità e dignità; interpretò la distruzione del patrimonio culturale di un popolo non come conseguenza di una pulizia etnica, ma come uno dei suoi germi più biechi. Indagò, fece nascere e collazionò studi isolati e spesso ignorati sull’argomento, offrendo una panoramica di ampio respiro, maggiormente intelligibile. Si occupò delle problematiche del patrimonio culturale ad ampio raggio: dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale alla situazione balcanica, dalla distruzione dei resti archeologici di Cipro ai danni ai beni culturali dell’Iraq, della Palestina e della striscia di Gaza, toccando aree martoriate come l’Afghanistan, l’Algeria, il Libano, la Valle di Kathmandu, i templi di Lhasa [Figg. 1 - 2].

Analizzò anche i rischi derivanti dalla spoliazione del patrimonio culturale nazionale e mondiale operata dal mercato clandestino, dalle archeomafie, dai furti e saccheggi connessi a fatti storici di maggiore portata: nelle città italiane, a Napoli in particolar modo, instaurando una fitta collaborazione con il Comando Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri e col generale Roberto Conforti, col quale strinse un rapporto di stimata collaborazione. Per aree più lontane come il Mali e la Nigeria, quest’ultima martoriata dall’alternarsi di colpi di stato e di conflitti interni, ravvisò nell’esportazione illecita di beni culturali una delle principali cause della dispersione del patrimonio archeologico e demo-etno-antropologico. Gli ultimi due volumi della collana monografica da lui ideata e diretta, dedicati alla Palestina e agli interventi a salvaguardia dei beni culturali nelle aree a rischio bellico, presentano una stretta correlazione e sono emblematici dell’idea che Fabio aveva di tutela del patrimonio culturale di un popolo. Si tratta in entrambi i casi delle prime pubblicazioni scientifiche interamente dedicate al tema della tutela e della conservazione nei territori a rischio bellico e in quello palestinese in particolare. Da un lato egli sottolineava la necessità di una approfondita conoscenza delle sopravvivenze storico-culturali, dall’altro era presentata l’idea forte, innovativa, che la tutela debba intendersi come salvaguardia attiva, svolta sul territorio durante le fasi di un conflitto, messa in atto possibilmente dalle stesse parti interessate, addirittura prima del conflitto. Insomma insegnava a predisporre una coscienza della preservazione dal danno derivante dallo stato di emergenza.

Fabio pervenne a questa idea di tutela sperimentando in prima persona, con un impegno che alla luce della sua sorte ha oggi il sapore del sacrificio, le difficoltà di una ricognizione sui danni di guerra nel territorio di Sarajevo dove, vestendo la divisa di ufficiale dell'Esercito Italiano con la Brigata Bersaglieri «Garibaldi», condusse uno storico rilevamento dell’irreparabile disastro culturale causato dalla guerra e avviò uno studio sul perché nel XX secolo tali sciagure fossero state possibili.

In seguito organizzò e diresse, all’interno delle operazioni di peacekeeping Implementation Forces (IFOR) e Stabilization Forces (SFOR), programmi di monitoraggio sulla distruzione del patrimonio culturale e di individuazione delle dinamiche dei traffici illeciti di beni, che gli consentirono di aggirarsi per i territori minati e le città bombardate (come oggi sappiamo con uranio impoverito), per documentare lo stato della distruzione e localizzando alcuni beni culturali mobili che si reputavano perduti [Figg. 3 - 4 - 5 - 6 - 7].

Questi eventi incisero un solco nella sua storia personale e professionale, determinandone le successive scelte.

Così, dopo l’esperienza a Sarajevo, Fabio cominciò una serie di rilievi nel campo dei beni culturali nella regione balcanica, che lui riteneva troppo trascurata dagli studi occidentali. Furono gli anni più funesti della storia recente di quella penisola. Nel 1997 nell’ambito dell’operazione Alba, volta a stabilizzare la situazione di disordine e anarchia seguita alla crisi economica, l’attenzione di Fabio si rivolse alla frenesia dell’alienazione clandestina di opere e manufatti artistici che si scatena in seguito alla perdita del potere di controllo da parte di uno Stato. Infiltrandosi nel mercato illegale dell’arte albanese, riuscì a recuperare numerosi reperti archeologici e a individuare gli Stati di transito dei beni culturali trafugati. Indagò quindi il problema delle archeomafie e poté verificare i punti deboli della legislazione internazionale invitando a una riflessione sulla spoliazione della memoria culturale dei popoli politicamente ed economicamente più deboli.

Dopo quelle pionieristiche e originali indagini, Fabio proseguì da civile la sua personale lotta attraverso aiuti e progetti per il recupero dei beni culturali attuati “sul campo” insieme alle comunità locali e alle istituzioni nazionali in zone colpite dalla guerra. Lo fece soprattutto attraverso un organismo da lui stesso creato l’Osservatorio per la Protezione dei Beni Culturali in Area di Crisi (OPBC), attraverso la collana monografica di studi «Mediterraneum» [Fig. 8] e attraverso l’ideazione e la realizzazione della rivista on line «Web Journal on Cultural Patrimony» (WJCP), che aveva lo scopo di fornire un approccio multidisciplinare alla materia e imprimere velocità alla comunicazione scientifica, grazie proprio alla forma elettronica della rivista e alla sua auspicata diffusione internazionale [Fig. 9]. Il «Web Journal» era rivolto a tutti quegli studiosi e quei soggetti che conducono con successo progetti, teorici e pratici, di protezione e valorizzazione del patrimonio culturale, ma a cui non è data la possibilità di divulgare i risultati delle proprie ricerche né di confrontarsi con specialisti di altri settori disciplinari. Un’idea geniale che, però, è di difficile prosecuzione senza la sua guida.

La sua missione fu costantemente rivolta a scongiurare la damnatio memoriae, in primo luogo attraverso la conoscenza e l’attuazione della Convenzione dell’Aja del 1954. Come egli ricordò in più occasioni, Israele ratificò la Convenzione nel 1957, ma poiché l’Autorità palestinese non aveva l’arbitrio di ratificare gli accordi internazionali la Convenzione era valida solo su determinate aree previste (B e C) dall’accordo di Oslo (1993) e dal Protocollo di Hebron. Israele, dunque, ha attuato a più riprese distruzioni di interi quartieri. Ma anche nelle aree previste dagli accordi è facile immaginare che le disposizioni convenzionali furono e sono puntualmente ignorate o disattese.

Da qui l’idea di apporre il simbolo di protezione dei beni culturali, lo Scudo Blu, sugli edifici storici di Nablus e di Hebron con due finalità: quella per cui nacque istituzionalmente, e cioè segnalare la presenza di un monumento di interesse storico agli eserciti e al personale presente sul territorio durante il conflitto; l’altra, favorire l’agnizione della memoria storica da parte della popolazione e dell’Autorità palestinese [Figgs. 10 - 11 - 12 - 13 - 14]. Insomma Fabio metteva di fronte alle responsabilità non solo lo Stato occupante, ma anche le autorità civili e culturali, quali le Università e i centri di ricerca. Videro così la luce, oltre al citato progetto pilota Uno Scudo Blu per la Palestina attuato attraverso due missioni, alcuni programmi: l’iniziativa Un libro per la Palestina; il volume «Mediterraneum» 5, alcuni appelli alle autorità e (ultimo in ordine di tempo, infatti ebbe la possibilità di curarne solo la progettazione e l’allestimento, ma non l’esecuzione) il corso organizzato d’intesa con l’ufficio di Ramallah dell’UNESCO. Rivolto alla Polizia palestinese fu finalizzato ad accrescere le conoscenze teoriche, le competenze tecniche e le capacità pratiche necessarie per sviluppare adeguate profondità di comprensione delle questioni di salvaguardia del patrimonio culturale di beni mobili. Nell’ultima parte del suo impegno professionale Fabio diede rilievo alla devastazione di intere aree archeologiche arrecata dall’erezione del muro di “circoscrizione” delle aree palestinesi [Fig. 15]. Uno scempio contro il quale la comunità internazionale non ha saputo e non ha voluto esprimere il dissenso e l’opposizione necessari a fermarlo.

Gli ultimi campi di studio furono rivolti proprio a indagare e rilevare gli effetti sconvolgenti di questo muro sul patrimonio archeologico palestinese e a valutare la portata del cybertraffico di opere d’arte a livello mondiale. Purtroppo tali ricerche rimasero interrotte. Ma nelle ultime settimane di vita Fabio mi chiese di dare alle stampe le foto più significative tra quelle da lui stesso realizzate durante i suoi viaggi [Fig. 16]. Sono foto di guerra, che egli stesso selezionò e che documentano la devastazione, in alcuni casi la disintegrazione, dei beni culturali e l’annichilimento di un popolo. Desiderava farne una pubblicazione perché negli occhi aveva ancora quelle immagini e sentiva il suo impegno come una missione da continuare a testimoniare. Il libro postumo è stato dato alle stampe nel 2009 e porta il titolo di Civiltà in Trincea. È il suo ultimo contributo.

 

In Appendice è pubblicato il rapporto autografo di Fabio Maniscalco Dieci anni di attività dell’Osservatorio per la Protezione dei Beni Culturali in Area di Crisi. Tra gli scopi principali e prioritari della sua istituzione ci furono la collaborazione con le autorità locali, i Ministeri, gli enti competenti e le Forze Armate italiane, impiegate fuori area, organizzando una osservazione costante (documentale, grafica e fotografica) dei beni culturali e ambientali presenti nelle nazioni in crisi; la creazione di una banca dati, inserita in un sito Internet e quindi consultabile a livello mondiale, sulla situazione del patrimonio culturale delle nazioni monitorate; pubblicazioni periodiche sull’argomento e l’organizzazione di convegni e corsi di legislazione internazionale in materia.

Dalle finalità dell’Osservatorio emerge quanto nell’idea di Fabio fosse fondamentale non solo stabilire generici rapporti con gli enti locali, ma avviare una collaborazione tra chi da “straniero” si trova a operare su un territorio e chi le urgenze le vive quotidianamente sulla propria pelle.

Al di là, dunque, dei monitoraggi e degli studi scaturiti dalle esperienze balcaniche, l’Osservatorio negli anni di attività progettò e diede vita a interventi volti a sensibilizzare le comunità rispetto a problematiche che, per necessità di ordine superiore, erano trascurate.

Fabio era certo che solo l’educazione a sentire come un patrimonio comune l’espressione culturale dell’altro, anche del nemico, è la chiave per proteggere il patrimonio culturale mondiale che soffre di saccheggi e distruzioni, di snaturamenti e deturpazioni causati non solo dalla guerra, ma anche dagli interventi ricostruttivi del dopoguerra, oltre che da terremoti e disastri naturali. L’operato dell’Osservatorio fu guidato dall’esigenza di una regolamentazione della materia di tutela dei diritti umani e della difesa della cultura, dalla necessità di una divulgazione, applicazione e, ove necessario, di una revisione della legislazione; Fabio fu in più occasioni critico anche sull’operato dell’ONU, che ha in più di una circostanza dimostrato di essere subordinata alle grandi potenze mondiali, e dell’UNESCO che non sempre è stata in grado di gestire le situazioni di crisi in maniera del tutto autonoma e indipendente.

Nell’opera complessiva di Fabio, tutelare e conservare hanno significato, dunque, non solo studiare e informare, ma essenzialmente formare, educare e cooperare; queste sono state le finalità precipue dell’Osservatorio che, nel corso dei dieci anni di vita, condusse questa disciplina da un piano teorico a un piano pratico, concretizzando indagini e studi sulla situazione dei beni culturali in alcune delle aree belliche mondiali più critiche, al fine di contrastare i pericoli per il patrimonio di quelle regioni martoriate.


[Fig. 1] Libano, lo Scudo Blu sul sito archeologico di Tiro.

[Fig. 2] Istanbul, rinvenimento delle mura genovesi.

[Fig. 3] Fabio Maniscalco (sulla destra) a Sarajevo (1997).

[Fig. 4] Sarajevo, la biblioteca cinque anni dopo il bombardamento (1997).

[Fig. 5 Sarajevo, particolare della biblioteca (1997).

[Fig. 6] Sarajevo, Moschea di Gazi Husrev Bej (1997).

[Fig. 7] F. Maniscalco, Sarajevo. Itinerari artistici perduti, Napoli 1997.

[Fig. 8] F. Maniscalco, World Heritage and War, Napoli 2007.

[Fig. 9] Web Journal on Cultural Patrimony.

[Fig. 10] Hebron, centro storico, degrado monumentale (2005).

[Fig. 11] Hebron, quartiere dell’Hart Dar Daan dove è stato apposto il simbolo dello Scudo Blu.

[Fig. 12] Fabio Maniscalco appone il simbolo dello Scudo Blu.

[Fig. 13] Ramallah, sito di Khibart Shuwayka (2005).

[Fig. 14] Nablus, Fabio Maniscalco appone il simbolo dello Scudo Blu sul palazzo Abd al-Hadi (2005).

[Fig. 15] Fabio Maniscalco lungo il muro di contenimento in Palestina (2005).

[Fig. 16] Civiltà in trincea. Omaggio a Fabio Maniscalco, Napoli, 2009.