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squareIN MARGINE A UN RECENTE
VOLUME SUI DANNI DI GUERRA.
UN CONTROLLO ALLA MODERNA
"QUESTIONE DELLA STORIA DELL'ARTE"

Paolo Coen

 

Qualche anno tempo addietro ebbi occasione di partecipare a uno dei convegni che l’università di Oxford dedica ogni anno tramite un proprio college allo studio della società europea nel secolo diciottesimo. Il convegno, che aveva un taglio marcatamente inter-disciplinare, si articolava in sessioni multiple e parallele. Il pubblico, come in una sorta di menu intellettuale, aveva dunque facoltà di selezionare fra varie materie. Il verdetto fu crudele. Alcuni panel risultarono deserti, con grave scorno dei relatori, altri all’esatto contrario sovraffollati. Fra questi ultimi, la fortuna maggiore baciò “War”. L’eccitazione si avvertiva già qualche decina di metri prima di arrivare. Il moderatore aveva lasciato la porta spalancata, in modo da permettere ai molti rimasti sul corridoio di ascoltare qualche parola. Ebbi appena la ventura di affacciarmi e dare un’occhiata: riempite in un baleno le sedie, un muro umano tappezzava le pareti dell’aula. A quanto sembra lo spettacolo risultò pari alle attese. «Perché te ne sei andato? Abbiamo riso come pazzi!» confermò un testimone alla pausa caffè. In termini ben più pragmatici, l’anno seguente gli organizzatori corsero ai ripari articolando il tema in due panel, dedicati rispettivamente ai conflitti su mare e su terra. Ultime notizie: il loro numero attuale è giunto a quattro.

L’Europa, uscita nella primavera del 1945 dal più crudele e disastroso conflitto della sua intera storia, di fatto vede le generazioni moderne accostarsi spesso e volentieri al tema. Fenomeno curioso e persino ironico, quando messo in rapporto a un continente ormai avvezzo a confrontarsi con la dimensione della guerra solo di riflesso, come una lontana eco televisiva, grazie alla delega stabile del proprio impegno bellico a eserciti professionisti, che lottano, uccidono e talora sono uccisi a migliaia di chilometri di distanza.

Ogni aspetto della guerra, così, viene posto sotto al vetrino del microscopio. Le premesse, i contesti, le azioni collaterali, le conseguenze dirette e indirette. È in questo largo spettro che si collocano le ricerche sui danni inferti alle città italiane durante il secondo conflitto mondiale. Dopo una serie di studi pionieristici – facenti capo, fra gli altri, a Gustavo Giovannoni e Carlo Ceschi – il tema è andato soggetto a un continuo incremento, fino a raggiungere piena fioritura dopo il 1989. Fra gli ultimi nati del filone rientra il volume Guerra monumenti ricostruzione. Architetture e centri storici italiani nel secondo conflitto mondiale [1]. Il libro, che trae origine da un progetto finanziato nel 2007 dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e che sintetizza il lavoro di una quarantina di autori, molti dei quali responsabili di più interventi, si divide in tre parti. La prima parte, dal titolo Il dibattito nazionale. Temi, riferimenti, luoghi, ripercorre una questione – appunto quella del “se” e ancor più del “come” ricostruire gli edifici danneggiati o distrutti – che, emersa nelle sue linee essenziali fin dal 1943-1945, secondo quanto osserva Amedeo Bellini, divenne materia incandescente all’indomani della Liberazione. La seconda sezione riunisce sotto il comune ombrello Istituzioni, associazioni, archivi dieci saggi, incentrati su alcune delle principali fonti disponibili. Molto significativo è il ruolo assegnato ai documenti, fotografici e non, prodotti dalle forze alleate, come per esempio l’archivio di John Bryan Ward-Perkins, direttore della British School at Rome, sviscerato da Alessandra Giovenco. L’ultima sezione, che da sola occupa quasi due terzi del volume, si sviluppa in base a un criterio geografico. Fatte salve la Calabria, la Basilicata e la città di Venezia, essa mira in sostanza a fornire un quadro dell’intera Penisola, dalla Sicilia alle regioni centrali, Lazio incluso, fino al nord Italia, notoriamente la zona più colpita dai bombardamenti. Sempre per amore di completezza, in alcune circostanze si è poi deciso di moltiplicare i punti di vista, ovvero i saggi, nell’affrontare «singole realtà locali» evidentemente giudicate degne di particolare rilievo. Quattro contributi mettono perciò a fuoco Napoli, otto Milano, addirittura dieci Torino, grazie all’impegno di Maria Grazia Vinardi e di Luciano Re.

Guerra monumenti ricostruzione, quanto a completezza e impegno scientifico da considerarsi una piattaforma, un punto di riferimento obbligato per qualsiasi sviluppo del settore, offre in parallelo il destro per una serie di riflessioni di caratura generale. La prima riflessione vede al centro gli attuali percorsi accademici e dunque il processo formativo dei giovani ricercatori in Italia. Il dato saliente è molto chiaro. La bibliografia sui danni di guerra è dovuta in larga misura ad autori di età compresa fra i trenta e i quarant’anni che si sono occupati in via pressoché esclusiva di questo tema. La loro formazione – come peraltro accade in altri ambiti – si riassume così: il giovane, scelto con il docente fin dalla laurea specialistica un tema sui danni di guerra, o magistrale, lo mantiene fermo negli anni a seguire grazie a borse di studio o finanziamenti precari, fino a sublimarlo attraverso il dottorato di ricerca. Il risultato è un gruppo di ricercatori ormai pienamente formati ma giocoforza privi di una visione complessiva e degli strumenti d’indagine propri della rispettiva disciplina: nulla perciò di anomalo che essi tendano ad individuare nel proprio specifico argomento di indagine quasi una disciplina in sé compiuta. È questo un tipico meccanismo di auto-nobilitazione intellettuale, che ha tuttavia l’irrimediabile effetto di isolarli dal resto dei saperi. Il problema, sia chiaro, non va certo ricercato nella specializzazione in sé, in qualche modo figlia dei nostri tempi, ma piuttosto nel cammino attraverso cui la si raggiunge. Viene in tal modo alla luce un’ulteriore e deleteria ricaduta delle moderne riforme universitarie, che hanno di fatto innescato, quasi suggerito ai giovani studiosi d’ignorare le scuole di specializzazione. Esattamente quelle medesime scuole che fino a pochi anni or sono avevano fornito ai freschi di laurea possibilità di ampliare lo spettro delle proprie conoscenze, sperimentando nel contempo nuovi strumenti di indagine.

La riflessione numero due può anche tradursi in un paio d’interrogativi ad alta carica provocatoria. Di chi sono gli studi sui danni di guerra? Quale categoria vanta maggiori diritti?

Guerra monumenti ricostruzione offre anche qui risposte concrete. Sulla base di una tradizione consolidata, cui appartengono gli stessi Giovannoni e Ceschi, il volume sembra indicare con chiarezza gli architetti, nella doppia chiave di storici e di restauratori. Va tuttavia notato come in realtà gli architetti non siano certo soli. Accanto a loro è possibile annoverare – oltre che naturalmente storici tout court – storici della guerra e delle armi di terra, di cielo e di mare; demografi, archivisti e bibliotecari ed infine storici e restauratori di opere d’arte. Quello dei danni di guerra si profila dunque come un tema a più voci, che tuttavia – ed esattamente qui risiede il problema – solo di rado hanno saputo tradursi in un coro. Ovvero: solo di rado le singole professionalità si sono mostrate capaci di dialogare e intrecciarsi proficuamente con le altre, dando così vita a risultati realmente interdisciplinari, vale a dire accettabili da tutte le parti in causa. Non a caso, una delle caratteristiche salienti dello stato degli studi consiste nella reiterazione delle esperienze, dei sondaggi, delle consultazioni archivistiche e della creazione di banche dati: tante quanti sono i vari punti di osservazione. Salta così agli occhi – qui come del resto altrove – l’urgenza di stabilire un piano di riferimento collettivo, una sorta di tavolo tecnico che serva alla costituzione di uno “statuto” metodologico e linguistico comune.

La terza ed ultima riflessione ha a che vedere con la figura professionale degli storici dell’arte. Va notato, in primo luogo, come la loro partecipazione al dibattito sui danni di guerra appaia oggi piuttosto ridotta, quando paragonata a quella di altre figure professionali. In secondo luogo, va notato come quei pochi che se ne occupano si siano formati per lo più su temi inerenti al mondo del Museo, della conservazione e del restauro, ben più di rado alla connoisseurship o all’arte contemporanea. Si è insomma molto lontani dal panorama dell’immediato dopoguerra, ove la storia dell’arte fecondò il tema anche grazie alle riflessioni di Bernard Berenson, Frederick Hartt, Carlo Ludovico Ragghianti o Ugo Procacci. Non basta. Altrettanto spesso gli storici dell’arte invece di rifarsi agli strumenti e ai metodi che sono loro propri – prima fra tutti la capacità di lettura ed analisi delle immagini – tendono ad appiattirsi su quelli propri di altre discipline, trasformandosi perciò di volta in volta in archivisti, architetti o storici [2]. Da queste mancanze deriva una serie di allarmanti miopie critiche. Basti qui evidenziarne una sola, relativa all’approccio verso la documentazione fotografica. È facile notare come nei contributi sui danni di guerra le fotografie siano considerate in modo diretto, immediato, neanche riproducano la realtà in modo neutro, asettico o possano riassumersi in quanto catturato dall’obiettivo. Spia fedele di tale situazione sono le didascalie, che quasi univocamente forniscono notizie solo sul soggetto rappresentato. Ma in tal modo si dimentica – al pari di quanto già rilevato nella stampa di riproduzione o di traduzione [3] – come ogni foto, non importa cosa rappresenti, vada intesa come un’interpretazione della realtà, risultato di una serie di scelte, di intenzionalità soggettive talora estremamente complesse, che la collocano a pieno titolo nella storia dell’arte, dell’estetica, del gusto e della tecnica contemporanei. Queste osservazioni, sviluppate in un recente volume dedicato al rapporto fra Pietro Toesca e la fotografia [4], valgono naturalmente ancor più per quei singoli scatti o quelle intere fototeche di guerra messe in piedi da personalità interne al sistema dell’arte, come nel caso dell’archeologo britannico Ward-Perkins o del già citato Frederick Hartt.

Guerra monumenti ricostruzione se da un lato testimonia perciò l’eccezionale fertilità di questo terreno d’indagine, dall’altro costituisce una fedele cartina al tornasole dell’attuale situazione della storia dell’arte e della sua sostanziale crisi d’identità. A scanso di ogni equivoco, la denuncia di tale crisi non va intesa come un rigurgito corporativo: si tratta semplicemente di constatare come negli studi sui danni di guerra – ma gli esempi potrebbero moltiplicarsi con estrema facilità: basti pensare alla moderna evoluzione degli organismi istituzionali preposti alla tutela – l’assenza della storia dell’arte abbia determinato e determini un effettivo impoverimento degli approdi scientifici complessivi.

 

NOTE

[1] Guerra monumenti ricostruzione. Architetture e centri storici italiani nel secondo conflitto mondiale, a cura di L. de Stefani,

[2] Fra le eccezioni è giusto citare il catalogo della mostra Venezia, la tutela per immagini, catalogo della mostra (Roma, 2005), a cura di Paola Callegari e Valter Curzi, Bologna 2005.

[3] Cfr. E. Spalletti, La documentazione visiva dell’opera d’arte, la critica e l’editoria nell’epoca moderna (1750-1830), in Storia dell’arte italiana, 12 voll., II, 2, Torino 1979, pp. 415-484.

[4] Cfr. Pietro Toesca e la fotografia, a cura di P. Callegari e E. Gabrielli, Milano 2010.