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square  IN SOCCORSO DELLA CULTURA:
UN RUOLO PER LE ORGANIZZAZIONI NON GOVERNATIVE

Massimo Carcione

 

1. “Croce Rossa dei beni culturali”, non è solo un modo di dire

Fino alla metà del XVIII secolo, prima che i principi di immunità dell’individuo e di garanzia dei suoi diritti inalienabili si affermassero a livello internazionale, in guerra come nelle altre situazioni di crisi, la loro tutela era esclusivamente rimessa alla buona volontà e alla morale religiosa ed etica dei protagonisti; e dunque si constatavano quasi sempre violazioni e soprusi, a fronte di rare per quanto virtuose eccezioni di attenzione e rispetto [1]. Proprio nel corso delle situazioni di conflitto bellico, si sono però venuti affermando, grazie all’impegno di persone lungimiranti e di buona volontà, dapprima un generico principio di immunità - presto codificato in trattati internazionali - e poi via via una serie di norme puntuali, intese a garantire non solo il rispetto di quei diritti, ma soprattutto a creare un’organizzazione in grado di operare sul campo di battaglia con l’indispensabile competenza ed efficacia. A tal fine, questa istituzione ha assunto le caratteristiche proprie delle organizzazioni non governative (ONG), in quanto si rapporta e si confronta volta per volta con i singoli Stati e con le diverse organizzazioni che compongono su scala regionale e universale la comunità internazionale, in ultima istanza sotto l’egida dapprima della Società delle Nazioni e poi dell’ONU e dalle sue agenzie specializzate, con cui ha sempre cooperato strettamente pur rimanendo su piani ben distinti.

L’organizzazione di cui ci occupiamo ha assunto l’impegno di coordinare al meglio i professionisti e i volontari del settore, ponendosi al servizio del bene pubblico e delle istituzioni; il relativo simbolo di protezione, concepito per difendere persone e cose dalla violenza bellica, è subito diventato anche l’emblema dell’organizzazione stessa, che presto si è fatta apprezzare in tutto il mondo per la sua azione disinteressata, condotta sulla base dei principi di indipendenza e neutralità.

Le convenzioni internazionali, successivamente aggiornate con protocolli addizionali in base all’evolversi del diritto e della tecnologia bellica, hanno trovato recepimento nella legislazione nazionale; così pure, la stessa organizzazione internazionale ha dovuto articolarsi in comitati nazionali e locali, regolati da leggi dello Stato che ne hanno codificato la funzione ausiliaria rispetto ai pubblici poteri; è stato così possibile creare un capillare tessuto di sedi di volontariato qualificato, presso le quali chi lo desiderava ha potuto mettere a disposizione le proprie competenze, beneficiando di strutture e di attività formative. Naturalmente non si tratta dell’unica istituzione a ciò votata, ma, proprio in quanto riconosciuta da norme internazionali e presente in tutto il mondo, essa ha potuto acquisire nel corso degli anni crescente prestigio, autorevolezza e quindi maggiore capacità di fronteggiare sempre nuove emergenze e crisi di ogni natura ed entità; infine, le sue risorse sono poste a disposizione della collettività anche nell’attività quotidiana di prevenzione e cooperazione con le strutture pubbliche.


Grazie a questa originale modalità di collaborazione sussidiaria tra lo Stato e il volontariato più qualificato, oggi viene garantito in modo concreto un diritto fondamentale dell’individuo e della cittadinanza nel suo insieme: non lo potrebbero fare da soli gli organi della pubblica amministrazione, e nemmeno la volenterosa, ma caotica galassia delle innumerevoli associazioni culturali locali, che sono essenziali nella quotidianità, ma poco strutturate e quindi insufficienti nelle più gravi situazioni di crisi (per non parlare dei conflitti armati), quando finiscono per costituire fonte di confusione e pericolo.
Un professionista del settore, uno studente, un neolaureato o qualsiasi altra persona dotata di tempo libero e buona volontà, possono dunque scegliere di svolgere un servizio volontario nell’ambito dell’organizzazione, nel proprio Paese e magari anche in missioni internazionali all’estero; ciò non esclude, ovviamente, che la stessa attività possa anche essere oggetto di un rapporto di lavoro, e anzi l’esperienza acquisita può essere utile per arricchire tanto il curriculum che il bagaglio personale di valori e cultura.

 

2. Croce Rossa e Scudo Blu: analogie e differenze

Credo che chiunque sia in grado di identificare nell’organizzazione sin qui descritta il “Movimento Internazionale della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa”, istituito dal 1863 per iniziativa di Henry Dunant dopo la tragica esperienza di Solferino e San Martino, e ben presto riconosciuto dalla comunità internazionale con la prima Convenzione di Ginevra dell’anno seguente; da allora il suo simbolo universalmente noto e rispettato, la sua azione improntata a unità e umanità, ma, soprattutto, la forza di milioni di soci e sostenitori in tutto il mondo le hanno consentito una capacità operativa universalmente apprezzata, e quindi un solido rapporto di reciproco rispetto e collaborazione con la comunità internazionale e in particolare con l’ONU; anzi, nelle occasioni in cui i Caschi Blu hanno operato nei teatri di conflitto con l’ambigua funzione di “polizia internazionale” (come in Iraq, ex-Jugoslavia, Kosovo e di recente in Afghanistan), hanno dovuto avvalersi dei buoni uffici del Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) per interloquire con le controparti, stipulare tregue e armistizi o pattuire altre modalità di condotta delle ostilità.

Ma sul piano teorico queste medesime caratteristiche appartengono a un’altra organizzazione internazionale, assai meno conosciuta dal momento che esiste soltanto dal 1996, la quale proprio nel nostro Paese – dopo alcuni convegni svoltisi in ambito accademico tra il 1997 e il 2002 [2] – aveva tenuto il suo primo congresso mondiale (Torino 2004) [3] e poi il più importante meeting internazionale di esperti (Sanremo 2009) [4], che ne hanno delineato il ruolo nell’ambito della comunità internazionale.


Spero che qualcuno abbia già sentito nominare l’ICBS (International Committee of the Blue Shield), organizzazione i cui primi presupposti teorici erano stati prefigurati sin dalla seconda metà dell’Ottocento, proprio nell’epoca in cui nasceva il Diritto Umanitario, ma che rispetto alla Croce Rossa aveva dovuto subito affrontare una serie di ostacoli e difficoltà, di cui ancor oggi sconta le conseguenze:

1) non c’è mai stato in campo culturale un precursore di prestigio e notorietà internazionale come Dunant (tutti ricordano che all’autore di Un souvenir de Solferino, dopo un lungo periodo di oblio, è stato attribuito nel 1901 il primo Nobel per la Pace), in grado di assumere il ruolo di figura fondativa carismatica;

2) è mancata l’immediata identificazione tra il principio di protezione del patrimonio culturale, il misconosciuto simbolo dello Scudo Blu e l’organizzazione internazionale deputata a promuovere e far rispettare entrambi; anzi nel settore della cultura si sono creati nel corso degli anni tre diversi simboli [5], mentre il ruolo di soggetto garante (assente tra il 1899 e il 1945, con evidenti quanto tragiche conseguenze) è stato impropriamente attribuito per oltre mezzo secolo a un’entità intergovernativa, e dunque “politica”, come l’UNESCO;

3) soltanto nel 1999 un trattato internazionale – il Secondo Protocollo addizionale alla Convenzione dell’Aja del 1954 – ha riconosciuto la nuova ONG culturale, finalizzata al coordinamento di quattro preesistenti organizzazioni professionali del settore (ICOM, ICOMOS, ICA e IFLA) [6], che però sino ad oggi non si sono ancora mostrate all’altezza delle aspettative;

4) l’UNESCO stessa, invece di riconoscere il sostanziale (quantunque incolpevole) fallimento della precedente esperienza, ha accettato la discutibile proposta Boylan [7], intesa alla creazione di un nuovo Comitato intergovernativo (a imitazione di quello costituito nel 1972 dalla Convenzione del Patrimonio Mondiale), ribadendo in questo modo il proprio ruolo di protagonista; di conseguenza l’ICBS, pur in presenza di norme che le attribuiscono un ruolo tutt’altro che irrilevante, non ha potuto – e, per il vero, sinora non ha nemmeno voluto – svolgere quel ruolo di proposta, consulenza tecnica e presenza attiva sul terreno di cui il Comitato, gli Stati e la stessa UNESCO avrebbero seriamente bisogno;

5) come conseguenza di questa scarsissima legittimazione, a dispetto della lettera del Secondo Protocollo del 1999 e delle Guidelines approvate dal Comitato nel dicembre 2009, l’ICBS ha continuato a muoversi su un piano puramente simbolico, limitandosi a creare fragili organismi di coordinamento (senza una sede, un portavoce, e neppure un vero statuto), rispetto ai quali le quattro ONG fondative continuano ad avere una netta preponderanza, lanciando solo rare e un po’ velleitarie iniziative in occasione delle frequenti situazioni di conflitto o calamità; in più di un caso, il suo intervento si è limitato alla diffusione di appelli internazionali alla mobilitazione, scarsamente considerati e ancor meno recepiti, anche tra gli stessi addetti ai lavori;

6) il livello nazionale, che dovrebbe articolarsi in Comitati Nazionali dello Scudo Blu, coordinati dall’ANCBS, Associazione dei Comitati Nazionali dello Scudo Blu, con sede all’Aja, per creare una rete federale, analoga (ancora una volta) al Movimento della Croce Rossa, sconta a sua volta la difficoltà di rapporti con le istituzioni statali che, una volta ratificato il Secondo Protocollo del 1999, non sono in alcun modo sollecitate – men che meno vincolate – a riconoscere e sostenere un Comitato nazionale, che pure dovrebbe svolgere funzioni tutt’altro che irrilevanti, puntualmente definite dalle linee guida internazionali, con prioritario riferimento all’attuazione delle misure di salvaguardia sin dal tempo di pace [8].

Ci troviamo dunque in una situazione veramente paradossale, che ha proprio nell’Italia il più eclatante esempio di questa stravagante contraddittorietà: infatti il Bel Paese, culla della cultura, che non perde occasione di vantarsi del maggior numero di siti Patrimonio dell’Umanità, ma che è anche nota universalmente per la sua attitudine a trascurare colpevolmente le proprie opere d’arte e i proprio tesori, salvo spendere grande impegno e somme mirabolanti per restaurarli, ha impiegato ben dieci anni a ratificare il Protocollo del 1999, che pure aveva promosso e voluto.


Essendo stata assente, per questa ragione, dai lavori del nuovo Comitato per la protezione dei beni culturali, nella sua prima fondamentale fase (2005-2009) di elaborazione e redazione delle norme attuative, solo dalla fine del 2009 l’Italia ha un proprio rappresentante in seno al nuovo organismo che gestisce presso l’UNESCO l’ennesima lista di beni e siti oggetto di protezione (in questo caso “rafforzata”); a questo stesso tavolo, invece, sin dal 2005 siedeva l’ICBS, che vi ha svolto la funzione di advisor tecnico insieme ad alcune organizzazioni culturali internazionali [9] e allo stesso CICR.

Nel frattempo, invece, a livello nazionale il Comitato promotore dello Scudo Blu Italiano aveva già mosso i suoi primi passi sin dal 2001, dapprima nell’ufficio del Capo del Contenzioso diplomatico, alla Farnesina, quindi presso la Commissione italiana per l’UNESCO; tra i suoi primi promotori c’erano i presidenti di ICOM Italia, Società Italiana per la Protezione dei Beni Culturali, Legambiente e Italia Nostra, e l’iniziativa aveva riscosso l’attenzione e registrato l’attiva presenza di importanti organi dello Stato, come i nuclei specializzati di Carabinieri e Guardia di Finanza, l’Istituto Centrale del Restauro e l’Opificio delle Pietre Dure (oltre che di soggetti di rilevanza internazionale come l’Unidroit e l’Istituto di Diritto Umanitario). Ma tra i più attivi protagonisti c’erano personalità provenienti proprio dall’ambiente della CRI, come Arturo Marcheggiano, Fabio Maniscalco e anche l’estensore delle presenti note [10], investito dell’ingrato compito di coordinatore dell’iter costitutivo [11].

Se dunque una critica può essere sollevata nei confronti dei promotori, è quella di eccessiva preveggenza e lungimiranza, dal momento che il Parlamento ha finalmente autorizzato la ratifica del Secondo Protocollo solo nel marzo 2009 (cioè a ben dieci anni dalla sottoscrizione), mentre già il 12 febbraio 2003 un comunicato stampa della Commissione nazionale per l’UNESCO aveva annunciato che il Comitato promotore era pronto a dare vita al nuovo soggetto [12], con l’approvazione e il sostegno dell’ICBS. Gli anni successivi erano stati costellati da appelli e iniziative pubbliche di sollecitazione, a partire dal fatto che le ONG internazionali avevano ritenuto naturale tenere proprio in Italia il primo Blue Shield Meeting (Torino, luglio 2004), con la partecipazione dei vertici mondiali di ICOM, ICOMOS, ICA e IFLA e sotto l’egida dell’UNESCO [13].


Da allora molto tempo è passato, quasi tutti i protagonisti hanno cambiato funzioni, qualcuno ci ha lasciato anche in modo assai doloroso - come il compianto Fabio Maniscalco, vittima proprio del suo grande amore per i capolavori martoriati di Sarajevo e dei Balcani – e quindi non c’è da stupirsi che si sia persa quasi del tutto la memoria dell’iniziativa appena ricostruita; ma per fortuna c’è il web, e così proprio grazie al centro di documentazione virtuale intitolato a Maniscalco è ancora possibile ritrovare traccia di praticamente tutto il lavoro svolto a suo tempo dal Comitato promotore [14].

 

3. La salvaguardia: prevenzione e manutenzione

Secondo la terminologia internazionale, il termine “salvaguardia” definisce l’attività di predisposizione a livello nazionale, sin dal tempo di pace, di quelle «misure appropriate per garantire la salvaguardia dei beni culturali situati sul loro proprio territorio contro gli effetti prevedibili» di un conflitto (art. 3 della Convenzione dell’Aja del 1954) e, per estensione, di una calamità naturale, prendendo misure come «la preparazione di inventari, la pianificazione delle misure d’urgenza per assicurare la protezione dei beni culturali mobili contro il rischio d’incendio o di crollo dell’edificio, la preparazione o la messa in situ di protezione adeguata e la designazione dell’autorità responsabile» della salvaguardia dei beni culturali (art. 5 del Secondo Protocollo del 1999). Tale elenco di misure preventive, che possono essere prese a livello nazionale, «se ritenuto opportuno», sin dal tempo di pace, è tuttavia esemplificativo e può dunque essere integrato [15].

A dimostrazione del rilievo attribuito allo Scudo Blu internazionale, il punto 13 delle Guidelines incoraggia gli Stati e l’UNESCO «to ensure the participation of [...] international and national governmental and non-governmental organizations», specificando che però solo «in case of the constituent bodies of the International committee of the Blue Shield» essi sono deputati a «providing advice with regard to the granting of enhanced protection»: solamente alle ONG che compongono l’ICBS è dunque concesso di svolgere la delicata funzione di consulenza tecnica, propedeutica alla concessione della protezione rafforzata.


Considerando la stessa tematica nell’ottica italiana, secondo l’art. 29 del nostro Codice dei Beni culturali
[16], si intende per “prevenzione” il complesso delle attività «idonee a limitare le situazioni di rischio» connesse al bene culturale nel suo contesto (comma 2), mentre per “manutenzione” si intende il complesso delle attività e degli interventi destinati al «controllo delle condizioni del bene culturale e al mantenimento dell’integrità, dell’efficienza funzionale e dell’identità del bene e delle sue parti» (comma 3).


Non è questa la sede per soffermarsi, come pure sarebbe utile e interessante, sulle straordinarie ricadute in termini di sviluppo e quindi di occupazione qualificata che potrebbe derivare dal passaggio da un’economia del restauro a un’economia della prevenzione e manutenzione programmata: basti pensare, però, a quanti interventi di quest’ultimo genere si potrebbero finanziare con gli immensi fondi necessari anche solo per un grande intervento di recupero di uno dei tanti siti monumentali danneggiati o degradati.

 

Conclusioni

Se dunque un professionista o uno studente volessero mettere la propria competenza al servizio della salvaguardia dei beni culturali, oggi dovrebbero iscriversi a una delle molte (tutte ugualmente meritevoli) associazioni e istituzioni del settore, tra cui le poco conosciute articolazioni nazionali delle quattro ONG che costituiscono l’ICBS; temo però che, anche in questo caso, avrebbero non poche difficoltà a operare concretamente in ambito associativo [17] al momento del verificarsi di un terremoto o di un’alluvione, per non parlare dell’eventualità assai remota di partecipare a una missione internazionale di salvaguardia dei beni culturali, ad Haiti, in Siria o in un’altra zona di calamità o conflitto bellico [18].

Non è superfluo rilevare che dell’emblema dello Scudo Blu, delle norme internazionali di protezione dei beni culturali e dell’esistenza stessa dell’ICBS poco o nulla si saprebbe in Italia, se non fosse per qualche erudito che ne scrive e ne parla in conferenze e lezioni accademiche [19], e ancor più per la provvidenziale e mai adeguatamente riconosciuta attività di diffusione del Diritto Umanitario, svolta a partire dagli anni Ottanta dalla Croce Rossa Italiana - ulteriore conferma di una simbiosi quasi mutualistica tra i due ambiti - su diretta ispirazione del CICR [20].

Invece basta andare in Canton Ticino per trovare nello stesso ambito una struttura efficiente, corsi di formazione, manualistica (anche in lingua italiana), esercitazioni periodiche, catalogazione di sicurezza, cartografia e piani di sgombero dei beni culturali a fronte di ogni situazione di rischio; è vero che nella civile e ricca Svizzera tutto ciò è coordinato dalla struttura federale, che si avvale di un formidabile servizio civile obbligatorio (perché non pensarci, invece di cancellare un “servizio di leva” storicamente ed esclusivamente militare?), ma la sostanza resta del tutto simile; in alternativa si potrebbero demandare tali funzioni a una struttura di volontariato adeguatamente formato e qualificato, con le modalità già più volte proposte, traendo insegnamento dall’omologo sistema sanitario nazionale e dal modello operativo “118” [21].

Speriamo che il legislatore si ricordi, prima o poi, di avere ratificato le norme internazionali citate, ormai quasi quattro anni fa; che i Ministeri competenti e la Commissione nazionale UNESCO si facciano parte diligente nel sostenere (o almeno nel non ostacolare) la ripresa dell’iniziativa; che infine le articolazioni italiane delle quattro ONG e le altre associazioni interessate riprendano il filo interrotto nel luglio 2004, e finalmente si riesca non tanto a creare un’ennesima organizzazione, ma piuttosto a costituire, auspicabilmente presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, l’unica struttura che davvero serve nelle emergenze: un serio ed efficace tavolo di coordinamento [22], operante secondo norme e protocolli operativi predefiniti, e soprattutto con tantissimi volontari qualificati, identificati dall’unico simbolo riconosciuto a livello internazionale, e pronti a mettere la loro competenza al servizio dei “beni comuni culturali”.

 

NOTE
[1] Cfr. M. Frigo, La protezione dei beni culturali nel diritto internazionale, Milano, 1986.

[2] In particolare ad Alessandria presso l’attuale Università del Piemonte Orientale, nel 1997, e poi presso le Università di Padova (1999) e Bari (2002); sempre in Italia si era tenuto, sotto l’egida dell’UNESCO, il Convegno internazionale per il trentennale della Convenzione dell’Aja (Firenze 1984): cfr. La protezione internazionale dei beni culturali, a cura dell’IIHL, Roma, 1986.

[3] Cfr. M. Assalto, Croce Rossa per i tesori del mondo, in «La Stampa», 24 luglio 2004.

[4] Cfr. International Institute of Humanitarian Law, Newsletter 36, settembre-ottobre 2009, <www.iihl.org/iihl/Documents/Newsletter%2036%20Eng%20web.pdf>.

[5] La Convenzione dell’Aja del 1899 aveva previsto a tal fine un quadrato bianco e nero (diviso in diagonale) e il Roerich Pacht del 1935 utilizzava la “corona mundi” rossa in campo bianco; anche lo stesso scudo blu è stato utilizzato in modo facoltativo e differenziato, ripetendolo tre volte nel caso della protezione speciale. Si aggiunga, infine, che l’ultimo Protocollo del 1999 non ha definito che simbologia sia utilizzabile per la protezione rafforzata e non autorizza in modo esplicito l’ICBS a fare uso del simbolo per identificare e proteggere il proprio personale e le proprie strutture, nemmeno in caso di conflitto. Cfr. M. Carcione, Il Simbolo di protezione del Patrimonio culturale: una lacuna del Protocollo del 1999, in Uno Scudo Blu per la salvaguardia del Patrimonio mondiale, atti del convegno (Padova 1999), a cura di M. Carcione, Milano, 2000, pp.121-130.

[6] Si tratta, come noto, delle ONG internazionali dei professionisti che operano rispettivamente in musei (International Council of Museums), monumenti e siti (International Council on Monuments and Sites), archivi (International Council on Archives) e biblioteche (International Federation of Library Associations).

[7] P.J. Boylan, Réexamen de la convention pour la protection des biens culturels en cas de conflit armé, Paris, UNESCO, 1993.

[8] Cfr. Guidelines for the Implementation of the 1999 Second Protocol to the Hague Convention of 1954 for the Protection of Cultural Property in the Event of Armed Conflict, <http://unesdoc.UNESCO.org/images/0018/001867/186742e.pdf>.

[9] Attualmente partecipano ai lavori l’ICCROM (Centro Internazionale di Studi per la Conservazione e il Restauro dei Beni Culturali, con sede a Roma), l’IIHL (International Institute of Humanitarian Law, Sanremo) e Watch (World Association for the protection of Tangible and intangible Cultural Heritage in times of armed conflict, con sede a Roma); non passa inosservato il fatto che tutte le organizzazioni internazionali citate abbiano sede in Italia.

[10] Insieme ai due già citati, chi scrive tiene ad annoverare come propri riferimenti, accademici e non solo, alcuni Maestri che hanno dedicato i propri studi tanto al diritto umanitario che alla protezione dei beni culturali, come Pietro Verri, Ugo Genesio, Alessandro Marazzi, Paolo Benvenuti e Edoardo Greppi.

[11] Cfr. G. Pinna, M. Carcione, The Italian Blue Shield Committee, in Museum Emergency Programme, Preparedness and Response in Emergency Situations, ed. by C. Menegazzi, Hyderabad, 2004, pp. 159-167.

[12] Cfr. <www.UNESCO.it/cni/index.php/scudo-blu>.

[13] Si veda la Dichiarazione finale nella pagina “Resources” del sito <www.ancbs.org>.

[14] Cfr. Centro di documentazione sulla protezione internazionale dei beni culturali “Fabio Maniscalco”, <www.provincia.asti.it/hosting/moncalvo/sipbc.htm>.

[15] Si veda il punto n. 27 delle Guidelines, modificato nel corso dei lavori del Comitato (rispetto al testo predisposto dal Segretariato UNESCO) su emendamento presentato, in veste di head of delegation dell’Icomos, dall’estensore delle presenti note. Sulla normativa internazionale, cfr. P. Benvenuti, R. Sapienza, La tutela internazionale dei beni culturali nei conflitti armati, Milano, 2007; L. Zagato, La protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato all’alba del Secondo Protocollo 1999, Torino, 2007; M. Brocca, Il diritto dei beni culturali in tempo di guerra: lo stato dell’arte, in questo numero di «Predella».

[16] D.Lgs. n. 42/2004 e s.m.i.

[17] Un’eccezione è costituita da Legambiente, che dopo il 2003 ha stipulato intese con il Dipartimento di Protezione Civile e il MIBAC, oltre a promuovere la difesa del patrimonio culturale con la campagna nazionale Salvalarte.

[18] In questo ambito si segnala il progetto pilota (probabilmente a livello mondiale), condotto da Watch in due siti UNESCO del Libano e della Georgia su finanziamento dell’Unione Europea: cfr. <www.warfreeheritage.net>.

[19] Si vedano gli interventi dell’autore del presente articolo: Ong internazionali e volontariato: sussidiarietà e partecipazione, per la salvaguardia e la sicurezza del patrimonio culturale, in «Aedon - Rivista di arti e diritto on line», 1-2, 2012, <http://www.aedon.mulino.it/archivio/2012/1_2/carcione.htm>; Per proteggere si deve prevenire: sarà scontato ma viene sempre dimenticato, in «Il Giornale dell’Arte», 276, 2008, p. 10; Le ONG aiuteranno l’UNESCO se la politica la blocca, in «Il Giornale dell’Arte», 268, 2007, p. 14; Chi ha paura delle ONG?, in «Il Giornale dell’Arte», 262, 2007, p. 19; Ci vuole una Croce Rossa dei Beni culturali, in «Il Giornale dell’Arte», 258, 2006, p. 23; Collaborazione tra le forze armate e la protezione culturale per l’attuazione delle misure di salvaguardia: il punto di vista delle ONG internazionali, in «PBC Forum», 10, 2007, pp. 62-67; Dieci anni di Scudo Blu (1996-2006): nascita, potenzialità, limiti e criticità della “Croce Rossa” dei Beni culturali, in «WJCP», 2, 2006, pp. 135-172, <http://www.webjournal.unior.it/Dati/18/59/7.%20Carcione.pdf>; Blu: il colore della sicurezza, in «IBC», 3, 2002, p. 33 (articolo pubblicato anche in «Nuova Museologia», 4, 2001, p. 34; «Restauro», 160-161, 2002, p. 321; «Il Mondo degli Archivi», X, 2-3, 2002, p. 29). Vedi inoltre: M. Carcione, Nuove prospettive dopo l’attuazione del II Protocollo de L’Aja del 1999, in Bologna in guerra: la città, i monumenti, i rifugi, atti del convegno (Bologna 2009), a cura di L. Ciancabilla, Bologna, 2010, pp. 123-140; Patrimonio in pericolo, a cura di M. Carcione e G. Ravasi, Milano, 2003; M. Carcione, Lo Scudo Blu - Un trust di organizzazioni non governative per la protezione del Patrimonio Mondiale, in La Tutela del Patrimonio culturale in caso di conflitto, a cura di F. Maniscalco, Napoli, 2002, pp. 107-117; M. Carcione, Diffusione, informazione e sensibilizzazione: funzioni strategiche per la protezione del Patrimonio, in Guerra e Beni Culturali, a cura di S. Pratali Maffei, Trieste, 2002, pp. 152-157; La protezione dei beni culturali nei conflitti armati e nelle calamità naturali, atti del convegno (Alessandria 1997), a cura di M. Carcione e A. Marcheggiano, Milano, 1998; M. Carcione, Prospettive di sviluppo della normativa di Protezione dei Beni Culturali nei conflitti, paper della XVI Round Table dell’IIHL, Sanremo, 1991.

[20] M.T. Dutli, Protection des biens culturels en cas de conflit armé, Genève, 2001.

[21] Cfr. in ultimo Carcione, Ong internazionali e volontariato, cit., pp. 5-6.

[22] Si veda in tal senso la recente circolare del Segretariato generale MIBAC (Prot. n. 1580 in data 17 febbraio 2012), a oggetto «Sicurezza del patrimonio culturale e calamità naturali - Unità di crisi», che evidenzia «la necessità di disporre di un sistema organizzato di informazioni nonché di codici di comportamento da adottare» in caso di calamità: ibidem, p. 1.