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square   ITALIA 2013: ANNO ZERO DI POLITICA E CULTURA

Gerardo de Simone, Emanuele Pellegrini


Cum notum sit civitatem quempiam regi et gubernari

non posse nisi a doctis et sapientibus viris
[1]


Questo numero di Predella vede la luce con alcuni mesi di ritardo, tempo che abbiamo dedicato al restyling grafico e tecnico del sito (in continuità con il layout firmato nel 2009 da Giuseppe Andrea L'Abbate), che ora vanta un dominio esclusivo: predella.it.

Naturalmente, Predella non dimentica il sostegno imprescindibile che ha ricevuto e riceve dall'attuale Dipartimento di Civiltà e forme del sapere dell'Università di Pisa (in cui è confluito il Dipartimento di Storia delle Arti), per cui il sito continuerà ad essere accessibile anche attraverso il suo dominio originario: predella.arte.unipi.it.

Predella è una delle prime riviste d'arte online nate in Italia, pertanto, ora che assistiamo a un florilegio continuo di riviste che nascono o approdano sul web, abbiamo scelto di potenziare il nostro sito, prestando attenzione ai principali standard internazionali per l'editoria scientifica. In questo modo, intendiamo avviare un percorso che ha l'obiettivo di accreditare Predella nelle principali banche dati internazionali che certificano la qualità delle riviste specializzate nella ricerca umanistica. Ricordiamo, in quest'ottica, che sia l'edizione online (giunta al n. 32), sia l'edizione a stampa delle “Monografie” di Predella (giunta al n. 6), sono state classificate quali riviste scientifiche dall'Agenzia nazionale per la valutazione della ricerca universitaria (ANVUR).

Questa nuova stagione di Predella è stata resa possibile grazie all'impegno di Fabio Marcelli ed alla sensibilità di uno dei principali protagonisti nella gestione, valorizzazione e conoscenza del patrimonio culturale italiano, la Società Cooperativa Sistema Museo, che ha scelto di sostenere la nostra rivista apprezzandone l'ampiezza di orizzonti culturali. Ne ringraziamo i numerosi soci e l'amministratore delegato, Luca Covarelli, il quale al progetto di Predella ha donato passione e competenza, al pari degli eccellenti professionisti di Sistema Museo con i quali abbiamo creato il nuovo sito: la responsabile dell’ufficio grafica Arianna Pulzonetti e la responsabile dell’ ufficio stampa Sara Stangoni.

Salutiamo inoltre con un caloroso benvenuto l'ingresso, nel comitato di redazione di Predella, della storia dell'arte Simona Menci, la cui notevole esperienza professionale e preparazione arricchirà la riflessione della rivista intorno ai temi della museologia, museografia e valorizzazione del patrimonio culturale.

 


L’attualità politica e l’attualità della cultura sono due vasi non comunicanti, perfettamente separati. Parlare di politica e cultura, oggi e non solo in Italia, significherebbe probabilmente tentare di gettare un ponte tra due rive ormai troppo distanti, impossibili da collegare. Mai come in questo momento di profondo cambiamento politico, economico e quindi sociale, si avverte con nitidezza questo distacco. È lo stesso giro d’orizzonte degli ultimi avvenimenti, in politica e in cultura, che rende ragione di questa affermazione.

A vent'anni esatti dal crollo della Prima Repubblica, anche la Seconda si congeda con la fine del governo “tecnico” di Mario Monti. L'avvenire politico dell'Italia appare assai incerto, diviso com'è fra tre poli sostanzialmente equivalenti. Le ultime elezioni hanno sparigliato le carte e offerto un quadro che ha confermato l'inconfutabile (e prevedibile) dato di fondo, al di là dello sciocco teatrino di primi che non vincono e secondi o terzi che hanno quasi vinto o pareggiato: l’elettorato indeciso ha prodotto un cambiamento irrisolto, fermo a metà del guado. Rivoluzionario nelle intenzioni, reazionario nell’impasse che ha generato. Purtroppo, ad essere in crisi profonda non è solo la società nei suoi pilastri materiali (economia e lavoro), ma la fiducia nella politica, e in parte anche la speranza che l’espressione di un voto possa produrre un miglioramento delle condizioni materiali e spirituali di vita. L'affacciarsi sull'agone politico di non professionisti (da banchieri, imprenditori, magistrati, fino alla media e piccola borghesia e al popolo "liquido" della rete) è segnale della volontà della società di non rassegnarsi al declino, di provare a supplire all'insufficienza della politica di professione: ciascuno con le sue ricette, nell'interesse spesso di parti (di pochi), e talora con inevitabili rischi di dilettantismo o pressappochismo. Al di sopra, la sovrastruttura “Europa”, potente e coercitiva nelle imposizioni di bilancio, ma terribilmente incompiuta sul piano politico: difettivo, se non inconsistente, è a livello di governo europeo il fondamento della democrazia di delega, il potere esercitato – e sottoposto a giudizio – su mandato del popolo.

In questo quadro variegato e complesso la cultura più che mai è ridotta a una cenerentola del tutto ininfluente: talora perché inascoltata, più spesso perché arduo, e del resto considerato inutile, sarebbe percepirne la flebile voce. Ciò è valido per l’Italia ed è purtroppo valido appunto anche per il contesto europeo, tanto che alcuni premi Nobel hanno firmato una lettera contro i pesanti tagli alla cultura richiesti per la programmazione 2014-2020.

Il crollo delle ideologie novecentesche ha condannato gli intellettuali all'irrilevanza. In massa si sono ritirati negli orticelli di competenza, paghi delle glorie di settore, o talora convertiti a entusiasti divulgatori a mezzo catodico o di strenne aspiranti best-seller. Il sistema ha i suoi collaudati strumenti per vezzeggiare e ammansire le potenziali voci fuori dal coro, tramutandole in docili imbonitori o in sirene propagandistiche; che poi magari si risvegliano dal sogno per ritrovarsi, come Santiago Nasar, inzaccherati da capo a piedi nella cacca d'uccelli. Certo, si contano ancora numerose, per fortuna, le coscienze critiche, a tutti i livelli, dalla società civile al mondo delle associazioni e del volontariato fino ad eminenti figure di intellettuali e giornalisti. Quello che sembra però mancare è la capacità di incidere, di determinare le scelte politiche, di guidarne gli orientamenti: come se la protratta esclusione dalle sedi del potere, non importa se volontaria o forzata, renda ora difficilissimo, se non impossibile, rientrare in gioco in modo efficace. Anche per uscire dalla difesa perenne, dal solito angolo da cui si prova ad arginare l’ennesima discarica, l’ennesima colata di cemento, l’ennesima inutile, costosa bretella autostradale, l’ennesimo tentativo di “macdonaldizzare” un museo, l’ennesimo taglio per (supposta) carenza di fondi; oppure per troncare una volta per tutte i continui riferimenti al patrimonio come “giacimento” da valorizzare, cui continuano a rimandare alcune fonti anche autorevoli.

Non si tratta di nostalgia dell'engagement, di frequente ridotto a vezzo di maniera nei decenni in cui non si poteva non essere “schierati”; bensì di recupero di una visione alta della cultura, vorremmo dire umanistica, e indipendente, che metta l'uomo e i suoi valori al centro, sempre e comunque. Che si traduca in azione e in valore sociale, che sia agente insomma nella vita civile e per la vita civile. Che non cerchi declinazioni in aree economiche per diventare “utile”.

La “disumanizzazione” sembra essere la vera emergenza del mondo attuale: quella che, non riconoscendo nell'altro un proprio simile, fa uccidere per pochi euro (si vedano i libri recenti di Alessandro Di Battista, Sicari a cinque euro, e Roberto Saviano, Zero zero zero); ma anche quella che riduce gli uomini a “esodati”, la crisi alle nude cifre dello spread, del debito, delle tasse e del PIL.

È la bellezza che salverà il mondo, si ripete spesso citando Dostojevskj: ma quale bellezza? Una bellezza integrale, di spirito e di corpo, etica ed estetica, di uomo e ambiente, di natura e architettura. Una bellezza umana, specchio di un'umanità “bella” e insieme consapevole, è forse il valore che maggiormente andrebbe perseguito. In ogni epoca l'umanità ha lasciato di sé una rappresentazione, nelle arti, nella letteratura, nella storia, nella scienza. La memoria del passato è dunque il primo passo da cui partire per la costruzione di un'identità condivisa, culturale e civica. Di questa nobile aspirazione, che è quanto di più progressivo, innovativo e futuribile si possa immaginare, e non volgarmente passatista come è aduso pensare, è modello la nostra Costituzione repubblicana, nata dalle ceneri della dittatura e della guerra (e non a caso sistematicamente inattuata): esempio di come ci si può rialzare anche dalle cadute più tragiche, e anzi utilizzare il fondo per indicare più alti orizzonti all’individuo e al suo farsi nella società civile. Cultura e memoria, dunque, come base per la presa di coscienza della collettività e ingredienti primi per una risposta della società alle brusche svolte della storia. L'Italia ha il dovere di recuperare gli ideali perduti de dignitate hominis, non solo per ripartire ma per mostrarli all'intero mondo odierno, globalizzato, saccheggiato, sovrappopolato, sfruttato, disumanizzato.

E non è certo un caso che proprio l’Italia, la terra in cui massimamente tutti questi valori si riannodano attorno all’inscindibile binomio cultura e paesaggio, soffra forme aggravate di questo malessere. Binomio maltrattato da un'insana hubris costruttiva, una proliferazione cementizia che ha alterato e violentato spesso in modo insanabile il paesaggio. La qualità, o meglio la drammatica assenza di qualità architettonica e, il che è anche peggio, urbanistica nella gran parte delle periferie urbane tirate su in fretta nel Dopoguerra, tra gli alti lai di alcuni intellettuali schierati a batteria contro una devastazione che è morale e civile ancor prima che urbana e paesistica, ha alimentato uno strisciante degrado tout court, di cui paghiamo ancora pesanti conseguenze. Perché inarrestato e aggravato da incoscienza e malaffare. La spinta edilizia è stata spesso giustificata dalla spinta demografica: ma da un paio di decenni ormai l'Italia ha una popolazione relativamente stabile, eppure il “partito del cemento” resta un Moloch fortissimo, e ben protetto nelle più alte sfere. L'attentato al paesaggio si attua anche con le emergenze ambientali, le discariche di rifiuti, l'inquinamento industriale. La corruzione e l'illegalità hanno dilagato, forti delle connivenze della politica e di un sistema di mafie che non ha eguali nel mondo.

Tout se tient: non si può proteggere il patrimonio artistico e paesaggistico senza aggredire la criminalità che aggredisce l'ambiente; non si può sostenere la cultura se non si contribuisce a diffonderla e a proteggerla da forme malavitose che sono l’esatto contrario della civiltà e quindi della cultura stessa. Ecco perché anche per la classe intellettuale – in primis per gli storici dell'arte – la lotta per la legalità dovrebbe essere una priorità reclamata a gran voce, instancabilmente, presso chi è chiamato a governare le istituzioni.

Altra urgenza, non meno prioritaria: esigere risorse per la tutela del patrimonio e per la formazione – per le soprintendenze, per le nuove assunzioni, per i centri di ricerca, per le dotazioni di nuove tecnologie –: possibile che nel Paese che ha nella tradizione artistica il suo vanto storico la storia dell'arte resti una materia minus habens, che deve a ogni piè sospinto rivendicare la legittimità del suo insegnamento ai diversi livelli di istruzione? Conosciamo fin troppo bene però la tecnica del ballon d’essai, per misurare reazioni e verificare la temperatura dell’ambiente, prima di affondare un colpo amministrativo: troppe volte ci si è provato, ad esempio con Scip, dismissioni e cartolarizzazioni varie. Non è questione di parole o di rivendicazioni di partizioni disciplinari, bensì di spazio di educazione, di conoscenza e di ricerca, di riconoscibilità proprio rispetto ai ruoli che le humanities e le sciences, nelle loro diverse branche, assumono nel vivere quotidiano. Uno spazio che si va facendo sempre più angusto e limitato.

L'importanza della storia dell'arte (e della musica!) dovrebbe essere pari a quella assegnata alla letteratura, alla storia, alla matematica; ciascun cittadino italiano dovrebbe ricevere nel proprio iter educativo, indipendentemente dalle scuole frequentate, un sostanziale apprendimento della storia artistica e musicale del paese. Esigere risorse per la cultura: per la scuola, per l'università, per il cinema e il teatro, per i musei e i monumenti, per i parchi; possibile che il fu bel paese assegni una quota infima del proprio PIL alla cultura, laddove essa dovrebbe essere un investimento cruciale per il nostro futuro? I numeri parlano da sé: nel 2000 il MiBAC ha ricevuto 2 miliardi di euro, pari allo 0,39% del bilancio dello Stato. Nel 2011 questa cifra è scesa a 1,4 miliardi, pari allo 0,19%. La spesa pubblica per la cultura in Italia corrisponde all'1,1% del PIL contro il 2,2% medio dell'UE, ponendoci all'ultimo posto in Europa, dietro anche alla Grecia che spende l'1,2%. 

Ci perdoni il lettore cui siffatti argomenti suoneranno deja entendus, quasi a sfiorare la cantilena che ormai fa da sottofondo e perciò non più si ascolta: ma perché tali repetita iuvent e non si risolvano in ennesime lamentele è necessario quel ritorno alla partecipazione politica e civile che troppo a lungo è mancato. E qui veniamo al punto: si provi a cercare questi temi che brevemente abbiamo elencato nei programmi, o nelle “agende” che siano, dei numerosi partiti, vecchi e nuovi, che si sono presentati alla scorsa tornata elettorale. Temi che non sono presenti nemmeno più come vecchia e cara retorica, da tanto che latitano nel dibattito corrente. Nel panorama pur così variegato dell'offerta politica, ci pare che la cultura come priorità – con le connessioni di tutela intesa in senso lato, dalla legalità alla qualità della vita – sia assai poco presente, secondaria ove non del tutto assente. Che ciò indichi un deficit strutturale della cultura come missione, e non un dato contingente, è provato dal ruolo così tristemente marginale che essa ha avuto nel governo Monti: è paradossale che nella circostanza in cui i “professori” hanno assunto il potere la cultura, non intesa in senso strettamente tecnicistico e settoriale ma organico e umanistico, sia risultata ancora una volta, come nelle passate esperienze di governo, clamorosamente ancillare e latitante. MiBAC e MIUR esigono guide competenti e autorevoli, che antepongano l'interesse pubblico e gli investimenti sulle future generazioni alle ragioni di bilancio e agli “eventi” effimeri. Non bastano i manifesti e gli Stati generali della cultura, non bastano le sollecitazioni a uscire allo scoperto, come l’esplicita richiesta, attraverso cinque domande secche, di un programma per la cultura che un autorevole quotidiano come il Sole 24 Ore ha rivolto ai candidati dei vari schieramenti prima delle elezioni: si notino le eloquenti risposte e la loro argomentazione); e forse non bastano anche iniziative pur lodevoli come quella recente promossa dal FAI, le primarie della cultura che di per sé risultano comunque indicative di quel vuoto culturale nella politica di cui si è detto. Occorre che la cultura torni ad essere intesa in sé, valutata e gestita come qualità primaria, e non avvicinata attraverso possibili mediazioni, tra tutte quelle di carattere economico, come se si cercasse di trovare una chiave per accostare alla vita moderna quello che pare essere rimasto pesantemente indietro. Processi di avvicinamento spesso fuori asse, se non del tutto erronei, che portano a uno snaturamento, come troppi esempi dimostrano.

Occorre sostanza, non forma, fatti e non parole. Un imperativo laico: ama, conosci e proteggi il tuo Paese.


NOTE
[1] Riforme del Comune di Viterbo, 1472.