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square  FLORENS 2012
FACCIAMO IL PUNTO SUI BENI CULTURALI IN ITALIA

Diletta Storace

 

L’11 novembre si è conclusa a Firenze la seconda edizione di Florens, la biennale internazionale di Beni Culturali e Ambientali, sotto la direzione culturale di Mauro Agnoletti, professore presso la Facoltà di Agraria dell’Università di Firenze ed esperto dell’International Consortium of Monuments and Sites per la valutazione dei paesaggi UNESCO, Andrea Carandini, professore di Archeologia e Storia dell’arte greca e romana presso l’Università La Sapienza di Roma e presidente del Consiglio Superiore per i Beni Culturali dal 2009, e Walter Santagata, professore di Economia della Cultura presso l’Università di Torino e membro del Consiglio Superiore per i Beni Culturali e del Paesaggio. La Biennale Internazionale di Beni Culturali nasce nel 2010 con il supporto dell’ex presidente di Confindustria Firenze e membro di Giunta di Confindustria Nazionale Giovanni Gentile, presidente della Fondazione Florens, istituita parallelamente al Forum con l’appoggio dei soci Intesa San Paolo, Banca CR Firenze, Confindustria Firenze, CNA Firenze e, da quest’anno, anche dall’Associazione Partners Palazzo Strozzi (APPS).

Attorno al titolo di questa seconda edizione, “Cultura, qualità della vita”, ha ruotato insistentemente il problema della produzione e della sostenibilità culturale, dove, attraverso dibattiti, casi-studio e seminari si è tentato di offrire nuove, almeno in parte, risposte e prospettive alle ormai ricorrenti dicotomie di valorizzazione/tutela, cultura/economia, sviluppo/conservazione. Può la cultura, e se sì, come, fare i conti con i numeri economici?

A seguito di una presenza diretta, se pur parziale, agli incontri (ho frequentato poco più della metà della manifestazione), mi è apparso chiaro sin dal suo incipit come la regia di Florens avesse predisposto una risposta unanime e decisa alla domanda negli oltre quaranta eventi in cui ha mostrato un impressionante, e credo non scontato, accordo tra le parti, decise finalmente nell’ammettere una necessaria inversione di rotta nell’attuale gestione dei Beni Culturali nel mondo, in generale, ed in Italia in particolare. Proprio tale coralità di intenti riusciva sul momento ad accendere una flebile speranza di vera rinascita che il ricordo dell’attuale massacro del nostro paesaggio e della mala gestione del nostro patrimonio (spesso dovuta proprio ad una totale mancanza di coordinamento e di gestione organica) non bastava a spegnere. Perché guardando oltre i numeri un po’ gonfiati dei bilanci di chiusura del team di Florens [1] e le critiche talvolta amare che abbiamo letto sui vari quotidiani, ciò che i giovani laureati e ricercatori italiani sperano di sentirsi dire è che almeno negli intenti e nella strada da percorrere possiamo essere concordi, proprio ora che sembriamo certi su ciò che dobbiamo lasciarci alle spalle.

La parola cultura, così come oggi appare ampliata nei termini e nelle accezioni, va a sottendere un significato di qualità della vita, aprendosi a dibattiti sull’arte, sul paesaggio, sul concetto di museo, sull’agricoltura, l’architettura, la città, il restauro, ma anche l’artigianato, il cinema, gli stili di vita, il turismo. Così la parola cultura trova un compromesso e si compromette all’interno di tutti gli ambiti che l’accezione del termine abbraccia, giustificando le nuove strategie di marketing e bilanci economici che essa, ormai inerme, deve accettare.

All’interno di un percorso irrefrenabile che nasce negli anni Ottanta in paesi come l’Inghilterra, in parallelo ad un contesto economico e sociale che da quel momento vede sempre più avvicinarsi ad una condizione globalizzata, il mondo della cultura, di per sé incapace di sottostare ad indici di mercato e logiche di profitto, deve trovare un modo per salvarsi la pelle e dichiarare, fatti alla mano, la sua importanza per la collettività. Da queste sempre più incalzanti pressioni, in un’Italia che soffre per un patrimonio troppo oneroso e per i continui tagli nella sfera culturale, ci si vede decisi ad arrendersi a nuove figure sociali, forse più managers che latinisti, che immettono nuove proposte di interpretazione, da un lato, e di gestione, dall’altro.

Non si tratta più quindi di parlare di privatizzazione o outsourcing dei servizi (con grande sollievo tali concetti non sono emersi in alcuno dei convegni da me seguiti), ma piuttosto di crowdsourcing, efficienza e qualità.

Florens non è una piattaforma per specialisti e addetti ai lavori, ma si propone piuttosto come campagna di divulgazione per un pubblico vasto, dove i vari interventi non superano mai i venti minuti circa e che quindi difficilmente riescono ad entrare nella profondità del dettaglio, ma non per questo meno capaci di far capire quale siano gli estremi attorno cui ruota il problema, che poi si spera venga affrontato con serietà in altre sedi. Florens è assomigliato ad un brain storming internazionale, dove gli intenti superavano di gran lunga i risultati, ma, ancora, non per questo meno importante.

Emerge con forza ciò che David Throsby fra i primi ha teorizzato e ripetuto a Florens, anche se in un intervento piuttosto conciso, ovvero che il mondo della cultura, costretto a confrontarsi con il problema della sostenibilità, può oggi dare delle risposte concrete per la rinascita delle nostre città ed anzi essere un elemento strategico per promuovere una rigenerazione del valore, non solo sociale ma anche economico, all’interno di politiche di sviluppo sostenibile. Attraverso il suo noto metodo dei cerchi concentrici, Throsby si presenta a Florens ripetendo ancora che possiamo analizzare la cultura in termini di numeri e di industrie senza per questo doverla snaturare dei contenuti. Throsby parla di un sistema in cui la cultura è oggi costretta a dialogare con l’economia e dove la soluzione all’apparente conflitto risiede nell’utilizzare sempre, da entrambe le parti, un approccio olistico e sinergico [2].

Si affronta con questo spirito il problema dei musei, dove gli interventi si articolano tra suggerimenti e progetti che attualizzano il concetto di museo e riflessioni su cosa sia o debba essere un museo, sul suo ruolo. La parola chiave che più volte ricorre è quella di partecipazione, a cui il museo del 2000, tra crowdsourcing e social media, pare non possa più sottrarsi. Il visitatore cambia perché l’uomo cambia, passando da semplice fruitore ad elemento coinvolto nel processo stesso di creazione culturale. Ne è esempio la nuova app di Smithsonian Institution, che trasforma il museo «da acropoli ad agorà», come riferisce Nancy Proctor, e sfrutta le potenzialità di un processo di community-sourcing capace di produrre la struttura stessa del nuovo museo online [3]. Ma cosa debba essere un museo ha cercato di spiegarlo in seguito Giovanni Pinna, ricordando il ruolo interpretativo che esso ha nell’indicare sempre e comunque una visione specifica e particolare della cultura, che forse adesso più che mai avrebbe bisogno di chiarezza. Pinna ci vuole parlare soprattutto dei contenuti e quindi di come la cultura sia espressione della propria società e parte di un processo osmotico che cambiando noi stessi, cambia a sua volta. Nuove communities e metodi di consumo culturale, non rappresentano solamente il contenitore della cultura, ma contagiano e ricodificano la cultura stessa.

Si rende poi chiaro, attraverso le indagini presentate da Guido Guerzoni della Bocconi, come in Italia non si difetti in realtà di quantità, ma piuttosto di qualità e buona gestione dell’offerta culturale, la quale trova prepotentemente il suo canale di sbocco nel sistema delle mostre, sempre più numerose ed effimere. Nella ricerca «Le mostre al tempo della crisi. Il sistema espositivo italiano negli anni 2009-2012» [4], Guerzoni offre una sezione trasversale dell’offerta culturale nel sistema mostre in Italia, analizzando distribuzione geografica, sedi, tematiche, durata, curatela e pubblico. Oltre ad un difetto reale di networks, di programmi e calendari condivisi, che possano effettivamente collaborare all’insorgenza di dibattiti tra le comunità, Guerzoni parla di «mostramania» per indicare la tendenza sempre più incalzante ad un aumento impazzito dell’offerta senza, o quasi, filtro alcuno di qualità. Guerzoni colpisce al cuore del problema, alludendo ai diversi temi, filosofici ed economici, che ruotano attorno alla questione culturale. La qualità dell’offerta, (troppo spesso disattesa proprio in quelle cifre che vedono gli Uffizi implodere nell’ammasso turistico e nelle migliaia di metri quadrati di bookshop mentre la Cappella Brancacci rimane inascoltata nella triste “rive gauche”), risiede prima di tutto in una gestione appropriata ed intelligente delle nostre risorse, che troppo spesso sono state sprecate in opere inutili e molto poco pie.

Dal problema dei musei è stato naturale scivolare a quello del turismo, che nella sua repentina evoluzione degli ultimi decenni pone la questione della tutela del patrimonio e della gestione delle città. Firenze, come Venezia, Roma e altre, fa i conti con un turismo frenetico e compulsivo che mina continuamente alla sua salvaguardia ma anche alla sua identità. Qui manca l’attenzione verso quei luoghi che Chiara Sebastiani definisce spazio delle «interazioni episodiche ed elementari» dove risiede l’esperienza di tutti i giorni delle piazze, le scuole, i caffè, le biblioteche, e dove si dovrebbe esprimere il valore identitario di una città: in altre parole lo spazio pubblico, per il quale la pianificazione dovrebbe funzionare da mediatore tra l’interesse pubblico e l’utilizzo privato [5]. E benché questo sia rimasto un problema ancora aperto, si fa sempre più chiara la volontà di un nuovo e più attento uso della pianificazione, strumento che possa assicurare uno sviluppo controllato e consapevole delle nostre città, le quali rivendicano un’esigenza di qualità per tutti, cittadini e visitatori.

A Florens, poi, l’arte ha fatto da protagonista con eventi bandiera come quello dell’Ostensione dei Crocifissi nel Battistero di San Giovanni e l’opera monumentale di Mimmo Paladino in piazza Santa Croce (unica lectio che realmente ha visto una massiccia partecipazione da parte del pubblico), dove un’installazione di enormi massi di marmo hanno ricreato, attraverso il simbolo della croce, la planimetria della chiesa antistante. L’affluenza che ogni sera ha portato centinaia di persone a percorrere il labirinto marmoreo di Paladino è stata commuovente, come a voler indicare spontaneamente in essa la soluzione del problema e a supportare le critiche del Professore e Assessore Sergio Givone, che dal palco di Florens richiama l’attenzione sul degrado di Piazza Santa Croce, continuo teatro di manifestazioni commerciali senza alcun valore culturale.

Anche la risposta di Tomaso Montanari sul Corriere Fiorentino (Florens, le ragioni di un no e lo scatto che serve, «Corriere Fiorentino» del 7 novembre 2012 [6] ), si contrappone alle tante ovazioni attraverso critiche che coinvolgono la natura stessa ed i pilastri della manifestazione fiorentina, che vede aprire le porte del “suo salotto buono” da quelle stesse persone che per anni hanno ignorato le vere problematiche della città e accolto scelte di scarso interesse culturale, come nel clamoroso caso del presunto crocifisso di Michelangelo, acquistato dal nostro paese attraverso la volontà del Ministro Bondi e l’acquiescenza di Antonio Paolucci e Cristina Acidini, che oltre al danno alla spesa pubblica, demarca un errore deontologico nel fare una cultura volgare, che cerca lo scalpore mediatico e il simbolismo spicciolo [7]. Non si parla del quartiere delle Piagge, devastato dalla scansione illogica delle sue gigantesche “navi” e dalle lottizzazioni degli anni Sessanta e Settanta e non si parla neppure dell’ormai definitivo abbandono del centro storico da parte dei fiorentini, che qui non vi trovano più alcun segnale di vita collettiva quotidiana, ma Montanari non considera però il fatto che Florens immette all’interno di una città culturalmente paralizzata un motivo di dialogo e messa in discussione di se stessa, dove la sola presa di una posizione rincuora il silenzio di molti anni. Non si avvera una soluzione concreta, ma si apre la strada alla speranza di qualcosa di meglio.

Dentro la cornice di Palazzo Vecchio, i 350 relatori che si sono succeduti in un’organizzazione impeccabile, hanno dichiarato un intento di rinascita che dona speranza, forse proprio perché proveniente dall’interno dell’istituzione che deve riscattarsi, scardinando quel sistema che altrimenti rischia di condurci, senza alternative, di fronte alla minaccia di dissoluzione della nostra identità culturale, come così puntualmente Settis scrive dei nostri «gioielli di famiglia», mandando in frantumi secoli di salvaguardia [8].

A pochi giorni di distanza dal Lu.Be.C di Lucca e subito prima della manifestazione di Paestum [9], l’Italia dimostra come il tema della cultura resti non solo importante ma fondamentale per il futuro. Mai come in questo periodo l’attenzione è stata rivolta verso i meccanismi della cultura, cosa che ha indotto un crescente e diffuso approfondimento della materia coinvolgendo discipline differenti tra loro, nell’intento di creare metodologie e strumenti condivisi per la gestione.

Resi chiari gli intenti e le potenzialità del consolidamento di questo nuovo sistema, adesso che tutti sembrano guardare nella stessa direzione, bisogna comunque non dimenticare di anteporre alle metodologie i contenuti, per una sostenibilità reale di questa nuova consapevolezza, dove il contenitore è chiaro e forse, speriamo, anche i contenuti.

 

NOTE
[1] www.fondazioneflorens.it/view/area-stampa/comunicati-stampa

[2] D. Throsby, The Economics of Cultural Policy, Cambridge University Press, 2010;

[3] www.si.edu/Connect/Mobile

[4] Per una lettura completa delle ricerche di Florens consulta www.fondazioneflorens.it/florens-2012/ricerche/ e quindi anche Florens 2012. Studi e ricerche, Pontedera 2012.

[5] C. Sebastiani, La politica delle città, Bologna 2007;

[6] Per una lettura completa dell’articolo di Montanari, www.leparoleelecose.it/?tag=tomaso-montanari e, ora, Idem, Le pietre e il popolo. Restituire ai cittadini l’arte e la storia delle città italiane, Roma 2013, in part. pp. 80-82.

[7] T. Montanari, A cosa serve Michelangelo?, Torino 2011;

[8] S. Settis, Italia S.p.A. L’assalto al patrimonio culturale, Torino, 2002;

[9] XV edizione della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico, 15-18 novembre 2012.