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square  VERONA
DAL PUBBLICO AL MERCATO

Denise La Monica

 

Da alcuni anni l’amministrazione comunale di Verona ha avviato un’ampia campagna di modifica dell’assetto proprietario, e conseguentemente degli usi, di alcuni immobili e aree inseriti nel centro storico di Verona.

Palazzo Forti, sede della Galleria di Arte Moderna e Contemporanea, è stato venduto alla locale Fondazione Cariverona per 33 milioni di euro con l’accompagnamento di rassicuranti dichiarazioni dell’allora assessore al patrimonio, Daniele Polato («L’Arena», 28 e 29 aprile 2010) che garantiva la permanenza della destinazione museale, almeno di una parte dell’immobile, per ospitare la medesima collezione. In cambio di questa concessione del privato acquirente, buona parte del palazzo però avrebbe cambiato destinazione d’uso, diventando residenziale o commerciale. Tale prospettiva sollevò le proteste della società civile e degli eredi Forti, che sottolineavano come la destinazione museale costituisse un vincolo per il Comune e per qualunque altro proprietario. La vendita è andata avanti, il Palazzo ha mutato proprietario, ma la sua condizione attuale è quanto mai indefinita. Sul sito pubblico del Palazzo è pubblicato l’annuncio secondo cui da gennaio 2012 le collezioni museali e gli uffici sono stati trasferiti a palazzo della Ragione. A maggio 2012 l’erede Forti ha dato vita ad un allestimento provocatorio dinanzi al portone del Palazzo, adesso privo di targhetta di identificazione, per sottolineare l’attuale condizione di non uso e di indeterminatezza dell’edificio storico. Nel frattempo però, contro le rassicuranti dichiarazioni di Polato, le sue collezioni non sono più visibili al pubblico. I 33 milioni di euro sarebbero serviti per acquistare i 4/5 dell’area dell’ex mercato ortofrutticolo, posseduta da Polo Finanziario spa, con l’allettante prospettiva di realizzare lì o altrove, in perequazione, 280.000 metri cubi di nuova edificazione.

Per quanto riguarda Palazzo del Capitanio, in un primo momento, risalente alla fine del 2009, l’amministrazione comunale tentò di disporne rapidamente la vendita tramite l’inserimento nella legge finanziaria in corso di approvazione, di un emendamento che inseriva nel piano delle dismissioni locali anche il Palazzo in questione per adibirne almeno una parte a funzioni «commerciali, residenziali, direzionale o ricettiva»; con la vendita si conseguiva anche il vantaggio di stralciare la ristrutturazione dello stesso dal piano triennale delle opere pubbliche. Dinanzi alle proteste dell’opposizione tale emendamento venne ritirato.

Nel 2012 si rende noto che il Comune intende nuovamente tentare di mettere in vendita il palazzo, stavolta per 18 milioni di euro con un regolamento che prevede l’obbligo per il nuovo acquirente di «assumere l'impegno [...] di destinare definitivamente il bene a finalità istituzionali e di non alienare il bene acquistato», risalente all’assessorato di Daniele Polato. A luglio 2012 («L’Arena», 7 luglio 2012) con il nuovo assessore al patrimonio, Pierluigi Paloschi, l’operazione si blocca perché si chiede di cambiare il Regolamento di vendita con l’espunzione del divieto di alienazione. Di conseguenza si punterebbe ad una vendita che rende possibile anche la destinazione del bene ad usi non istituzionali e l’ulteriore rivendita a terzi. Tale modifica del Regolamento sarebbe anche finalizzata ad innalzare il valore di mercato del bene. Gli introiti previsti nel marzo del medesimo 2012, di 18 milioni di euro, dovrebbero essere destinati, in parte, per la quota di 12 milioni di euro, al finanziamento da parte del Comune della proposta di project financing presentata da un’Ati (associazione Temporanea d’Impresa)per l’area dell’Arsenale asburgico e per la quota di 5 milioni all’allestimento del nuovo museo di storia naturale in un’area divenuta anch’essa di proprietà della Fondazione Cariverona, ossia Castel San Pietro. Polato si dichiara contrario a questa modifica del Regolamento.

Palazzo Pompei ospita attualmente il museo di storia naturale ed è ancora di proprietà comunale, ma sembra che anche il suo destino sarà segnato dal futuro passaggio in proprietà della Fondazione Cariverona e che le sue collezioni popoleranno un nuovo allestimento museale a Castel San Pietro. Le opere torneranno però ad essere visibili tra due anni, attorno al 2014 o 2015, quando per la nuova sede espositiva saranno completati i lavori che, peraltro, non sono ancora partiti. Palazzo Gobetti, di origine quattrocentesca, è stato venduto al prezzo di 6,4 milioni di euro ad una Immobiliare, che ne potrà trarre appartamenti, dopo che è stato approvato il cambiamento di destinazione d’uso da museale a residenziale.

Oltre al Comune anche la Provincia, stretta tra le morse del patto di stabilità e la riduzione degli stanziamenti, chiede aiuto alla locale Fondazione, mettendo in vendita Palazzo Bottagisio, che è stato acquistato da Cariverona per la cifra di 7 milioni di euro.

A questo punto si può asserire che la politica del Comune e della Provincia sta procedendo decisamente nella direzione di trasferire in proprietà privata (Cariverona e Immobiliari) i palazzi storici della città (Forti, Gobetti, Pompei, Capitanio, Bottagisio) mentre le collezioni museali vengono spostate ricomposte in funzione delle nuove destinazioni degli edifici: a Castel San Pietro dovrebbero tornare forse ad essere visibili le collezione del Museo di Storia Naturale, ma tra alcuni anni e sempre che non succedano incidenti gravi come quello ormai famoso delle ‘selci’ preistoriche che sono diventate “blu” per errori nella loro conservazione. Per questo il Comune spende almeno 5 milioni di euro.

A Palazzo Forti, adesso in proprietà di Cariverona, dovrebbe essere allestito un nuovo Museo della Lirica; a Palazzo del Capitanio e a Palazzo della Regione, invece, dovrebbero trovare una nuova sistemazione le opere provenienti da palazzo Forti che dovrebbero ricostituire nella nuova sede un’esposizione di arte moderna e contemporanea.

Altre operazioni in partenza riguardano ulteriori tasselli della città storica. In questo momento è in fase di avvio la proposta di project financing presentata da un’Ati per il recupero, la riqualificazione e il riuso del complesso dell’Arsenale asburgico, situato sulla riva sinistra dell’Adige. Il complesso venne costruito tra 1854 e 1861 prendendo a modello quello viennese e andando ad occupare 62000mq con 10 corpi di fabbrica e spazi aperti. Negli anni Novanta l’amministrazione comunale aveva promosso un concorso internazionale di architettura vinto da David Chipperfield. Il progetto, dal costo di 160 milioni di euro, era entrato nella fase operativa, con il recepimento e l’adattamento del progetto alle osservazioni delle soprintendenze e la contestuale raccolta di almeno la metà dei fondi. Ad un certo punto, però, questo iter si blocca. Il nuovo sindaco Tosi annullò il progetto Chipperfield e lasciò in disparte questo complesso, fintantoché le sue cattive condizioni di conservazione diventarono evidenti a causa del crollo di buona parte delle coperture (circa 3000mq di tetti). Questo evento determinò la necessità di riprendere in mano la questione, stavolta però con nuovi protagonisti e procedure e il primario obiettivo di fare cassa.

Nel 2011 si costituisce così un’associazione temporanea di imprese attraverso l’accordo di Contec Consorzio Arsenale e Rizzani De Eccher Spa. Il progetto preliminare è presentato a settembre 2011; a luglio 2012 viene approvata una proposta modificata e ad agosto la Giunta comunica ufficialmente l’approvazione del progetto. L’analisi della documentazione desta però alcuni interrogativi.

L’intera operazione ha un costo di 55 milioni di euro, di cui 12 concessi verrebbero messi a disposizione dal Comune, che otterrebbe questi soldi attraverso la vendita di palazzo del Capitanio. L’Ati svolgerebbe i lavori e si caricherebbe di tutte le spese relative per un importo di 43 milioni di euro.

Il progetto prevede che una parte modesta del complesso, circa un terzo, rimanga a disposizione degli uffici pubblici e abbia funzione museale mentre la maggioranza dello spazio, circa 2/3 delle superfici disponibili, sarebbe data in concessione lunga (per 99 anni) all’Ati che potrebbe utilizzarli per scopi misti (residenziale, commerciale, etc.), di cui non sono precisate le proporzioni. La concessione degli spazi corrisponde alla cessione del diritto di superficie, che consente al concessionario di utilizzare tali spazi coinvolgendo ulteriori soggetti anche con eventuali canoni di locazione. Oltre a ciò, si prevede la concessione in gestione al privato di alcuni spazi interni ed esterni per 15 anni; tra questi anche una sala espositiva inserita in un edificio a destinazione pubblica.

Nel progetto si prevedono alterazioni significative degli spazi: ad esempio, è inserita la costruzione di un «teatro ipogeo» che sarebbe poi dato in gestione all’Ati per 15 anni e la copertura di alcuni spazi esterni, con alterazione sensibile dei volumi. Ma soprattutto il progetto prevede per alcuni edifici veri e propri «interventi di restauro» come anche pure di «demolizione, ricostruzione e rilocalizzazione all’interno dell’unità di intervento», oltre «strutture ipogee» non meglio determinate. Sorge spontaneo l’interrogativo sul grado di coinvolgimento della Soprintendenza ai Beni Architettonici in questo procedimento e sulla posizione dei commissari Unesco che hanno inserito il sistema difensivo della città scaligera - un vero e proprio palinsesto di strutture dall’epoca romana fino al periodo asburgico - nella lista dei monumenti dichiarati patrimonio dell’umanità.

Infine, per valutare l’esposizione finanziaria del Comune e l’interesse del privato, nel progetto preliminare modificato è stata inserita un’eloquente tabella dei ricavi, che mostra come il privato conti di rientrare in poco tempo dalle spese sostenute. Una prima e importante fonte di introiti sono i 50 milioni di euro che si conta di recuperare dalla cessione del diritto di superficie poiché si prevede che la ATI, a sua volta, affitti a terzi gli spazi che ha ottenuto in concessione per 99 anni. La seconda fonte di entrate è costituita dai canoni che il Comune pagherà per i servizi di pulizia, guardiania e manutenzione delle opere. Contro questa operazione si è costituito un Comitato di cittadini, denominato Svendita Arsenale. Così impostata, anche questa operazione porterebbe ad avvantaggiare il privato, depauperando il pubblico, sia dal punto di vista monetario, sia dal punto di vista patrimoniale. Questa operazione porterebbe nelle mani di potenti imprese private un pezzo di città, vincolandosi per 15 o 99 anni, a fronte anche di un esborso considerevole delle casse comunali, per avere in cambio il recupero e la libertà di uso pubblico solo di un terzo delle superfici totali. Il Comitato ha quindi promosso a questo proposito una petizione pubblica, contraria al progetto.

Tra l’altro si deve aggiungere che se questa impresa va in porto potrebbe costituire un pericoloso precedente per altri beni che, dal Demanio, sono passati in proprietà del Comune per il processo del federalismo demaniale. Forti austriaci, bastioni e mura magistrali sono stati da poco trasferiti al Comune e si potrebbe correre il rischio che vengano sottoposti ad analoghi progetti di valorizzazione o passaggio di proprietà.