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square  MA GLI ARCHITETTI NON SPARANO

Luigi Marino

 

The local communities must intervene as leaders in designing, moulding and executing sustainable strategies. This entails investing more in human resources, especially within local populations (COM Bruxelles, 2001)

«Le violenze che sono già costate la vita a più di trentamila siriani stanno distruggendo anche il patrimonio culturale» [1]. A queste notizie ormai siamo abituati e, un po’ alla volta, non ci facciamo più caso. In realtà la situazione è drammatica, molto più ampia e coinvolge numerose aree in tutto il mondo. In un processo di evoluzione a senso unico della “cultura del rischio” viene esaltata una tecnologia spettacolare e spesso sproporzionata rispetto a realtà più semplici. Al tempo degli inizi dell’aggressione americana all’Iraq i telegiornali facevano a gara a spiegare le caratteristiche degli armamenti, i tipi di aereo e delle bombe, evidenziando quali componenti erano state fornite dall’industria italiana (in violazione della legge 185/90); i giornali pubblicavano figurine dei marines con le loro attrezzature individuali (ogni marine aveva addosso qualche decina di migliaia di dollari) che non servivano certo per andare sulla luna. La “pace di dissuasione” dispone di mezzi di una capacità organizzativa e risorse economiche che, altrimenti usate, avrebbero potuto davvero risollevare lo stato di sottosviluppo di quelle popolazioni che, invece, sono state duramente colpite.

Distruggere per ricostruire. Come avviene sempre durante una guerra moderna, soprattutto se a carattere etnico [2], il patrimonio architettonico (e ancor più quando svolge un ruolo di simbolo della cultura dell’altra parte), le infrastrutture strategiche e le attrezzature di servizio sono oggetto di azioni distruttive di una violenza altrimenti impensabile se non ci fossero freddi calcoli di guadagno nella distruzione stessa (mercato delle armi) e, poi, nella bonifica e nella ricostruzione. La ricostruzione postbellica, infatti, si sta rivelando l’affare più ricco di questi anni con la realizzazione di opere che, però, saranno basate su modelli quasi sempre del tutto estranei alla cultura locale. È ricorrente, per esempio, la sostituzione di edifici “tradizionali” (che pure avevano dato dimostrazione di una non indifferente affidabilità costruttiva e di un comfort abitativo) con strutture in cemento armato la cui inadeguatezza alle condizioni locali è destinata a manifestarsi in breve tempo [Fig. 1 - Fig. 2 - Fig. 3].

È noto come i programmi di ricostruzione (e perfino le gare d’appalto) siano spesso preparati ancora prima degli eventi distruttivi a tutto vantaggio delle stesse nazioni che provocheranno le distruzioni [3]. I modelli adottati si rivelano funzionali più al “vincitore-ricostruttore” che alle popolazioni locali. Importante diventa il ruolo di tecnici (spesso all’oscuro delle storie, dei materiali tradizionali e delle consuetudini costruttive locali) chiamati dai “vincitori-imprenditori” a realizzare manufatti che sono una copia approssimativa di modelli di importazione. I risultati sono terribili edifici destinati alle popolazioni locali e ridicoli villaggi turistici in stile destinati a un turismo dozzinale che verrà accuratamente tenuto lontano dalle realtà locali e che saranno gestiti con molta abilità dai “vincitori-manager” con il coinvolgimento solo strumentale e occasionale di mano d’opera locale [Fig. 4 - Fig. 5].

Un ruolo determinante rischia di averla la “politica culturale” quando interviene con operazioni solo apparentemente compatibili con le diverse realtà locali attivando, invece, procedure che di fatto impongono la cultura del vincitore e attivano meccanismi di mercato a vantaggio, ancora una volta, del vincitore. Il “vincitore-educatore” si può trovare a svolgere anche un utile ruolo di copertura per operazioni di controllo politico e di contenimento di possibili interessi locali autonomi. È noto come la “cultura” venga frequentemente impiegata per la lotta al terrorismo, utilizzando in maniera pretestuosa le Raccomandazioni Lotta contro il terrorismo attraverso la cultura (Consiglio d’Europa, 1687 del 2004). Un ruolo molto delicato (in parte inconsapevole, spesso giustificato da oggettive difficoltà occupazionali) è svolto da intellettuali e tecnici che, dopo essersi laureati e addottorati in Europa, tornano nei loro Paesi e trovano un ruolo in organizzazioni, statali o meno, che non di rado sono fortemente condizionate da interessi esterni. Ma qual è il vero ruolo di alcuni Istituti di cultura occidentali all’estero? Perché le sedi di molti Istituti nei Paesi in via di sviluppo e in quelli considerati “sensibili” hanno i tetti coperti di antenne?

Architetti, archeologi e storici possono rappresentare, talvolta, una categoria molto presente e potenzialmente pericolosa perché svolgono attività che sembrano neutrali, nascoste dietro un’alta specializzazione e, non di rado, solo apparentemente compatibile con la cultura locale. Agli inizi della guerra in Iraq erano stati rivolti inviti ad archeologi, antropologi e architetti occidentali per indagini archeologiche che, in realtà, si sono rivelate essere lo scavo delle fosse comuni dei morti curdi provocati dall’uso di gas di Saddam. Si pensi a cosa è successo nel Sud-Est asiatico e in Africa. L’esercito israeliano in avanzata verso il Sinai durante la guerra dello Yom Kippur (1973) era seguito da un gruppo di archeologi allo scopo di eseguire sondaggi archeologici nelle aree appena occupate. Più recentemente operazioni simili sono state eseguite nei villaggi della Cisgiordania, soprattutto a ridosso del muro di separazione che può subire modifiche nel tracciato per inglobare, oltre a riserve d’acqua, anche manufatti archeologici che vengono così esclusi dai percorsi turistici che potevano dare qualche vantaggio ai palestinesi [Fig. 6].

Di fatto, in alcuni casi, sostengono azioni di colonialismo culturale che sono destinate a provocare nuovi e più pesanti danni anche alle generazioni successive. Un esempio tra i tanti è rappresentato dalla progressiva perdita di conoscenze e abilità nel costruire tradizionale da parte di quegli operai palestinesi che, una volta abili nell’uso della pietra e della calce, sono impiegati nei cantieri israeliani dove sono prevalenti strutture in cemento armato e rivestimenti con lastre di pietra. In Arabia Saudita, d’altra parte, il governo obbliga le imprese straniere ad assumere almeno il 35% di manodopera locale; senza qualifiche professionali è facilmente adattabile a svolgere lavori di sola replica di quanto viene richiesto.

Restauri e scavi archeologici possono rappresentare (più frequentemente di quanto non si creda) solo l’occasione per assicurarsi quell’addestramento sul campo che a casa propria sarebbe stato più difficile e costoso. La cultura di una comunità non può essere considerata una semplice sommatoria di oggetti presenti/trovati; fondamentali sono le relazioni che si riesce a instaurare tra le parti, le attività formative che si riesce a gestire, il ruolo del sociale che si riesce a coinvolgere in ogni fase della faticosa costruzione di relazioni tra le parti [Fig. 7]. Sono proprio i tecnici che rappresentano il braccio operativo del potere poiché riescono a realizzare i progetti evidenziandone soltanto quegli aspetti che strategicamente possono essere maggiormente accettati dalle popolazioni locali [4]. Per fare un esempio: tutto l’entusiasmo per la costruzione di una nuova strada (vantaggi per l’indennizzo per i suoli, posti di lavoro per qualche mese, speranza di indotti successivi...) avrebbe ben altri esiti se si sapesse, in anticipo, che quella strada valorizzerà soltanto alcuni suoli (già comprati a prezzi vantaggiosi) declassificandone altri; che quella strada legittimerà espropri e privatizzazione di risorse (acqua prima di tutto); che quella strada faciliterà lo sviluppo di un centro commerciale che provocherà la scomparsa di tante piccole attività commerciali...

Lo stato di emergenza giornaliero nelle popolazioni locali non lascia spazio al futuro e non permette lo sviluppo di una consapevole coscienza di appartenenza sociale e culturale, ma tende a legittimare risposte inadeguate e che provocheranno, a loro volta, profonde incomprensioni e nuovi danni [Fig. 8 - Fig. 9 - Fig. 10].

Una ricca e articolata propaganda (la cui onestà non sempre è dimostrabile) è riservata alle attività di sostegno alla “cultura locale”. Una “guerra della propaganda” nella quale sono coinvolte, in vario modo, istituzioni a cui giornalisti e divulgatori scientifici danno un sostanziale contributo. Questa politica di “mediazione culturale” è stata avviata nel Vicino Oriente (ma anche in altre nazioni “in via di sviluppo”) dagli Usa e da altre nazioni europee alla fine degli anni Sessanta, dopo la disfatta araba di fronte a Israele, proponendosi come garanti di una politica culturale che la maggior parte dei governi locali, sia monarchici che repubblicani, per almeno tre decenni ha messo in disparte. Recentemente, in aree fortemente destabilizzate, tendono a svilupparsi le rivendicazioni di minoranze che chiedono libertà, democrazia, giustizia, ma anche quella dignità che riguarda le culture locali che decenni di colonialismo hanno contribuito a far dimenticare.

L’idea che l’intervento militare possa costituire una occasione per lo sviluppo (anche) culturale delle aree occupate è naufragata su tutti i fronti, come vicende più o meno recenti dimostrano in maniera molto chiara. D’altra parte, nell’addestramento dei militari non si riesce a trovare, se non da poco tempo, una adeguata attenzione al patrimonio storico e alla cultura locale. Le indicazioni date dalle Convenzioni sulla tutela dei beni culturali in caso di conflitto armato vengono facilmente annullate dalla decisione di un comandante che abbia ravvisato, a suo insindacabile giudizio, condizioni di necessità operative e di emergenza. La scelta di classificare, comunque, come terroristi i nemici autorizza operazioni di polizia che prevedono, in maniera generalizzata, la demolizione di case private, infrastrutture, ma anche monumenti storici e artistici, che si sospetta possano essere utilizzati come rifugio.

Tra i termini che caratterizzano i programmi in aree in guerra, e quelle del Vicino Oriente in particolare, i più frequenti sembrano essere quelli di exit strategy e ricostruzione. È evidente come le esperienze già fatte in questa direzione non sono servite a molto.

La exit strategy vuole giustificare una dignitosa uscita da una impresa che era stata preventivata come breve ed efficace (blitzkrieg), ma che si è rivelata molto più insidiosa e lunga; la seconda per giustificare affari economici nascosti dietro la sbandierata idea che gli sforzi militari, per fare un esempio particolarmente attuale, «sono stati valutati principalmente in base ai benefici che offrivano al nemico sconfitto piuttosto che agli americani» [5]. Il conto economico del ritiro dalle aree di battaglia è anch’esso elevatissimo. La “guerra preventiva” di Bush è stata il pretesto per un rafforzamento della sua politica in patria basandosi sulla paura montata in maniera pretestuosa con l’appoggio di una efficace propaganda. Di fatto, si rivelerà in breve tempo «l’equivalente eufemistico di aggressione a piacimento» [6] che faciliterà, da una parte, l’arrembaggio di aziende straniere (e perciò efficacemente definite “avvoltoi di guerra”) nell’economia locale e, dall’altra, provocherà una più radicale ed estesa reazione locale contro l’invasione [Fig. 11].

Il ritiro francese dall’Afghanistan, per fare un esempio, comporterà diverse decine di milioni di euro. «La Tribune», sulla base di fonti ufficiali, ha stimato che il costo per il rimpatrio di un container da Kabul potrà variare da 5.000 euro a oltre 30.000 a seconda della rotta scelta. A proposito di container: chi ne controllerà il contenuto? In regioni dove era già attivo un ricco mercato clandestino, spesso controllato da funzionari statali, i furti nei musei e nelle aree archeologiche sono aumentati in occasione delle prime campagne militari tanto da registrare un’offerta molto ampia di reperti archeologici sui mercati occidentali [7].

Le previsioni di spesa per il ritiro non tengono conto dei danni che verranno ulteriormente provocati a causa dello smantellamento delle basi, avamposti e postazioni che non sono stati ceduti alle autorità locali. Gli americani sostengono che gli afgani non sarebbero in grado di gestire tutte le basi che invece, secondo il governo di Kabul, potrebbero essere destinate a scuole, ospedali e altre attrezzature pubbliche. Il problema delle demolizioni, già grave per suo conto [8], diventerà ancor più problematico perché le demolizioni non prevedono lo sgombero delle macerie e la bonifica da materiali inquinanti e potenzialmente pericolosi. Una parte degli armamenti, inoltre, non potrà essere reimportata “per motivi di sicurezza” e dovrà, quindi, essere necessariamente impiegata in loco. Non poche strutture architettoniche si trovano nei centri abitati; tutt’intorno già altre demolizioni erano state effettuate, per assicurare un adeguato spazio di sicurezza creando “isole strategiche” che non hanno certo tenuto conto dell’eventuale valore architettonico o storico dei manufatti [Fig. 12]. Si aggiunga, inoltre, l’incidenza dei costi necessari per restaurare (ammesso che sia ancora possibile) quella vasta parte di edifici statali che, da una parte combattente o dall’altra, sono stati fortemente danneggiati. Alcune parti strutturali sono state abbattute mentre spoliazioni sono state effettuate in estensione. Dopo un conflitto, soprattutto se a carattere etnico, la situazione tende a presentare un più elevato livello di danneggiamento a causa dell’impegno posto proprio nella cancellazione sistematica di testimonianze di una cultura ritenuta nemica. O quantomeno estranea e certamente non compresa. Se interverrà nella ricostruzione, il vincitore impegnerà grandi risorse per la “bonifica” dei territori per assegnare loro una nuova fisionomia che sia al massimo diversa da quella originaria e più funzionale alle nuove esigenze.

È evidente come la fine di una guerra non coincida automaticamente con l’inizio della pace.

La ricostruzione di Paesi devastati da anni di guerra non può essere improvvisata [Fig. 13 - Fig. 14 - Fig. 15]. Lo dimostrano con molta chiarezza gli interventi finora eseguiti in diverse parti del mondo, inefficaci dal punto di vista funzionale e di forte carico economico per le stesse popolazioni colpite. Il caso Iraq, anche da questo punto di vista, è esemplare. Il programma americano di ricostruzione, pubblicizzato come il nuovo Piano Marshall [9], deve dichiarare fallimento su tutti i fronti. Ad eccezione, ovviamente, che per i contractors (tra questi la Blackwater, DynCorp, Bechtel e, soprattutto, la Halliburton che si riveleranno le più forti sostenitrici e finanziatrici della rielezione di Bush) che si sono divisi una larga parte dei finanziamenti. Il Rapporto del SIGIR (Office of the Special Inspector General for Iraq Reconstruction) è una dura condanna di oltre 500 pagine alla politica americana, agli errori fatti già nelle prime fasi dell’occupazione che sempre più chiaramente si rivela giustificata soltanto dal petrolio. L’agenzia US-Aid pubblica periodicamente un bollettino («Iraq Reconstruction Weekly Update. Reporting progress and good news») che presenta la ricostruzione in Iraq come una serie infinita e consequenziale di successi. In realtà, la maggior parte dei rapporti indipendenti [1 ] ha presentato una realtà opposta e dimostrato che i rapporti ufficiali sono falsi [11]. La maggior parte dei cantieri, se avviati, erano stati abbandonati oppure condotti in maniera incompleta. I primi interventi sono stati pagati con il Development Fund of Irak, finanziato dalle esportazioni petrolifere, e il residuo del programma Petrolio contro cibo. In pratica, gli iracheni si sono pagati le prime opere di ricostruzione degli apparati produttivi con le loro risorse, controllate però dagli occupanti, ma con risultati certamente inferiori alle riparazioni che il regime di Saddam aveva eseguito alle infrastrutture dopo i bombardamenti del 1991.

In Iraq la improvvisazione nel settore dei beni culturali (ma anche in generale) è resa evidente dalla scarsità di informazioni che americani e britannici avevano del territorio. Pare vera la notizia secondo la quale la preparazione del piano per la ricostruzione si sia basata sulla guida turistica Lonely Planet. Il «Sunday Mirror» che ha divulgato la notizia ha proposto un significativo confronto tra due edizioni della stessa guida. Nel 1994 scriveva che «L’Iraq ha le radici nella Storia […] Ci sono molti luoghi interessanti da visitare», in quella del 2007: «È uno dei posti più pericolosi della terra. Gli occidentali sono obiettivo di rapimenti e di attacchi suicidi» [12].

Un nuovo dinamismo dell’economia irachena, provocato dalla riattivata produzione petrolifera, si rende evidente soprattutto nell’edilizia e nelle attività a valle del petrolio. La mancanza drammatica di alloggi comporterà un grande impegno che prevede la costruzione di 2,5 milioni di nuovi alloggi entro i prossimi tre/quattro anni e un forte rilancio del turismo, quello religioso in particolare prevedendo nuovi alberghi, anche di standard molto elevato, e ristrutturazioni urbane mirate alla formazione di villaggi di accoglienza. Non è difficile verificare come sempre più frequentemente le politiche di sviluppo turistico (il cosiddetto “turismo culturale”, in particolare) spesso sostenute proprio da chi ha provocato le distruzioni, presentino caratteri fondamentalmente coloniali che contribuiscono in maniera determinante alla definitiva scomparsa delle culture locali. Il personale locale, indipendentemente dalla qualifica professionale, viene usato prevalentemente come forza lavoro a basso costo senza che possano ricavarne concreti vantaggi in termini di ampliamento di conoscenze e abilità che potranno essere spese in maniera autonoma. Eppure, il cantiere di restauro potrebbe facilitare lo sviluppo di un senso di appartenenza e di responsabilità. L’intervento di restauro può essere una preziosa occasione che coinvolge una comunità e crea occasioni per il recupero di buoni livelli di consapevolezza culturale e civile. Allo stesso tempo, può favorire riflessioni su un senso collettivo della riscoperta e tutela delle storie locali e delle conseguenze che un monumento possa diventare lo specchio in cui parte della collettività può riconoscere se stessa evitando il rischio di una nuova e più grave perdita di identità.

In questi processi, collocati in una rassicurante “neutralità”, il ruolo degli architetti e degli ingegneri rischia di assumere un rilevante peso e contribuire in maniera irreversibile alla valorizzazione o alla distruzione del patrimonio ambientale e storico [13].

Allora è vero che non sparano, ma possono comunque fare grandi danni.

 

[Fig. 1] Damasco, un malinteso senso dell’architettura “moderna” che ricorda solo nella forma l’architettura tradizionale. Come questa è dimensionata nonostante l’impiego di strutture in cemento armato.

[Fig. 2]Paphos, Cipro, sui ruderi di una vera villa romana è stato costruito un albergo (Roman Hotel, ovviamente) in forme che vorrebbero ricordare un edificio romano. Il danno non risiede soltanto in questa realizzazione quanto piuttosto nel fatto che rischia di diventare un esempio da imitare e da riprodurre in altri edifici.

[Fig. 3] Paphos, Cipro, sui ruderi di una vera villa romana è stato costruito un albergo.

[Fig. 4] Gerusalemme, edifici in cemento armato rivestiti in elementi lapidei di piccolo spessore condizionano l’architettura di molte aree del Vicino Oriente in netto contrasto con l’architettura all stone che, invece, caratterizza l’edilizia tradizionale.

[Fig. 5] Gerusalemme, edifici in cemento armato rivestiti in elementi lapidei di piccolo spessore condizionano l’architettura di molte aree del Vicino Oriente in netto contrasto con l’architettura all stone che, invece, caratterizza l’edilizia tradizionale.

[Fig. 6] Palestina, il rudere di una casa abbattuta durante la prima Intifada è stato “musealizzato” come elemento significativo per la storia del villaggio di Artas.

[Fig. 7] Beiruth. La ripresa della vita dopo le devastazioni della guerra. Sistemazione provvisoria delle facciate dei negozi a piano terra con pannelli dipinti che simulano la normalità.

[Fig. 8] Betlemme, Il qal’at al Buraq “ricostruito” e trasformato per farne un villaggio turistico con materiali e tecnologie estranee alla cultura di quella regione (foto O. Hamdan).

[Fig. 9] Sarajevo. La biblioteca dopo la devastazione (foto F. Maniscalco).

[Fig. 10] Atene, sollecitazioni e inquinamento sui monumenti possono dipendere anche dalle esigenze di un turismo poco attento ai problemi conservativi.

[Fig. 11] Gli spazi tra le case abbattute vengono immediatamente rioccupati dagli abitanti. In seguito alcune case verranno ricostruite con tecnologie diverse (foto B. Schwaiger).

[Fig. 12] US Army, Tank Company Infantry Regiment, 1949, tre pagine del manuale, con indicazioni sul ruolo dei carri armati nell’occupazione e distruzione di centri abitati.

[Fig. 13] Beiruth, protezioni con sacchi di sabbia di un edificio (foto G. Mengozzi).

[Fig. 14] Beiruth, un quartiere ricostruito con tecnologie e tipologie del tutto estranee alla regione.

[Fig. 15] Una delle pattuglie dell’esercito italiano poste a protezione di monumenti e siti storici in aree di guerra (foto F. Maniscalco).

[Fig. 16] Pagine delle regole d’ingaggio delle forze di coalizione in Iraq.

 

NOTE
[1
]
«La situazione è grave quanto quella in Iraq nel 2003». Il 29 settembre un grande incendio ha danneggiato 1.500 negozi dell’antico suq di Aleppo, il più grande di tutto il Medio Oriente. La notizia (in «Internazionale», 969, ottobre 2012, p. 33 che cita Al Masry al Youm) bene compendia la terribile situazione in cui si trova oggi la Siria.
[2] Non a caso, chiese, sinagoghe e moschee rappresentano i principali obiettivi di atti terroristici così come i passanti vicino ai mercati e ai luoghi di cultura corrono i maggiori rischi di essere presi di mira dai cecchini.
[3] Ovviamente, nel caso dell’Iraq, non sono previsti appalti per le nazioni che come Francia, Germania e Russia non hanno partecipato alla guerra; sono riservati invece alle nazioni che hanno appoggiato gli Usa. L’Italia (meglio, alcune imprese italiane) ha un posto preminente nella ricostruzione in quanto terzo Paese per numero di soldati. È evidente come la ricostruzione sia la parte più interessante del bottino. Da almeno un paio di anni alcuni giornali economici italiani danno largo spazio alle notizie sulle opportunità di investimento in Iraq, nel settore delle costruzioni innanzitutto, prevedendo che l’economia di quel Paese «possa crescere attorno al 14% e proseguire su livelli analoghi anche negli anni successivi» e, quindi, offrire «rilevanti opportunità alle aziende italiane» (Newmercati: Iraq: ricostruzione e opportunità di investimento, 24 maggio 2012, <http://www.newsmercati.com>).
[4] Alcune nazioni si trovano a dipendere da forti indebitamenti e da donatori stranieri che, però, tramite ONG di comodo, gestiscono direttamente i fondi decidendo come e dove spendere i soldi.
[5] D. Pipes a proposito della Diga di Mossul (la Diga di Saddam), cit. in R. Santoro, Iraq, la ricostruzione è stata un fallimento (per il New York Times), in «l’Occidentale», 15 dicembre 2008, <http://www.loccidentale.it/node/63196>.

[6] N. Chomsky, Tempi difficili, in «Internazionale», 532, 2004, p. 15.
[7] Se ne è avuta una eloquente traccia anche sul mercato telematico. È noto come i frammenti di opere danneggiate al Museo archeologico di Baghdad rappresentino soltanto una piccola parte (solitamente reperti di grande taglia e quindi più difficilmente trasportabili) di quella che si sarebbe invece dovuta trovare. Nel luglio 2003 gli americani avevano annunciato una esposizione di tesori provenienti da Nimrod e che da loro erano stati salvati. In realtà si trattava di materiali conservati nei depositi della banca centrale di Baghdad dagli inizi degli anni Novanta e non erano a rischio. I guardiani era fuggiti alle prime avvisaglie di guerra portando via le chiavi tanto da impedire a chiunque di mettervi mano.
[8] Una parte degli edifici è stata demolita perché utilizzata come obiettivi provvisori per “aggiustamento del tiro”. In altri casi, per evitare le imboscate nelle stradine dei centri storici, i militari hanno creato dei percorsi alternativi attraverso le case, sfondando le pareti di edifici adiacenti e danneggiando edifici monumentali. Secondo le stime dell’UNDP (United Nations Development Programme) l’operazione Piombo Fuso ha prodotto a Gaza circa 600.000 tonnellate di macerie (cemento in frantumi, ferro, legno, amianto). A queste vanno aggiunte montagne di rottami provenienti dalle case delle colonie evacuate di Gush Katif .
[9] Bisogna ricordare che nel 1947 il Piano Marshall per la ricostruzione dell’Europa è stato avviato con una concessione economica alla Grecia per evitare che potesse cadere sotto il controllo sovietico. L’“arma economica” avrà un impatto indiretto molto efficace: il 70% dei fondi è stato versato sotto forma di aiuti alimentari e beni di necessità il primo anno e ha contribuito a formare l’immagine di una America generosa. Una vera valanga di finanziamenti è stata recentemente finalizzata a uno sviluppo del mercato ritenendolo anche (erroneamente) efficace per una lotta al terrorismo in diverse parti del mondo.
[10]
Klynveld, Peat, Marwick e Goerdeler; Ernst and Young per conto dell’International Advisory Monitoring Board.
[11] Poco dopo l’inizio delle ostilità è stato chiaro che la maggior parte degli appalti per la ricostruzione era stata assegnata senza gara a imprese che avevano collegamenti con l’amministrazione Bush. Lo scandalo maggiore, però, consisteva nel fatto che le poche infrastrutture esistenti (sopravvissute all’abbandono derivato dall’embargo americano protrattosi per molti anni) avrebbero potuto essere salvate e che soltanto una minima parte dei fondi messi a disposizione sono arrivati a destinazione mentre di metà dei fondi si è persa ogni traccia. La Casa Bianca ha definito questa scomparsa «il più grande furto della storia americana» (S. Bowen, ispettore speciale per la ricostruzione in Iraq). I lavori effettivamente eseguiti sono comunque di scarsa qualità con contratti e collaudi spesso falsificati o inesistenti.
[12] Vedi Bbc, gli Usa per ricostruire l’Iraq usano una vecchia guida turistica, in «la Repubblica», 28 ottobre 2007, <http://www.repubblica.it/2007/10/sezioni/esteri/iraq-120/lonely-planet/lonely-planet.html>.
[13] Qualche anno fa, in volo per la Giordania, ho avuto l’occasione di incontrare un architetto italiano (da qualcuno ritenuto una archistar) che andava in un Paese del Golfo. Io gli ho raccontato del lavoro di restauro che stavamo facendo e lui mi ha parlato di quell’albergo che stava progettando nel deserto. La cosa che più mi ha colpito (e soprattutto ha colpito i giovani laureati che erano con me) è stata la giustificazione che ha dato alle nostre perplessità sulla compatibilità del suo intervento con la cultura locale e sul rispetto per l’ambiente: «l’architetto deve lasciare il segno del suo passaggio, indipendentemente da tutto. E poi, se non lo faccio io (che comunque sono il migliore) lo fa qualcun altro».