Text Size

ABSTRACT  |  PDF  |  STAMPA

square  UN PATRIMONIO IN TRINCEA.
IL TERRITORIO PALESTINESE OCCUPATO.

Olimpia Niglio

 

Con la dicitura “Territorio palestinese occupato” intendiamo due regioni discontinue della Palestina: la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, le cui vicende storiche e politiche sono molto complesse e trovano le loro ragioni anche in eventi a noi molto lontani. Questa particolare situazione politica, solo in parte affrontata con gli Accordi di Oslo del 1993 e dalle successive intese che s’impegnavano alla normalizzazione delle relazioni d’Israele col mondo arabo, oggi più che mai versa in uno stato allarmante e molto preoccupante. Ciò che osserviamo quotidianamente è la perdita di un ricco patrimonio culturale e umano sul quale intendiamo soffermare la nostra attenzione.

La contraddittoria e complessa contesa politica degli ultimi anni, accompagnata dalla distruzione del paesaggio e dalla crescente pressione edilizia contemporanea sui centri storici, sono solo alcuni dei fattori che rendono fondamentale sollevare in ambito internazionale un’attenzione prioritaria e soprattutto costruttiva su un patrimonio in trincea. È fondamentale tentare di comprendere le ragioni profonde delle azioni e dei fenomeni che sono in atto e le possibili strade da intraprendere per una sua possibile conservazione e valorizzazione.

Sull’argomento nel 2009 è stato pubblicato un interessante volume curato dall’architetto Elisa Palazzo dell’Università di Firenze, Rehabilitation planning in the historical towns of the occupied Palestinian territory [1] con contributi di autori italiani, palestinesi e membri dell’UNESCO. Il volume ha posto le basi per avviare un dettagliato processo di conoscenza riguardante la straordinaria ricchezza del patrimonio costruito, delle strutture antropiche e dello sviluppo urbano che nonostante tutto ancora è visibile in alcune delle città più antiche e simboliche della storia dell’umanità: Hebron, Jericho, Betlemme, Gerusalemme Est, Ramallah, ecc.

Questo volume ha infatti avuto l’obiettivo primario di far conoscere il valore e la qualità del patrimonio costruito storico della Palestina, ancora poco noto e solo parzialmente studiato, nonché di presentare una selezione di importanti progetti e di piani significativi, in parte realizzati o in corso di esecuzione, che si occupano della conservazione e rivitalizzazione dei centri storici palestinesi.

Le esperienze esaminate sono numerose e si muovono in diverse direzioni. Tuttavia emerge chiaramente come il patrimonio culturale costituisca il riferimento centrale e fondamentale per un riscatto sociale, economico e culturale in relazione ai difficili aspetti socio-politici di un’area in crisi. In un Paese dove l’architettura è profondamente legata alla geopolitica in quanto elemento determinante nel controllo del territorio, la conoscenza e la conservazione del patrimonio costruito e quindi dei centri storici palestinesi assumono un valore strategico come pratica di rivendicazione culturale contrapposta alla modernizzazione forzata degli insediamenti coloniali israeliani.

Non si tratta qui di tutelare il singolo edificio, il singolo monumento, ma piuttosto di riconoscere il ruolo fondante della città al fine di valutare la conservazione di quel sistema di relazioni e di strutture territoriali associate ai centri storici e che caratterizzano il Territorio palestinese occupato.

Sono stati questi alcuni dei temi trattati anche in occasione di un seminario internazionale che si è svolto a Roma il 1° ottobre del 2009 in occasione della presentazione del volume curato da Elisa Palazzo precedentemente citato e che ha visto la partecipazione della scrivente, di Alberto Parducci dell’Università di Perugia, di Azzam Hjouj, già Direttore generale del Dipartimento di pianificazione e organizzazione architettonica Ministero dell’autorità locale ANP (Autorità Nazionale Palestinese) e di Suad Amiry, Direttrice del Riwaq Center per la Conservazione dell’Architettura di Ramallah.

 

1. Il paesaggio urbano del Territorio palestinese occupato: breve storia

Non vi è alcun dubbio che il ruolo della città storica e della sua stratificata presenza sul Territorio palestinese occupato costituisca un punto di forza e di riferimento all’interno di quel processo di valorizzazione quotidianamente offuscato dalle pressioni politiche avverse.

Certo non è facile percorrere il processo di nascita e di formazione dei centri storici delle città palestinesi all’interno della loro complessità e del loro significato valutato nel decorso della storia.

Tuttavia in questo contesto è fondamentale ricordare che stiamo parlando di un territorio che per secoli è stato la culla della civiltà e della cultura che ha posto le basi per lo sviluppo delle civiltà future.

Certamente vale la pena accennare alla formazione delle città palestinesi antecedenti all’età classica e precisamente risalenti ai tempi dei Cananei (ottavo millennio a.C.) quando l’uomo della pietra cominciava a stabilizzare i propri insediamenti per sviluppare e praticare l’agricoltura, la caccia e la pesca. È questo il periodo in cui il territorio della Palestina diviene la “culla delle civiltà” dove si formarono e si svilupparono i primi centri, poi trasformatisi, col passare del tempo, in un sistema di città-stato indipendenti tra loro e con una loro ben definita identità [2]. Queste città-stato erano generalmente organizzate intorno a un palazzo centrale, a un luogo di culto, a un piccolo mercato con abitazioni private e a una rete di vie di comunicazione e circolazione interna.

Con l’età classica queste città furono interessate da un processo di sviluppo graduale e principalmente con la civiltà persiana (550-334 a.C.) ebbero anche ruoli difensivi oltre a fare da “ponte territoriale strategico” con l’Egitto e la Grecia. In questo periodo le città iniziarono a strutturarsi anche militarmente e a rafforzare i propri sistemi di difesa e quindi di fortificazione.

Con l’arrivo di Alessandro il Macedone in Palestina ebbe inizio il periodo Ellenistico (334-363 a.C.), che introdusse due modelli: il primo relativo ad alcuni aspetti tipologici e architettonici degli edifici, nonostante si sia continuato a costruire secondo i modelli tradizionali; il secondo relativo a un nuovo modello urbano denominato Heibodame, cioè “a scacchi”, dove la fortificazione delle città presentava mura con le torri. Inoltre, in questo periodo, veniva data molta importanza agli edifici pubblici come i palazzi, i luoghi di culto, le terme pubbliche. Tutto questo trovò conferma durante la dominazione romana (63 a.C.-395 d.C.) in cui le città storiche palestinesi vissero un periodo di forte sviluppo economico e architettonico con la costruzione di fortezze, mura urbane e grandi lavori di pavimentazione delle vie pubbliche; un caso esemplare è quello di Gerusalemme. Con la diffusione del Cristianesimo furono costruiti nuovi centri, come Imuass, e furono ricostruite e ampliate alcune città storiche come Nablus e Gerusalemme (Elia Capitolina). Con la dominazione dell’Impero bizantino (395-636 d.C.) si diffuse la costruzione di chiese, da cui la edificazione della Natività a Betlemme e quella della Resurrezione a Gerusalemme, mentre le città conobbero un’ulteriore fase di sviluppo con un aumento della popolazione e un processo attivo di commercializzazione e di sviluppo dell’arte. Questi territori divennero ben presto la porta di accesso per l’espansione in Oriente attraverso la mitica Via della Seta [3]. I destini di questi territori seguirono ben altre direzioni tanto che molti studiosi si continuano a interrogare sullo «stupefacente contrasto tra il Medio Oriente che ci viene consegnato dalle grandi scoperte archeologiche e dalla storia degli Imperi che si sono succeduti fino al brillante califfato abbaside e le immagini di sottosviluppo economico e culturale generalizzato che ci giungono oggi. […] D’altro canto, il regno degli Ottomani, che segue secoli di instabilità, di insicurezza e dispute religiose, congelando il dogma e il pensiero religioso, ha contribuito a frenare lo slancio creatore e innovatore che fino a quel momento aveva contraddistinto la cultura islamica» [4].

Questa breve nota storica consente di elaborare delle riflessioni sul ruolo che questi territori, attualmente parte dell’“arcipelago palestinese”, hanno svolto in poco meno di un millennio, operando laboriosamente per dar vita a un interessante percorso culturale ed espansionistico fondamentale per lo sviluppo della civiltà e dell’umanità. Tale percorso ci induce a riflettere e a interrogarci anche su un possibile significato e ruolo dell’architettura palestinese. Al riguardo così scrive Suad Amiry:

«The question of what is Palestinian architecture is similar to that of what is Islamic Architecture? And how is Islamic architecture different from Arab architecture? And how is the latter different from Palestinian architecture?

One must always be wary of talking about new nation or new state formation architecture such as “Palestinian architecture”. Hence when talking about the region’s architecture, it is less problematic to talk about architecture in Palestine rather than “Palestinian architecture”. The first refers to all architectural styles found in Palestine from the different historic periods - whether Hellenic, Roman, Byzantine, Umayyad, Abbasid, Fatimid, Crusaders, Ayoubid, Mamluk, Ottoman, or British Mandate - until today.

It should also be remembered that these styles are often found in cities rather than in villages. In the case of Palestine - which played a relatively marginal political and economic role in comparison to Cairo, Damascus and Baghdad - architectural styles (Crusader, Mamluk and Ottoman) are mostly found in towns which played a regional role such as Jerusalem and Acre and to a lesser extent in Nablus and Hebron. Architectural styles are also related to “noble architecture”; that is architecture of the political elite and urban or rural notables» [5].

Certamente città come Gerusalemme, Betlemme e Acri (Akko) [6] custodiscono un patrimonio architettonico e culturale millenario, testimonianza dei differenti periodi storici che hanno caratterizzato la cultura architettonica di queste coste dell’area mediorientale mediterranea.

 

2. Il paesaggio urbano del Territorio palestinese occupato oggi

In questa antica “culla delle civiltà” in poco più di due millenni tutto questo patrimonio è stato posto in trincea o in parte occupato e dilaniato dalle scelleratezze politiche che non trovano alcun riferimento con il valore culturale che questi territori per secoli hanno tramandato al resto del mondo [7] [Fig. 1].

«È però a tutti abbastanza evidente – scrive Azzam Hjouj – che le città storiche nel loro insieme e nel loro contenuto rappresentano e rispecchiano un patrimonio culturale, architettonico e di civiltà: esse sono un patrimonio culturale in quanto contengono, dove esistono, le radici antiche della civiltà e della società e sono l’espressione più evidente della loro identità e dei loro sistemi di valori, nonché la testimonianza di ciò che questa società ha potuto trasmettere all’umanità in termini storico-culturali. Perciò, queste città storiche sono la vera rappresentazione dei passati modi di vivere, pensare, comunicare e socializzare di diverse antiche società che ci hanno lasciato queste città simbolo ricche di etica, valori e fonti culturali su cui possiamo costruire il nostro sviluppo e la nostra modernizzazione. Queste città costituiscono anche un patrimonio urbanistico-architettonico attraverso l’organizzazione degli spazi, la rete delle strade e, soprattutto, attraverso le costruzioni architettoniche, con le loro funzioni e tipologie, che sono l’espressione del livello scientifico e della conoscenza che l’uomo nel passato ha raggiunto nel costruire questi simboli architettonici e di arte umana. Per non dimenticare anche che la storia di una società e di una civiltà si può leggere attraverso i disegni, i simboli e le scritture lasciati sui muri degli edifici che raccontano una vecchia storia di sviluppo. Inoltre, queste città storiche sono un patrimonio di civiltà susseguitesi nel tempo e oggi rappresentano un libro aperto per leggere i luoghi in cui si incrociano, si integrano e si completano gli elementi storici di cultura, arte, filosofia di vita e di sviluppo, a cui bisogna tornare spesso per cercare e trovare i punti di contatto e di continuazione con le radici del passato civile» [8].

Questi contenuti culturali, storico-architettonici e di civiltà delle città storiche del Medio Oriente si riflettono e si trovano principalmente negli insediamenti urbani e nei villaggi storici palestinesi che costituiscono il prodotto originale delle prime nascenti civiltà nel mondo, oltre a essere stati un ponte e un luogo per il susseguirsi di civiltà dalla nascita dell’uomo, dall’età della pietra fino ad oggi. Nel corso della storia si sono costruite e si sono formate le città storiche palestinesi, fin dalla costruzione dei Cananei a Jericho, prima città nel mondo, dove da millenni si lotta per uno stato indipendente. In quest’ottica e finché questo obiettivo non si realizzerà, la società e le città storiche palestinesi si trovano davanti alla sfida di conservare, riqualificare e rivitalizzare il loro variegato patrimonio storico-culturale ereditato. È fondamentale perseguire questo obiettivo al fine di salvaguardare l’identità culturale e sociale di questa popolazione e del suo territorio.

Da un punto di vista decisionale e professionale la realtà non è certo delle più semplici. I contributi e le azioni attivate anche a livello internazionale da Suad Amiry aprono sfide di carattere etico, tecnico, teorico, pianificatorio e politico, in cui l’attivazione di qualsiasi azione di riqualificazione e progetto di valorizzazione risulta fondamentale per procedere concretamente in quel processo di conservazione e trasmissione degli elementi identitari storico-culturali di questo territorio occupato [9] [Fig. 2 - Fig. 3 - Fig. 4 - Fig. 5].

Tale processo di conoscenza e conservazione deve essere commisurato alle tradizioni di questa area del mondo, territorio di diverse culture e civiltà, nonché territorio in cui sono nate e si sono sviluppate le tre religioni monoteistiche del mondo. Ciò rappresenta per noi tutti una ulteriore possibilità e una opportunità unica per trarre beneficio da questo patrimonio come risorsa culturale, religiosa, storica ed economico-turistica, in modo tale che la riqualificazione delle città storiche si possa riflettere sui luoghi e nello spazio in un modo corretto, rispettoso ed equilibrato. Tutto questo patrimonio di conoscenze può trovare un valido supporto anche all’interno dell’interessante contributo culturale della Traditional Knowledge World Bank accanto all’Istituto UNESCO sulle conoscenze tradizionali, l’International Traditional Knowledge Institute [10].

Entrambe queste istituzioni operano per favorire la conoscenza e la conservazione delle tradizioni culturali dell’intera umanità, riconoscendo in queste un profondo valore di scienza e di economia fondamentale per favorire lo sviluppo locale, la tutela degli ecosistemi e dei paesaggi culturali. Rispetto al nostro contesto di studio sia la Traditional Knowledge World Bank che l’International Traditional Knowledge Institute promuovono il rispetto dei diritti umani delle singole comunità al fine di poter garantire il loro sostentamento, preservare le loro risorse, la loro identità e le differenti credenze culturali. Missione di queste istituzioni è anche di contribuire a rinforzare le singole comunità e le istituzioni locali, maggiormente interessate da rischi e catastrofi non solo naturali, nei processi decisionali e di sviluppo [11]. Sono questi solo alcuni dei principali impegni svolti, ma che hanno ripercussioni molto importanti anche all’interno del territorio palestinese [Fig. 6].

 

3. La Carta di Betlemme del 2008

Il 21 Dicembre 2008 a Betlemme è stata sottoscritta dai massimi rappresentanti del Governo, dalle Municipalità, dal Console Generale d’Italia a Gerusalemme e dal rappresentante dell’UNESCO la Carta di Betlemme (Charter on the Safeguarding of Palestinian Historic Towns and Urban Landscapes) [12]. Il documento propone una riflessione metodologica e programmatica finalizzata alla salvaguardia delle città e dei territori non urbanizzati della Palestina. L’interesse internazionale del documento va così a inserirsi all’interno di un contesto scientifico molto ampio che individua, nelle Carte e nelle Convenzioni stipulate a partire da quella di Atene del 1931, importanti principi di riferimento per la conservazione dei monumenti e delle città storiche.

La Carta trova le sue valide ragioni nel fatto che nella maggioranza dei casi che è possibile osservare nel Territorio palestinese occupato, in particolare in alcune interessanti esperienze compiute soprattutto a Ramallah e Nablus, vi è una forte concentrazione di impegno progettuale ed esecutivo. Tali interventi sono finalizzati alla conservazione, al restauro e alla riabilitazione di edifici soprattutto residenziali di riconosciuto valore storico e culturale, ma realizzati singolarmente senza un adeguato riferimento a un piano di salvaguardia generale della città storica a cui ci si riferisce.

Infatti in molti casi questi progetti di carattere tecnico-architettonico vengono programmati ed eseguiti tralasciando del tutto l’importanza di doversi riferire all’uso di strumenti urbanistici e a una pianificazione concertata. Si avverte sempre di più l’esigenza di inquadrare all’interno di un piano di conservazione integrata tutte le opere di salvaguardia del patrimonio urbano palestinese.

Risulta infatti impossibile operare sul territorio, in cui permangono solo politiche settoriali di recupero, senza un quadro di riferimento di pianificazione urbana ben delineato. A supporto di tutto questo la Carta di Betlemme fornisce un primo importante strumento per iniziare ad attivare una politica di salvaguardia unitaria e programmatica sul territorio. Infatti osservando gli obbiettivi dei diversi programmi di recupero attivati è facile riscontrare il carattere individualistico dei contenuti dei singoli progetti, che però non sono legati a nessun piano di conservazione generale e soprattutto definito da chiare e concrete finalità.

Tutto questo ci porta a dire che urge uno strumento di previsione e di coordinamento generale nel quale i diversi programmi di intervento sui monumenti, sia archeologici che di edilizia più recente, possano trovare una loro collocazione, creando una complementarietà fra piano urbanistico e programma d’intervento.

D’altro canto è sempre più complesso attivare questi buoni propositi soprattutto a causa delle ingerenze politiche settoriali e di scarsa sensibilità culturale e umana che danno vita a fenomeni oggi più che mai discutibili e inammissibili come la costruzione dei muri separatisti all’interno del Territorio palestinese occupato.

Così all’interno di un contesto geografico e politico complesso e frammentato, e nonostante la mancanza di supporti istituzionali per la elaborazione di buone pratiche nei progetti di conservazione, non mancano casi esemplari come quelli di Nablus, Hebron e Gerusalemme [13].

I progetti attivati in questi centri storici hanno messo in risalto le capacità anche delle istituzioni locali, supportate da quelle internazionali, di saper recuperare le carenze tecniche, la loro capacità di portare finanziamenti e accedere a risorse finanziarie, nonché la loro capacità di implementare, anche se non senza difficoltà e ritardi, le proprie iniziative e i propri programmi di intervento.

Questi puntuali, ma importanti successi hanno però ancora una volta messo in evidenza la mancanza di una politica di concertazione e di stretta collaborazione tra le singole parti; infatti la frammentarietà politica e sociale rende particolarmente complessa l’attivazione di processi di conservazione e riqualificazione dei centri storici nella realtà palestinese. Questi programmi necessitano di un lavoro ben strutturato e coordinato a livello territoriale.

D’altronde nelle diverse esperienze analizzate emerge l’atteggiamento comune di vedere e concepire i centri storici soltanto come luoghi separati, caratterizzati da un forte degrado seppur ricchi di patrimonio storico e culturale che deve essere salvato e conservato. Ad oggi però non è ancora ben chiaro come tutto questo possa realizzarsi; quali siano i requisiti sociali, economici e territoriali per assicurarne, almeno in parte, il successo; dentro quale dimensione debba essere collocato il processo di riqualificazione e rilancio dei centri storici del Territorio occupato palestinese. Non è possibile una riqualificazione e riabilitazione delle città antiche se questi processi non vengono pensati e messi in relazione in modo organico con le dimensioni urbana e territoriale. Questi centri storici sono i nuclei attorno ai quali si è sviluppata la civiltà. Esiste quindi una responsabilità comune, e possiamo senz’altro dire mondiale, senza la quale è difficile compiere un costruttivo cammino per il futuro e la conservazione di un patrimonio che, come il Throne village, palazzo feudale della Palestina rurale in Ebwein vicino Ramallah [Fig. 7], oggi sopravvive in trincea, ma attende di tornare a essere parte attiva dell’umanità.

 

 

[Fig. 1] Gerusalemme (Archivio Olimpia Niglio, 2007).

[Fig. 2] Hebron, Al Thahiriyeh Community Center prima dell’intervento di restauro (Archivio Riwaq, Suad Amiry).

[Fig. 3] Hebron, Al Thahiriyeh Community Center dopo l’intervento di restauro (Archivio Riwaq, Suad Amiry).

[Fig. 4] Sabastiya, Al Kayed Palace, prima dell’intervento di restauro (Archivio Riwaq, Suad Amiry).

[Fig. 5] Sabastiya, Al Kayed Palace, dopo l’intervento di restauro (Archivio Riwaq, Suad Amiry).

[Fig. 6] Betlemme, muro di separazione (foto Jessie Boylan, 2009).

 

[Fig. 7] Ebwein, Throne village, palazzo feudale della Palestina rurale del XVII-XIX secolo (Archivio Riwaq, Suad Amiry).

 

 

 

 

NOTE
[1] Rehabilitation planning in the historical towns of the occupied Palestinian territory, ed. by E. Palazzo, Saonara (PD), 2009, vedi http://www.esempidiarchitettura.it/ebcms2_uploads/oggetti_news_441_ITA_PJVgTSjA2Nu7bYvqwP5LGMAgutAnP4tuCdAmWKLN.pdf
[2] P. Matthiae, I tesori di Ebla, Roma-Bari, 1985; UNESCO, Convenzione per la protezione e la promozione della diversità delle espressioni culturali, 2005. Il documento internazionale valorizza il concetto di “identità” sul quale si sono fondate e trasformate anche le città del territorio palestinese, concetto che, nel caso di questo territorio, e non solo, è stato sopra valicato. Infatti con riferimento alla Palestina la Convenzione UNESCO del 2005 può essere senz’altro considerata uno strumento normativo fondamentale per procedere alla difesa della diversità culturale delle singole comunità e per garantire il valore delle relative espressioni creative, specchio di una realtà sociale pluralistica e multietnica.
[3] O. Niglio, La seda. Un hilo sutil que, por siglos, ha unido a los pueblos de Oriente y de Occidente, in «Apuntes», Pontificia Universidad Javeriana (Colombia), 25, 1, 2012, pp. 8-15.
[4] G. Corm, Storia del Medio Oriente, Milano, 2009, pp. 140-141.
[5] S. Amiry, Protecting the Architectural Spirit of Palestine, manoscritto presentato in occasione del Seminario internazionale Rehabilitation planning in the historical towns of the occupied Palestinian territory, (Università eCampus, Facoltà di Ingegneria, Roma 1 ottobre 2009), testo inedito; Vedi anche O. Niglio, San Juan de Acres (Akko), la perla del Mediterráneo, in «Apuntes», Pontificia Universidad Javeriana (Colombia), 22, 2, 2009, pp. 116-124.
[6] Akko. Perla del Mediterraneo, a cura di O. Niglio, Pisa, 2007.
[7] E. Weizman, Architettura dell’occupazione. Spazio politico e controllo territoriale in Palestina e Israele, Milano, 2009.
[8] A. Hijouj, La pianificazione delle città storiche palestinesi tra presente e futuro, manoscritto presentato in occasione del Seminario internazionale Rehabilitation planning in the historical towns of the occupied Palestinian territory, (Università eCampus, Facoltà di Ingegneria, Roma 1 ottobre 2009), testo inedito.
[9] Amiry, Protecting the Architectural Spirit, cit., pp. 23-30.
[10] Traditional Knowledge World Bank, <http://www.tkwb.org>; International Traditional Knowledge Institute, <http://www.nobregafoundation.org/Content/Projects/TraditionalKnowledge.html>.
[11] Questi argomenti sono parte integrante della Dichiarazione di Firenze sul paesaggio, 2012 redatta in occasione del Convegno internazionale UNESCO sul tema La protezione internazionale dei paesaggi tenutosi a Firenze il 19-21 settembre 2012 in occasione del 40° anniversario della Convenzione del Patrimonio Mondiale. Vedi il documento alla pagina <http://new.lifebeyondtourism.org/img/eventi/dichiarazionedifirenzesulpaesaggio2012.pdf>.
[12] La Charter on the Safeguarding of Palestinian Historic Towns and Urban Landscapes nella versione originaria in lingua araba e tradotta in lingua inglese è stata pubblicata in O. Niglio, Conservazione e attualità degli ambienti antichi. Dalla Carta di Atene del 1931 alla Carta di Betlemme del 2008, in Rehabilitation planning, cit., pp. 31-41; Eadem, Le Carte del restauro. Documenti e norme per la conservazione dei beni architettonici ed ambientali, Roma, 2012, pp. 117-121.
[13] S. Touqan, Between Bab el Saherah and Bab el Amoud, in Rehabilitation planning, cit., pp. 85-89; G. Serrini, Dentro e fuori Bethlehem, Beit Jala, Beit Sahour: il piano di conservazione come progetto di riqualificazione del paesaggio urbano, in Rehabilitation planning, cit., pp. 43-49.