La catalogazione dei manoscritti miniati come strumento di conoscenza: esperienze, metodologia, prospettive, Convegno internazionale di studi, Viterbo, 4-5 marzo 2009.

di Chiara Balbarini

 

Il titolo del convegno organizzato da Silvia Maddalo, con il patrocinio di prestigiosi enti, come l’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, la Società di Storia della miniatura e la Biblioteca Apostolica Vaticana, oltreché con il sostegno dell’Università degli Studi della Tuscia, della Fondazione Carivit, del Comune e della Provincia di Viterbo e della Regione Lazio, non restituisce forse del tutto, nella sua complessità e problematicità, la questione della catalogazione dei fondi di codici miniati quale è emersa dalle relazioni degli studiosi intervenuti a Viterbo. E’ stato merito della studiosa aver suggerito, attraverso gli argomenti dei relatori qui riuniti, tale complessità e in ultima analisi la non riducibilità ad uno schema unico della descrizione e della catalogazione del codice miniato.
Avere di fronte un libro liturgico o un libro d’autore, una Bibbia “atlantica” o un codice giuridico, mette in atto operazioni di esegesi – poiché questo significa affrontare la descrizione di un codice miniato – assolutamente diverse tra loro. Se quindi la scheda catalografica è il primo, indispensabile strumento dello studioso, agli studiosi offerto per ogni futuro approfondimento sull’opera, non è d’altra parte possibile adottare un modello sempre uniforme. E’ opportuno, viceversa, che esso sia di volta in volta studiato in relazione a tipologie, funzioni, cronologia dei codici miniati, che infatti, su tali criteri, formano serie o raggruppamenti relativamente omogenei tra loro. Così, come ha spiegato la Maddalo nella sua nota introduttiva, l’idea del convegno nasce da un intento, quello di «riuscire a spostare […] i confini identitari dell’esperienza catalografica: da mero strumento di raccolta di dati intorno all’oggetto libro a occasione di approfondimento attraverso una schedatura mirata […]».
Nel caso ad esempio del libro liturgico – sussidio fondamentale della comunità ecclesiale, come bene ha spiegato Giacomo Baroffio (Università di Pavia) – occorrerà anzitutto identificare la tipologia convenzionale (antifonario, graduale, etc.), con particolare attenzione alla terminologia, che può essere talvolta ambivalente (un salterio può, ad esempio, recare o meno la musica, essere cioè un corale oppure un salterio biblico).
Altrettanto vaga e disomogenea può essere la definizione della scrittura nei cataloghi di manoscritti medievali, elemento su cui ha richiamato l’attenzione Marco Palma (Università di Cassino), esprimendo la sua perplessità di fronte alla possibilità di adottare una terminologia universalmente omogenea.
L’importanza di una corretta identificazione dei brani liturgici, cui sopra si accennava, è dimostrata dalla catalogazione dei corali trecenteschi della Biblioteca Capitolare di Padova, di cui ha riferito Federica Toniolo (Università di Padova). La scelta dei responsori e delle antifone da illustrare nei vari libri e le modalità iconografiche, compositive e stilistiche adottate possono rivelare molto sulla cultura dei miniatori attivi in questa monumentale impresa artistica, innanzitutto la stretta dipendenza dalle scene affrescate nella Cappella degli Scrovegni.
Molto diverso per destinazione d’uso e, quindi, per struttura e organizzazione interna dell’illustrazione, il libro d’ore è stato già da tempo oggetto di studi approfonditi da parte di Francesca Manzari (Università di Roma 1 – La Sapienza), che ha evidenziato in questa occasione la precocità di alcuni esempi italiani da poco noti alla critica, come l’esempio della Biblioteca Nazionale di Firenze recentemente studiato da Ada Labriola.
Una riflessione importante sul possibile modello di scheda descrittiva dei manoscritti miniati è stata articolata da Giordana Mariani Canova (Università di Padova), la cui lunga esperienza nella catalogazione le ha consentito di maturare una visione giustamente problematica quanto ampia. La Mariani Canova ha indicato nella scheda messa a punto da Viviana Jemolo e Mirella Morelli, dell’Istituto centrale per il catalogo unico delle biblioteche italiane (ICCU), un modello ancora pienamente valido, e in alcuni cataloghi a stampa, come quelli relativi ai manoscritti italiani della Bibliothèque Nationale di Parigi curati da François Avril, la metodologia corretta per affrontare la descrizione del codice miniato.
È intervenuto nella discussione Jonathan Alexander, che si è rivolto ai giovani studiosi impegnati nella ricerca scientifica. 

Il catalogo come “intellectual tool” è stato al centro della relazione di Patricia Stirnemann, chargée de recherche all’Institut pour la Recherche sur l’histoire de textes di Parigi, i cui disparati progetti di catalogazione (dai manoscritti greci a quelli ebraici, a quelli della letteratura francese e occitanica del XII secolo) danno la misura del complesso universo cui sopra si accennava. In questo quadro, La Stirnemann ha evidenziato il contributo recato alla conoscenza del codice dallo studio delle miniature, importante indicazione cronologica, laddove spesso filologi, codicologi e paleografi non trovano accordo sulla datazione dell’opera.
Il codice può essere inoltre contenitore e veicolo di importanti testimonianze grafiche: il caso dei modelli per architetture elaborati nelle botteghe degli artisti medievali è stato analizzato da Arturo Carlo Quintavalle (Università di Parma).
L’utilità della messa on line di tali compositi fondi di manoscritti miniati è emersa dalle esposizioni di Maria Adelaide Miranda, dell’Universidade Nov de Lisboa, e di Stella Panayotova, del Fitzwilliam Museum di Cambridge. La prima ha illustrato il progetto “IMAGO”, promosso dall’Instituto de Estudos Medievais, finalizzato a costruire un databasedell’iconografia medievale in Portogallo, attraverso, appunto, la catalogazione dei manoscritti miniati. Ricchissime anche le collezioni del Fitzwilliam Museum e dei Cambridge Colleges, anch’esse ora visionabili on line, come ha mostrato la Panayotova.
Analoghi i progetti di catalogazione e messa on line del patrimonio delle biblioteche trentine (Lorena Dal Poz, Sovrintendenza ai Beni librari del Veneto) e della Biblioteca Ambrosiana di Milano (Milvia Bollati e Marco Petoletti, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano), che rivelano veri capolavori dell’illustrazione libraria trecentesca: Milvia Bollati ha illustrato in particolare il caso di un manoscritto delle Tragedie di Seneca (ms. E 146), con postille del pisano Niccolò di Lapo Lanfreducci e miniature del perugino Matteo di ser Cambio.
Sono già editi, a cura da Giulia Orofino, quattro volumi che raccolgono il corpus dei codici decorati dell’Archivio di Montecassino. Anche in questo caso l’archivio dei manoscritti è consultabile in rete grazie al lavoro del Laboratorio per la documentazione e lo studio dei materiali manoscritti del Medioevo meridionale (LDMM) - che opera in stretta collaborazione con la Scuola di Specializzazione per conservatori di beni archivistici e librari della civiltà medievale dell’Università di Cassino – che ha prodotto tra l’altro il CD-ROM Miniatura a Montecassino. Altomedioevo.
Sulle prospettive offerte dai cataloghi informatici è intervenuto Ambrogio Maria Piazzoni (Biblioteca Apostolica Vaticana), che, ripercorrendo la storia e le peculiarità di tali banche dati on line – a partire dal celebre Digital Scriptorium –, ne ha segnalato le enormi potenzialità, come quella di formare cataloghi aperti, contraddistinti da elasticità e dinamicità, di contro alla chiusura e staticità dei cataloghi a stampa.
Da questo panorama si ha la misura di come, in pochi decenni, sia mutato l’orizzonte degli studi sulla codicologia e sulla miniatura in particolare: da conoscenza riservata al bibliofilo – generalmente il bibliotecario dell’istituzione che conservava il codice o il collezionista che lo possedeva – concentrato sull’apprezzamento estetico del manufatto, a disciplina complementare degli studi storici, filologici e letterari, per cui si è reso necessario rendere fruibili gli immensi patrimoni di codici conservati nelle biblioteche di tutto il mondo. Accantonata la vecchia visione della miniatura come mera fonte storica – in quanto, appunto, illustrazione di vari aspetti della vita nel Medioevo (il culto, i costumi, gli ambienti, i mestieri, etc.) – le si è riconosciuto uno statuto ed un valore suoi propri, pari a quelli del contenuto testuale del codice, di cui anzi rende intelleggibile il significato fornendone una determinata interpretazione che orienta la lettura secondo determinati modelli culturali ed intenzioni ideologiche della committenza o di chi ha sovrinteso all’allestimento del manoscritto (auctor intellectualis).
Tale mutamento nella considerazione del codice miniato è ben riflesso nella storia della conservazione di queste opere, incisivamente ripercorsa da Carlo Federici (Università di Venezia). Lo studioso ha ricordato che, quando nacque l’Istituto Centrale del Restauro, il libro – considerato, appunto, soltanto in quanto fonte – non possedeva ancora lo statuto di bene culturale; fu in seguito all’esperienza degli ingenti danni procurati al patrimonio librario fiorentino dall’alluvione del 1966 che si gettarono le basi dell’archeologia del libro, ovvero della conservazione e del restauro dei materiali – pergamena, pigmenti, legatura – ai quali si conferì finalmente la stessa importanza del testo di cui essi sono il contenitore e l’illustrazione.

Dall’esperienza della catalogazione dei codici della Biblioteca Apostolica Vaticana sono scaturite le relazioni di Silvia Maddalo (Università della Tuscia), curatrice del progetto avviato nel 2005, e dei suoi allievi e collaboratori, Salvatore Sansone, Michela Torquati ed Eva Ponzi (tutti e tre afferenti all’Università della Tuscia). Silvia Maddalo ha ripercorso le vicende della biblioteca di Federico da Montefeltro, confluita nel Fondo Urbinate – di cui sta curando la catalogazione –, e di quella di Giovan Francesco de Rossi, di cui è già in corso di stampa il catalogo. Salvatore Sansone ed Eva Ponzi hanno analizzato la peculiare fisionomia della biblioteca urbinate e gli elementi di differenziazione rispetto alle coeve biblioteche signorili italiane, come quella estense. Michela Torquati ha affrontato il problema delle mostre di codici miniati, esaminando criticamente alcuni casi recenti, come l’esposizione parigina La France Romane (Parigi 2005) e la meno nota, ma assai ben riuscita, Iubilate Deo (Trento 2000), che opportunamente accompagnava l’itinerario espositivo dei codici liturgici con melodie del canto gregoriano.

L’analisi sistematica e la schedatura di serie di codici permette di esaminare singoli problemi iconografici, tipologici e stilistici, come hanno dimostrato le relazioni di Elisabetta Caldelli (Scuola nazionale di studi medievali) e di Grazia Maria Fachechi (Università di Urbino). La Caldelli ha analizzato la genesi delle antiporte e dei clipei iscritti, tipologia molto diffusa nella decorazione dei codici umanistici. Grazia Maria Fachechi ha esaminato la ricezione figurativa del Seneca tragico – di cui un numero consistente di codici si trova nella Biblioteca Vaticana – riscontrando l’assenza di un modello iconografico autorevole, tale da generare una tradizione.

Come emerge dalle sintesi sopra delineate, il convegno di Viterbo non è stato semplicemente l’occasione per gli studiosi di esporre i nuovi risultati delle proprie ricerche; ha costituito un vero banco di discussione e di confronto tra le diverse esperienze di catalogazione, punto di partenza, dunque, per nuove riflessioni critiche che potenzino le stesse tecnologie informatiche ormai indispensabili per la catalogazione.


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Il programma del convegno pag. 1

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Il programma del convegno pag. 2

 

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