Se Atene è legittimata a reclamare i “suoi” marmi,
perché Urbino, Città di Castello, Ravenna, le Marche, l’Umbria, l’Emilia, non dovrebbero reclamare i “loro” quadri?

di Vittorio Emiliani – Comitato per la Bellezza

La decisione della Soprintendente di Brera, Sandrina Bandera, di richiedere all’Accademia Raffaello di Urbino di restituire subito la pala di Giovanni Santi (fig. 1), padre di Raffaello, ivi in deposito da un quarantennio, ha suscitato polemiche. Ma, soprattutto, ha sollevato o scoperchiato, non volendolo, una questione tanto grande quanto delicata. L’opera di Giovanni Santi fu infatti dipinta a Urbino e per Urbino, ma entrò nell’enorme lotto di opere d’arte (oltre un migliaio) che il vicerè d’Italia, Eugenio di Beauharnais, fece deportare a Milano dalle ex Legazioni pontificie, in specie dalle Marche, per fare di Milano ciò che il patrigno Napoleone stava cercando di fare di Parigi, cioè il “luogo eletto delle arti”. Con opere razziate soprattutto nel Centro Italia. Operazione contro la quale, nel 1796 e dalla prigione, aveva già scritto, nelle Lettres à Miranda (era il generale incaricato della depredazione), memorabili parole di fuoco uno dei più grandi teorici della tutela del “contesto” storico-artistico, e cioè il parigino Antoine Chrisostôme Quatremère de Quincy. Grande amico di Canova e collaboratore delle prime leggi pontificie sulla tutela, il chirografo di Pio VII di Carlo Fea e il successivo editto del cardinal Bartolomeo Pacca. Come comprovano i penetranti studi di Antonio Pinelli e del sapiente Edouard Pommier.
È così che, fra le tante opere segnalate al vicerè e ai suoi trafugatori da Andrea Appiani, giunsero, nel 1806, da Città di Castello lo Sposalizio della Vergine di Raffaello (fig. 2) e, nel 1811, da Urbino la Pala di San Bernardino di Piero della Francesca. Con un contorno di opere considerate minori che o finirono nei depositi di Brera, o vennero smistate, assurdamente, dopo il 1815, nelle chiese lombarde. Caduti sia Napoleone che Eugenio, arrivò ai parroci delle chiese depredate una lettera con cui li si invitava a riprendersi le loro tele. Ma, coi mezzi finanziari e coi trasporti di allora (carri tirati da buoi), non successe praticamente nulla. Rimasero a Brera opere fondamentali trafugate a Pesaro (La Madonna e i quattro santi di Savoldo dalla chiesa di San Domenico) e a Ravenna (la Pala Portuense di Ercole Roberti da Santa Maria in Porto e il Martirio di san Vitale di Federico Barocci dalla chiesa di San Vitale). Tutti casi esemplari di asportazione.
Da qualche anno si sta muovendo in quelle terre, cioè dall’Emilia-Romagna e dalle Marche, un movimento d’opinione che tende a far “tornare a casa” quelle opere così deportate. La soprintendente di Brera va in senso opposto a tale movimento reclamando invece la restituzione a Milano della pala urbinate di Giovanni Santi per costruire una “Sala Urbino” prima dello Sposalizio della Vergine di Raffaello e della Pala di Piero. I diritti di Brera sono convalidati, sostiene, dai suoi 200 anni di storia (1809-2009). Si può obiettare che ben più lontani sono i diritti della storia e della storia dell’arte, sia per la Pala di San Bernardino a Urbino (Mausoleo dei Duchi di Francesco di Giorgio chiaramente orbato di quel capolavoro), sia per lo Sposalizio della Vergine a Città di Castello. Gli urbinati si chiedono, non senza ragione: se Atene appare sempre più legittimata a reclamare dal British Museum i marmi del “suo” Partenone, perché mai Urbino non dovrebbe essere abilitata a chiedere che tornino a casa la Pala di San Bernardino e altre opere d’arte di cui è stata privata manu militari (quando non manu latronis)? Oltre tutto il contesto sia architettonico che paesaggistico di Urbino è infinitamente meglio conservato di quello di Milano. Città che nella storia dell’arte non incrociò, minimamente, né Piero della Francesca né Raffaello. Come la mettiamo col “localismo” o col “municipalismo” di cui sono stati accusati gli urbinati?

Fra l’altro, alcune opere cosiddette minori della deportazione di massa voluta dal Beauharnais stanno effettivamente “tornando a casa”. È stato così per i due Filippi, il padre Camillo e il figlio Sebastiano più noto come Bastianino, della chiesa di San Cristoforo a Ferrara, che erano finiti, nientemeno, sopra il Lago Maggiore, smistati colà da Brera. A Urbino potrebbero intanto tornare i due Ridolfi della aggraziata e intatta Chiesa di Santo Spirito, che da Milano furono poi sbattuti uno a Novate Milanese e l’altro a Trezzo d’Adda. Collocazioni storicamente insensate. In chiese spesso chiuse, temo. Mentre a Urbino dovrebbe restare, all’Accademia Raffaello, dove  è stato sin qui più che decorosamente conservato, il Giovanni Santi, nella bella casa di famiglia su per il Monte. Fu davanti a quella pala, se ben ricordo, che nel maggio del 1990 venne dato il diploma di accademico onorario a Carlo d’Inghilterra, attivo conservatore del patrimonio storico-artistico, buon acquerellista, ammiratore entusiasta di Urbino, e pronipote di quella regina Vittoria che favorì la nascita della attiva Accademia urbinate ora retta da Giorgio Cerboni Baiardi. E poi, da ultimo, Milano non è una delle capitali del nuovo federalismo e quindi della riattribuzione a ciascuna regione d’Italia della propria identità storica e culturale? Agli urbinati interessa poco, suppongo, sapere se sono etnicamente umbri, galli, romani, o altro. Interessa il fatto che il loro patrimonio, prevalentemente rinascimentale, è un tutt’uno, che  esso ha già subito troppe spoliazioni, che quello rimasto è stato ben conservato da Stato e Comune, e quindi va, semmai, ricostituito. Certo non ulteriormente impoverito.


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Giovanni Santi, Annunciazione, Urbino, Accademia Raffaello

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Raffaello Sanzio, Sposalizio della Vergine, Milano, Pinacoteca di Brera



Il re è nudo. Riflessioni a margine del convegno Lo stato dell’Arte. La storia dell’arte nell’università italiana (Firenze, Aula Magna della facoltà di Lettere e Filosofia, 15-16 giugno 2009)

di Emanuele Pellegrini

Il 15 e il 16 giugno scorsi si è tenuto a Firenze il convegno dal titolo Lo stato dell’Arte. La storia dell’arte nell’università italiana. Promosso dalla Cunsta, la Consulta universitaria nazionale per la storia dell’arte (http://consulta.predella.it/), le (quasi) due giornate di lavoro hanno visto il susseguirsi di una serie fitta e variegata di relazioni che avevano come tema portante la storia dell’arte, alla fine non soltanto, e comunque non strettamente considerata nel suo rapporto esclusivo con l’università italiana. La storia dell’arte, infatti, è stata discussa secondo tutte le complesse declinazioni che essa vive nel presente: da quelle interne, cioè la disciplina in sé, a quella miriade di connessioni esterne, a partire dal suo rapporto con gli altri insegnamenti del comparto genericamente definibile come accademico, al modo in cui si incarna nei corsi universitari, a come diviene strumento di lavoro concreto, qualifica professionale o professionalizzante, a come viene insegnata, come applicata, come presentata in internet. E sto riducendo di molto una serie di istanze presenti e vive che, pur correndo negli alvei settoriali delle singole relazioni, spesso si sono sovrapposti e intrecciati.
Ci premeva, va detto subito, segnalare questo incontro se non altro per redigere una testimonianza immediata e ribadirne l’importanza. Nella ferma convinzione, più che speranza, che altri ne succederanno, come più volte ribadito durante le varie sessioni di lavoro; e che quest’apertura fiorentina sia soltanto tappa di una lunga serie, capace di costituirsi a punto di riflessione comune, dibattito e scontro tra il numero più alto possibile di storici dell’arte, modellandosi di volta in volta rispetto al modificarsi della situazione corrente.
Infatti qui sta proprio l’elemento cruciale, quello in cui riconosciamo la maggiore positività dell’incontro: un salone traboccante di storici dell’arte italiani di diversa provenienza geografica, formazione ed età, nonché, per conseguenza, di diversa posizione all’interno delle strutture lavorative, che fossero le soprintendenze, i musei o la gerarchia accademica; non escluso il mare magnum dei battitori liberi che di tutte queste strutture non fanno parte o ci gravitano in modo saltuario, per scelta volontaria oppure dettata dalle necessità congiunturali.
Si è percepita cioè una presenza chiara dello “storico dell’arte”, si potrebbe dire che finalmente si è visto lo “storico dell’arte”. Fosse medievista o contemporane ista, studioso di tecniche o di restauro, di musei o di fonti testuali, attribuzionista o sociologo, pigro o iperattivo, “umanisticamente puro” o “economicisticamente contaminato”, lo storico dell’arte ha preso parte in modo davvero molto sentito a giornate che richiedevano, per come erano pensate e strutturate, con quel succedersi di relazioni brevi e circostanziate sui più disparati ambiti della disciplina, una presenza fattiva, collaborativa: come è stato di fatto, persino nel torrido pomeriggio di lunedì quando una canicola impietosa ha scaldato al limite della tolleranza il salone gremito.
Bisogna interrogarsi sulle ragioni di questo fatto. Si potrebbe dire subito che la struttura stessa del convegno, tesa verso una prospettiva così generale (la storia dell’arte), invitava a raccolta tutti coloro che della disciplina a vario titolo si occupano, automaticamente abbattendo barriere settoriali. Un’onda lunga che abbracciava molti e lasciava nella risacca solo coloro che continuano ad applicarsi a uno studio solipsistico e ritagliato, buono finché il piatto continua a restare sotto il viso e finché ci sarà qualcuno che le maniche se le rimbocca perché il detto piatto resti non solo a tiro di forchetta ma continui anche a mantenersi pieno di cibo. E, naturalmente, lasciando fuori anche coloro (ci saranno pur stati) per i quali l’assenza era dettata da protesta nei confronti del convegno stesso, dei suoi organizzatori e della sua articolazione.
Tutto vero, dunque, anzi verissimo. Ma è altrettanto vero che tale impostazione delle giornate, la loro intima necessità e la risposta che, si può asserire senz’altro, è stata più che positiva da parte dell’uditorio, con presenza costante e forse anche crescente lungo tutte le sessioni di lavoro (cosa piuttosto rara), hanno ragioni più profonde, che vanno ben al di là di una generalità di argomentazioni di fondo (lo stato dell’Arte, di tutta l’Arte e l’università italiana). Ragioni che riconducono a quegli interrogativi, ormai ineludibili e asfitticamente pressanti, intorno alla natura stessa della storia dell’arte, alla sua sopravvivenza, al suo ruolo nella società contemporanea e al suo proiettarsi nel futuro. Non secondo quel pur utile elucubrare sull’alambicco metodologico della disciplina, che passa dalle penne degli storici dell’arte quasi ad ogni volger di generazione, e che invita a ripensare gli strumenti con cui interpretare l’indagine figurativa tout court. No: questa volta si tratta di un interrogativo sul significato della storia dell’arte in rapporto al mondo esterno, quello in cui si cala e che rischia di esautorarla, estrometterla, svuotarla di senso. Qualcosa che scende molto più a fondo, dunque, rispetto a pur vitali questioni metodologiche, chiamiamole interne. Domande che ovviamente si determinano a partire dai radicali mutamenti che hanno investito la società stessa, interessando pure il sistema universitario, o insomma latamente didattico, e il magico mondo dei beni culturali. Ossia le due sfere cui la storia dell’arte si applica quando esce dal chiuso dei cassetti di chi la fa, ne parla o ne scrive: gli storici dell’arte, fino a ieri; una serie di nuove professionalità, tra cui gli storici dell’arte, oggi. Per cui bene si è percepito che, se la domanda di fondo gravitava attorno alla storia dell’arte, era ovvio che il discorso ricadesse e si esplicasse anche sul soggetto agente, lo storico dell’arte: nella consapevolezza sempre più vivida dei repentini mutamenti della sua stessa “ragione sociale” occorsi negli ultimi venti anni. Non occorre andare più indietro. Né occorre andare molto avanti per pronosticare, oltre a un cambiamento di questa figura, anche la sua eventuale scomparsa: ipotesi mai esplicitata a chiare lettere, ma che più volte è parsa occhieggiare in sala.
L’aspetto positivo delle giornate fiorentine viene proprio da questa assidua presenza di relatori e uditori: quali che ne siano le singole motivazioni, la ‘chiamata alle armi’ dello storico dell’arte ha sortito numerose risposte. Il che significa che l’esercito, pur tra imboscati, sabotatori e pacifisti convinti, c’è, eccome: e non è poco. Un esercito che ha generali, colonnelli, capitani e, eventualmente, molte reclute (qualcuno direbbe troppe) a sua disposizione.
E qui sta il punto negativo. Manca, come è pure ovvio, un re o un Consiglio degli Anziani. Par proprio, per contro, che l’esercito sia incline a frammentarsi dietro i tanti capitani di ventura o singoli signori, in pallida attesa che il primo Carlo VIII presentatosi alla frontiera possa fare ciò che vuole. Passi pure, volendo, se il Carlo di turno è un filologo o un letterato: problemi ben più gravi si profilano (e si son profilati) se invece è un valorizzatore mascherato, un hamburgerizzatore di opere d’arte, insomma, cui venga conferito ampio potere, se non addirittura il governo della situazione.
Non si può, e non sarebbe nemmeno salutare registrare comunità di intenti e univocità di vedute da una platea di un centinaio di storici dell’arte dai trenta ai settant’anni, cioè fatti e cresciuti o semplicemente in pectore, con percorsi biografici i più distinti. Sarebbe stupido, diciamocelo. Importante però che pur nelle frizioni fisiologiche si conservi una compattezza vitale, da presentare almeno in sede istituzionale, ministeriale in primis. Sia incarnata nel Cunsta, struttura che si colloca a monte di queste iniziative e ha segnato i primi accenni di coesione, sia in qualcosa d’altro, essa è fondamentale per un preciso motivo: perché dà modo di percepire il ruolo, peculiare e irrinunciabile di fronte a certe scelte, anche estremamente concrete, dello storico dell’arte. Esistono evidenze, banali evidenze, attorno alle quali non pare – o almeno non è parso – che uno storico dell’arte possa retrocedere e che non possa trovare concordanza persino con lo storico dell’arte suo più acerrimo nemico: scriteriati progetti di vendita, carenze nell’insegnamento della disciplina a tutti i livelli, riduzione drastica dei finanziamenti per restauri, progetti di ricerca e via discorrendo sono il cemento di cui forse si sarebbe fatto a meno.
Sul dibattito interno, invece, ben vengano ulteriori e serrati confronti, magari da svolgere intorno a tavoli più ristretti su singoli temi chiave (l’insegnamento nelle scuole secondarie, i siti informatici, l’informazione, la presenza e la fisionomia della storia dell’arte nei corsi universitari). Qui probabilmente sono più ampie le crepe: ma esse sono sanabili colla discussione, oppure irrimediabilmente insanabili e tuttavia ricomponibili in un quadro unitario che le trasformi in declinazioni di un’idea o di un’applicazione comune. Una specie di Commissione Franceschini storico-artistica ad aggiornamento periodico, insomma: si spera con eguale altezza di idee e relatori ma con maggiore fortuna all’atto pratico.
L’idea di storia dell’arte, alla fine, è personale: assorbita dal singolo studioso nello svolgimento del suo processo formativo e rimeditata per tutto il percorso di vita, direttamente con gli scritti e con l’azione diretta. Ma questo personal Jesus non esclude una comune concezione della storia dell’arte e quindi anche del ruolo dello storico dell’arte, che continua a essere vitale, ovviamente chiamato alle sfide sempre diverse che il tempo in cui vive gli pone di fronte. Sfide molto più dirette, rispetto anche alla collaborazione nella stesura di una legge di tutela, perché rivolte al modo con cui la storia dell’arte si insegna e, soprattutto, si trasmette.
Questa è stata la chiave di volta della seconda parte del convegno, ma ha finito per assorbire, quasi retroattivamente, larga parte della riflessione. Scendere nel dettaglio dei singoli interventi porterebbe via troppo spazio, e comunque saranno editi gli atti, si spera quanto prima, preceduti da documenti programmatici, di sintesi, annunciati nel corso dei lavori. Tuttavia converrà rimarcare che le relazioni e le discussioni si sono svolte con una pregevole chiarezza, dettata dalla concretezza del tema, spesso sorrette da numeri, statistiche, interpretazioni di dati fattuali. E converrà altresì enucleare i nervi scoperti agevolmente mostrati. Intanto l’identità delle specificazioni che stanno sotto il grande manto della storia dell’arte (i vari sottosettori L-ART); poi il tipo di rapporto che la storia dell’arte deve intrattenere con le altre discipline, non solo quelle del comparto letterario, filosofico, filologico e insomma latamente storico, ma anche quelle più distanti, dall’informatica, alla chimica, all’economia, alla giurisprudenza.
Il primo punto vede il contrasto di chi tende a rivendicare priorità e centralità al proprio settore e chi invece è fautore di più ampie ripartizioni, entro cui resterà sempre plausibile declinare le varie branchie della materia. Non approfondiremo qui oltre: ci pare però che la tendenza alla specializzazione degli studi, di tutti gli studi, conduca a una frammentazione disciplinare sempre più accentuata che rischia di annullare le discipline stesse. È opportuno riflettere su quello che sembra l’automatismo specializzazione-insegnamento: se cioè debba essere di necessità trasformato ogni singolo filone di studi in un corso e quindi in un istituto disciplinare.
Più interessante è invece la seconda questione. Perché affrontare l’aspetto del rapporto della storia dell’arte con le altre materie implica riflettere direttamente sul futuro stesso della disciplina. Anche qui due partiti: chi propende per una stretta aderenza della storia dell’arte all’ambito umanistico (che si configurerebbe anzi come un ritorno, un rientro, una più forte adesione al corpo caldo dell’humanitas, nonostante derive presenti e prospettate); e chi invece osserva con più aperto interesse, oppure scopertamente appoggia quelle aperture verso altri settori disciplinari, anche distanti. Il timore, sia detto subito, è quello di essere da questi fagocitati, anche non affini, cioè del comparto letterario, ma più potenti. Pure su questo aspetto, centrale, non approfondiamo qui. Finiamo solo col dire che una lettura media di queste istanze “contrapposte” (peraltro già adombrata nel dibattito) resta la più convincente e probabilmente, in una prospettiva di lunga durata, anche la più salutare: indubbia infatti, e irreversibile, l’attuale tendenza alla trasformazione dell’opera d’arte in una cosa multiforme da radiografare, pubblicizzare, valorizzare, turisticizzare. Che ha una (brutta) risposta nell’attivazione di corsi e corsettini universitari all’acqua di rose, totalmente privi di quell’appiombo umano, duro, durissimo anzi e persino ostico a tratti, che è e deve rimanere tratto caratterizzante della disciplina e del suo apprendimento negli strati più alti del percorso didattico. Irrigidirsi su soluzioni di richiamo all’ordine, però, può anche suonare come ripiegamento, se non regressione: il rischio è la torre d’avorio, pur se dichiaratamente da scongiurare. È innegabile l’arricchimento giunto alla disciplina dalla contaminazione con i giuristi, con gli economisti e con mille altre professioni che gravitano attorno a questi chiodi di cultura che sono le opere d’arte. Qui sta insomma tutta la questione: perché l’identità dello storico dell’arte è forte, e resta forte o si rafforza anche in contatto con altre discipline e professioni; anche e forse proprio quando uno sconfinamento produce una reazione. È per questo che è necessario compattare i ranghi, mostrare unità disciplinare anzitutto, senza bisogno di anacronistici albi professionali o similia: ciò permette un confronto senza timore di sopraffazione e permette la rivendicazione di una scientificità spesso calpestata in nome di interessi di bassa lega. Oggi lo storico dell’arte non si può più permettere di non avere una seppur minima conoscenza di giurisprudenza, informatica, economia o chimica. Ma ciò non significa che debba essere chimico, informatico o legista, e quindi spendere larga parte del suo corso di studi dietro ai codici invece che dietro alle immagini; né, si badi, che un chimico, un informatico o un legista possa liberamente fare lo storico dell’arte o, peggio, sostituirsi a questo. La contaminazione, lungi dall’esser perdita dello schema disciplinare autoctono, consente invece di dialogare con maggior facilità con i professionisti altri che con sempre maggiore frequenza si muovono nelle praterie della figurazione: di solito lambendo quegli aspetti meramente pratici (valorizzazione, turismo, ecc.) a cui lo storico dell’arte guardava diciamo con occhio obliquo, come si guarda a una chiazza sulla giacca. E permettere così effettive invasioni di campo, di difficile rimozione. Rafforzare lo storico dell’arte anche come identità significa regolare l’incedere di esperti di altre discipline per evitare storture, manomissioni, scempi: tutto quello che succede quando un non esperto (in qualunque ambito e in qualunque situazione) si muove su un terreno non suo.
Processi non semplici, anche perché nuovi: sono questi i blocchi da cui è scattata quella platea fiorentina. Per una volta senza piagnistei e lamentele da giocattolo rubato o non concesso, che pure segnano un atteggiamento diffuso di ripiegamento, di protesta sterile perché silenziosa, di fatto inutile e non costruttiva. Questo nuovo incontro si segnala per essere tra i più profondi, condivisi e decisivi per il futuro. Ed è significativo che ora si tratti di reagire alla perdita di confini della professione stessa, del ruolo dello storico dell’arte. Reagire nelle sedi istituzionali rinvendicando la scientificità sacrosanta che determina l’esperto, reagire intervenendo sui processi formativi rinsaldandoli e reindirizzandoli con maggior determinazione verso una più coerente strutturazione della formazione storico-artistica. I principi da cui partire son saldi, i modi per attuarli ancora da discutere. In un certo senso siamo solo all’inizio: ma intanto sembra utile che qualcuno ci portasse uno specchio per farci accorgere che stavamo perdendo i vestiti.

 


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