AS FAR AS di Alban Richard: l’atroce ipnosi del nulla

di Chiara Savettieri

Silenzio in sala, buio pesto. Improvvisamente delle luci giallo-verdastre piovono dall’alto, ed ecco che appaiono tre ballerine e due ballerini. Completamente nudi.
Il silenzio, inquietante, continua fino a trasformarsi in una sorta di rumore di sottofondo, leggero ma insistente.
La luce mette impietosamente in evidenza i corpi con i loro difetti: li rivela come carne animale, destinata a imputridirsi, a sfarsi (sì perché anche i corpi perfetti, tonici e snelli dei ballerini possono apparire malati quando sono illuminati spietatamente dall’alto e quando la luce ha un tono sinistro, opaco).
I protagonisti si muovono, corrono, agitano le braccia ma c’è qualcosa che non va: i gesti, invece di svolgersi liberamente, sono impediti, abbozzati; sono aborti di gesto: i ballerini sono rifiutati dallo spazio stesso. L’aria sembra in effetti opporre resistenza, bloccare qualunque slancio, trasformando il moto in convulsione, lotta. Una lotta contro chi? Contro il nulla, il vuoto, l’invisibile. Lottano per la libertà questi danzatori, ma inani sono i loro sforzi. A ogni loro gesto corrisponde una misteriosa forza contraria che li rigetta, schiaffeggiandoli. Non sono padroni del loro corpo e delle loro azioni, sono condannati all’impossibilità, eppure continuano, insistentemente.
Con i loro movimenti  spastici, contorti, i ballerini riescono a creare delle composizioni, fatte di corrispondenze e contrapposizioni: formano come delle labili costellazioni, che si dissolvono velocemente, come tutto cio’ che è instabile e vacuo.
Sembra di assistere a un tableau vivant di quadri di Hodler, o a una sinistra pantomima dei personaggi di Egon Schiele.
Brutti i corpi, brutta la danza, brutta la musica o meglio il fastidioso sottofondo? No, non di bruttezza si tratta, ma di espressione: espressione di un’impossibilità, quella della libertà e dell’armonia. Espressione di un’angoscia esistenziale, cosmica.
Lo conferma il prosieguo dello spettacolo. I ballerini, a intervalli regolari, escono di scena e rientrano di volta in volta sempre più vestiti, o meglio appesantiti da lacerti di abiti neri che sembrano rallentare ed anche deformare, con strane protuberanze, i corpi. Quella strana forza ostile che li respinge è la medesima che si impossessa di loro, li incatena con strati di materia nera.
A mano a mano che escono e rientrano sempre più abbigliati e deformati, sempre più avvolti  e impediti nei loro movimenti, che finiscono, ogni volta, per ripetersi sempre uguali e sempre più disperati in una sorta di martellante coazione a ripetere, il rumore di sottofondo si trasforma in una musica elettronica, fatta da una sovrapposizione di più motivi, con un effetto di litania insistente, assordante, insopportabile.
Lo spettatore è catturato dalla musica e dalle immagini, ha quasi voglia di sfuggire dal senso di oppressione che lo attanaglia. Lo spettacolo ci coinvolge violentemente, contro la nostra volontà, ci fa mancare l’aria, ci obbliga brutalmente a vivere con i ballerini un vero e proprio incubo. E’ un ineluttabile sprofondamento nell’inferno.
Poi la musica, ossessiva e ipnotica, si fa più lenta; i ballerini sono sempre più bloccati nei loro movimenti da pesanti e rigidi abiti neri, la luce diventa più fioca. Assistiamo a un rito di morte: gli accenni di gesti sono gli ultimi spasmi di esseri in fin di vita.
Ed ecco che il palcoscenico è praticamente immerso in un’oscurità nella quale si distinguono a mala pena le sagome semoventi, completamente nere, dei ballerini, incappucciati. Sono ormai anonime marionette, stanche e prigioniere delle loro vesti, bambole rigide, atrofizzate.
 Poi, la fine, il nero totale, la vittoria del nulla, o del vuoto, laddove tutto cessa: movimento, colore, vita, suono.

« AS FAR AS », concezione e coreografia di Alban Richard, musica di Laurent Perrier. Ballerini: Cyril Accorsi, Mélanie Cholet, Max Fossati, Laurie Giordano, Jesus Sevary.
 Théâtre de la Cité Internationale, Paris 10-15 gennaio 2008.

foto
Un’immagine di AS FAR AS di Alban Richard, 2008, Photo Jérôme Boulaud

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