“Conoscere per conservare. Conservare per conoscere”. Omaggio a Donata Devoti.

di Bruna Niccoli

Difficile sintetizzare con miglior efficacia comunicativa il senso più profondo dello studio di una collezione di “oggetti d’arte” conservati nel vastissimo patrimonio dei – cosiddetti – “beni culturali” italiani nei musei pubblici o privati del nostro bel paese. Ad offrirci questo binomio concettuale è Donata Devoti, studiosa di arti applicate, che discute di “Conoscere per conservare. Conservare per conoscere”in merito ad un settore cui, questa studiosa, ha dato il primo e senza dubbio più significativo contributo nella storia dell’arte italiana: il tessile. Le sue pubblicazioni parlano oggi per lei.
Dalla cattedra che ha tenuto, facendo storia nell’università italiana, dall’inizio degli anni Settanta prima come Storia delle arti decorative e industriali, poi come Storia delle arti applicate e dell’oreficeria, la professoressa Donata Devoti ha formato generazioni di studenti e studiosi che si sono posti il problema della conoscenza degli “oggetti d’arte”, attraverso esperienze di catalogazione e sistematizzazione culturale del settore: dalla precarietà dei frammenti tessili ai massicci manufatti di oreficeria, alle raffinatezze delle carte decorate o dei cuoi, alla fragilità dei pizzi e dei vetri, senza dimenticare la qualità dell’artigianato raggiunta nella produzione dei ferri battuti o dei  mobili italiani. Ma certamente qualcosa e qualcuno stiamo lasciando fuori e ce ne scusiamo! Pensiamo all’impegnativo e innovativo lavoro nella direzione della conservazione dei manufatti e al contributo scientifico fondamentale da lei dato alla crescita del settore del restauro del tessile antico, ancora di più alla nascita di una scientificità italiana in questo ambito. La mia esperienza personale di studentessa è stata inequivocabilmente segnata dall’incontro con questa generosa studiosa e con il costume – “oggetto d’arte” – conservato nelle collezioni italiane. Insieme abbiamo studiato il costume storico musealizzato in ambito lucchese, un interesse che dal 1967 Donata Devoti coltivava, una ricerca storica che ha portato ad alcune esposizioni e al saggio Il costume a Lucca. Contenuti e problemi di moda dalla Repubblica al Principato (1995).
Nondimeno abbiamo guardato oltre l’“oggetto”, affrontando il problema del costume in epoche in cui la sua storia è ricostruibile esclusivamente attraverso la lettura delle fonti d’archivio, in mancanza di abiti conservati. La ricerca d’archivio ha costituito uno dei cardini fondanti del metodo di lavoro di Donata Devoti, per tutti i settori delle arti applicate da lei curati. Lo studio del costume si è focalizzato in particolare sul Rinascimento, che è stato oggetto anche della mia tesi di dottorato Firenze e il costume nel sistema della corte rinascimentale, di cui Donata Devoti è stata illuminante e insostituibile tutor.
L’interesse della ricerca si è in seguito esteso all’effimero mondo dello spettacolo. In questo caso specifico parliamo di “oggetti d’arte” molto particolari. Così infatti vogliamo definire i costumi di scena realizzati nel corso del XX secolo per il palcoscenico – dal teatro di prosa, al balletto, ai complessi storici allestimenti per l’opera – o piuttosto quei costumi ideati per i più nuovi allestimenti voluti dal cinema per i suoi fantastici set. Bene, il costume di scena rientra egregiamente nella categoria degli “oggetti d’arte”, in quanto traduce materialmente forme e idee estetiche avvalendosi di soluzioni che sono il risultato della sapienza e dell’alta perizia tecnica dell’artigianato.
Così, in sintesi, pensava anche Donata Devoti, cui sono debitrice di un dialogo intellettuale costante e lucido, nel tempo. Su questa linea si muove la ricerca che di seguito presentiamo: l’ultimo cantiere di studio aperto insieme alla professoressa Devoti, “Titta”. Ne racconto alcune tappe salienti.

Note a margine allo studio di una collezione di oggetti d’arte: la Fondazione Cerratelli, costumi per lo spettacolo del Novecento.

Nel marzo del 2005 nasce la Fondazione Cerratelli, labirintica collezione di costumi per lo spettacolo del Novecento. Da Firenze l’intero patrimonio della Casa d’Arte Cerratelli, antica sartoria teatrale locata nella storica Via della Pergola, chiusa ormai dal 1995, giunge a San Giuliano Terme, per volontà della signora Floridia Benedettini, direttore della Fondazione, qualificata professionista di alta moda e sartoria teatrale, da anni impegnata nella valorizzazione culturale di questi settori. Fondamentale, in quest’operazione, l’impegno politico e l’aiuto del Comune di San Giuliano Terme che ha ben compreso il valore storico della sartoria Casa d’arte Cerratelli, una presenza costante – dal 1916 al 1995 – sulla scena della cultura artistica toscana.   
Si deve alla professoressa Devoti il coinvolgimento del Dipartimento di Storia delle Arti dell’Università di Pisa, quest’ultimo dal 2006 impegnato con la Fondazione Cerratelli nella catalogazione di questa straordinaria collezione, grazie anche al sostegno scientifico della professoressa  Lucia Tomasi Tongiorgi e del professor Lorenzo Cuccu.
L’entusiasmante ricerca ha ovviamente preso le mosse dalla ricognizione di questo ingente patrimonio, più di 20.000 costumi, ponendosi come prima meta la identificazione di un “nucleo storico simbolico” del marchio Cerratelli: sono conservati infatti esemplari che – possiamo affermare – hanno fatto la storia del costume di scena italiano.
I nomi del primo Novecento che incontriamo sono quelli di raffinati costumisti come Umberto Brunelleschi e Gino Carlo Sensani (fig. 1), o di maestri della pittura come Mino Maccari, Renato Guttuso o Giorgio De Chirico. Creatori per il teatro o artisti legati alle produzioni teatrali per il Maggio Musicale fiorentino, a partire dagli indimenticabili anni ’30, proseguendo negli anni ’50 con Lucien Coutaud (fig. 2), fino quasi alle soglie del 2000. Perdersi tra questi costumi ha costituito un rischio, da tenere sotto forte controllo. Abiti scenici che prendono forma da materiali raffinati, sete policrome impreziosite da elaborati e sontuosi ricami, applicazioni di paillettes, perle e fantasiose guarnizioni, tutto questo a stretto confronto con tele di cotone dipinte dal segno del pennello di maestri del colore, oppure stoffe stampate su disegno dei medesimi. L’urgenza era trovare più di un vivace “filo rosso” per tessere complesse trame sull’ordito multiforme del patrimonio Cerratelli.
Il rigore dello studio ha imposto un confronto con la documentazione. Sono stati così recuperati – e per la prima volta lettii registri della vecchia sartoria, oggi depositati e ordinati nell’Archivio della Fondazione. I quaderni racchiudono i segreti della bottega fiorentina, rivelando molteplici dati: dalle più minute note tecniche alle  informazioni lessicali di un mestiere unico e altamente qualificato: la sartoria teatrale o meglio per lo spettacolo.
La difficoltà della prima scelta di uno studio monografico è infine volutamente caduta sul secondo Novecento. Emerge in Fondazione, per significato storico e spettacolare, il nucleo di costumi legato alla figura di Danilo Donati, autore di ben tre cast per il cinema in costume di Franco Zeffirelli (Fratello Sole, Sorella Luna; Romeo e Giulietta; La Bisbetica domata).  Il maestro fiorentino è stato nel tempo fedele estimatore della sartoria ed oggi è tra i più sinceri sostenitori della Fondazione di cui è presidente onorario.
Le esposizioni dedicate ai costumi di  Fratello Sole, Sorella Luna  sono il primo risultato pubblico di questo impegnativo momento di catalogazione e ricerca.
All’inizio del 2007 un’innatesa scoperta, seguita ai mesi di analisi degli archivi cartacei Cerratelli, ha indirizzato la ricerca: è stato trovato un consistente numero di costumi di scena firmati da Emanuele Luzzati. La duplice qualità – estetica e allo stesso tempo tecnica – visibilmente riconoscibile per questi pezzi, ben conservati, ne ha segnato la priorità di studio. Un’emozione e un’esigenza condivise con “Titta” Devoti. Su questo fantastico nucleo di costumi realizzati dalla Casa d’Arte Cerratelli a Firenze, per alcuni dei più prestigiosi palcoscenici internazionali, dagli anni ’60 agli anni ’80, è in fieri  un workshop di catalogazione che si propone di conoscere e riportare questi abiti scenici, unici nel loro valore, alla cultura che li ha creati.
Costumi di scena, stoffe dipinte, il senso del colore e la magia visionaria di Emanuele Luzzati: tutto questo è conservato alla Fondazione Cerratelli. Vent’anni e più di attività per la costumistica teatrale, opera dello scenografo-artigiano genovese.
«Costumi così eccentrici, così pittorici», come direbbe Emanuele Luzzati. «Costumi o personaggi di stoffa», che sembrano le sue tanto note illustrazioni su carta che hanno preso volume e spazio, come desideriamo dire noi, grazie ai mesi di studio spesi in Fondazione. Le tecniche di esecuzione, qui messe in atto, sorprendono tanto quanto la sapienza ideativa del maestro.
La figura di Emanuele Luzzati impone uno studio mirato ad un dialogo piuttosto articolato, che vola oltre le arti applicate, verso la storia dello spettacolo, che si fa opera, danza o prosa.
Diversi pertanto sono e saranno i referenti di questo percorso di ricerca, nato grazie alla volontà congiunta della Fondazione Cerratelli e del Dipartimento di Storia delle Arti dell’Università di Pisa, che in questo primo atto vede coinvolti il Museo Luzzati di Genova e la Biblioteca dei Ragazzi della città di Pisa.
Il primo tema affrontato, nell’esposizione Lele Luzzati Atto I (aperta fino al 30 Aprile 2008 nei locali della Fondazione)  rende omaggio a Rossini, con i costumi per due opere: Cenerentola (fig. 3) e L’Italiana in Algeri.
I costumi esibiscono parte della visionarietà fantastica di Luzzati, testimoniata anche dai testi illustrati per l’infanzia (in prestito grazie alla Biblioteca dei Ragazzi) che sono esposti in mostra per richiamare al visitatore la complessità creativa di questo artista del Novecento.

 

Costumi di scena  e abbigliamento del Medioevo in Italia: le interpretazioni di Danilo Donati per il Francesco di Zeffirelli

«Il costume deve servire allo spettacolo, non al costumista.
  Il costumista si deve annullare, non deve apparire mai:
  ci deve essere un tale amalgama con tutto il resto che non     faccia “vedere” il costume.» 
Danilo Donati

I costumi del film Fratello Sole, Sorella Luna di Franco Zeffirelli (1971) simboleggiano un ritratto estremamente ideale della società di Assisi, reinventata dalla creatività del maestro Danilo Donati nella bottega di Casa d’ Arte Cerratelli. Allo stesso tempo questi costumi dimostrano l’alta professionalità  raggiunta dal costume di scena italiano nel corso del secolo scorso.
“Vesti lunghe, tuniche e sotto-tuniche” rappresentano le fogge maschili e femminili dei ceti egemoni, mentre  “vesti corte, giubbe indossate con calze solate e molto aderenti, quasi moderni pantaloni” sono esemplificative di fogge meno importanti ed esclusivamente maschili. “Sottane corte e veli”, tutti capi femminili, completano insieme ai fantasiosi accessori, “cuffie e cappelli” il ricchissimo insieme dei costumi nati per la pellicola di Zeffirelli,  abiti scenici che riescono ad interpretare in modo quasi illustrativo l’abbigliamento di un probabile basso medioevo italiano.
In Italia la storia dell’abbigliamento nei secoli seguenti all’anno Mille è caratterizzata dall’uso di vesti specificamente indicate per ogni ceto sociale
“Il Medioevo credeva nella differenza, che era distinzione di dignità e di funzioni, la teorizzava e la praticava e gli abiti dovevano servire ad evidenziarla e a marcarla” (Maria Giuseppina Muzzarelli, Il Guardaroba medioevale, 1999)
La dignità dei singoli individui è simboleggiata dall’abito, le funzioni, politiche o religiose, sono cristallizzate nel  segno visivo delle vesti: lo mostrano i costumi delle cariche politiche (fig. 4: costume per il  Console di Assisi) e quelli della chiesa che vestono i personaggi del film. (fig. 5: costume per Papa Innocenzo III, Piviale e fig. 6: costume per il Vescovo di Assisi)
L’intera società di una città medioevale, Assisi, ruota attorno alla vita di Francesco, prima uomo laico (fig. 7) e poi “fratello” spirituale di un nuovo ordine religioso, ma sempre calato profondamente nella sua epoca, fino al punto da lasciarne uno dei segni più emblematici del Medioevo italiano.
I  modelli, femminili e maschili, dei costumi sono stati disegnati da Danilo Donati;  i capi sono stati tagliati e cuciti nei laboratori fiorentini di Cerratelli con stoffe tinte a colori naturali nella stessa sartoria (figg. 8-11).
Il colore e il non colore delle stoffe nel  Medioevo erano precisi indicatori dell’età, della condizione personale, della posizione sociale e degli stati d’animo degli individui (figg. 7-12).
La pesantezza di questi costumi,  ben leggibile dal vivo, sembra voler quasi contrapporre le vesti  alla nudità  del santo, alla sua simbolica svestizione in quest’immagine di Francesco e della società di Assisi, uno straordinario tableau vivant firmato da due maestri della cultura italiana:  Franco Zeffirelli e Danilo Donati.
Le fotografie dei costumi qui pubblicate sono state scattate durante il worhshop  di catalogazione svoltosi con la partecipazione di alcuni studenti del Dipartimento di Storia delle Arti, Università di Pisa in Fondazione Cerratelli diretto dal Direttore Floridia Benedettini e dalla scrivente.
Una selezione di costumi – dal cospicuo nucleo esistente dei circa 200 costumi del film – ha animato con tre mostre la città di Pisa, nelle sacre dimore del Battistero, del convento di San Francesco e della  chiesa di  San Pierino (4 Ottobre 2006 – 6 Gennaio 2007).
Insieme ai costumi sono stati esposti alcuni dei bozzetti – autografi – di Danilo Donati, conservati in Fondazione.
A seguito della catalogazione è nata una seconda mostra nella sede della Fondazione – Un’immagine di Francesco in Casa d’Arte Cerratelli  firmata da Danilo Donati – realizzata secondo criteri multimediali, al fine di riportare nel loro contesto spettacolare i pezzi.  Spezzoni in video del film, fotografie di immagini di scena, con luci idonee, sono nello specifico i criteri di riferimento che hanno reso “nuovo” l’allestimento e fruibile la mostra.Un percorso didattico  è stato elaborato in sede espositiva  per mezzo di ipertesti che hanno affrontato il rapporto con le fonti iconografiche e i confronti cinematografici – per ricostruire il viaggio tra la raffinata simbologia medioevale ideata dal maestro Danilo Donati.  Un viaggio fatto di tappe puntuali tra i temi francescani: il potere e le sue vesti – laiche ed ecclesiastiche – e  la società civile – dai notabili al popolo – per approdare all’emarginazione e alla diversità.
Una Giornata di studio ha avuto luogo in Fondazione a chiusura dei lavori, il 15 Maggio 2007, dal titolo Le immagini di Francesco, rivolta in particolar modo agli studenti,  coordinata da chi scrive e da Antonella Capitanio, ospiti due esperti del Medioevo, la storica del costume Maria Giuseppina Muzzarelli (Università di Bologna) e lo storico Mauro Ronzani (Università di Pisa) che hanno offerto una suggestiva  lettura del film in chiave storica, che ha permesso di coglierne nuovi e  interessanti aspetti a tutti i presenti.
In questa occasione è intervenuta pubblicamente – per l’ultima volta – la professoressa Donata Devoti, che ha discusso i costumi di Donati in relazione al lusso e al colore delle stoffe di quel probabile Duecento italiano.

 

Esposizioni curate dalla Fondazione Cerratelli in collaborazione con l’Università degli Studi di Pisa

I costumi di Scena. Un cammino lungo 1000 anni, presso la sede della Fondazione
30 ottobre 2005 – 31 marzo 2006

Francesco e il suo tempo dal film Fratello Sole, Sorella Luna, Assisi, Basilica di San Francesco
7 aprile – 8 maggio 2006

 

I Barocchi. Opere d’arte di Carla Tolomeo e costumi della Casa d’Arte Cerratelli, presso la sede della Fondazione 
8 luglio 2006 – 25 settembre 2006

Fratello Sole, Sorella Luna
4 Ottobre 2006 – 6 Gennaio 2007, Pisa, Battistero, Piazza dei Miracoli

I Costumi del “Fratello Sole” di Zeffirelli. Un’immagine di Francesco  in Casa  d’Arte Cerratelli  firmata da Danilo Donati
17 Febbraio 2007- 17 Maggio 2007
presso la sede della Fondazione  Cerratelli

Lele Luzzati Atto I
19 Novembre 2007- 30 Aprile 2008
presso la sede della Fondazione 

Fondazione Cerratelli
Via G. di Vittorio, 2
San Giuliano Terme (Pisa)
Tel.: 0039 050 817900
Fax.: 0039 050 815700
Info: fondazionecerratelli@gmail.com

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Gino Carlo Sensani, maestro costumista per la Casa d’Arte Cerratelli, Incoronazione di Poppea, 1937, Firenze, Maggio Musicale.
«Voi capite che il nostro lavoro non è e non  deve essere  un lavoro di archeologia. L’immaginazione c’entra per qualche cosa, e sbaglierebbe chi riproducesse costumi del passato in base a criteri fotografici. L’essenziale, a mio avviso, è non far sentire il costume, far sì che l’abito sia la buccia di quel personaggio in quell’ambiente » (Gino Carlo Sensani, intervista a Michelangelo Antonioni, 1940)


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Lucien Coutaud, Lucien Coutaud, costume per Medea, indossato da Maria Callas, 1953

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Emanuele Luzzati, costumi per Cenerentola, foto di scena, 1978

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Danilo Donati, costume per il  Console di Assisi (per il film Fratello Sole, Sorella Luna di Franco Zeffirelli, 1971)

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Danilo Donati, costume per Papa Innocenzo III, piviale

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Danilo Donati, costume per il Vescovo di Assisi

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Danilo Donati, costume per Francesco, uomo laico

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Danilo Donati, costume femminile per Matrona, madre di Chiara

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Danilo Donati, costume femminile per Matrona di Assisi, comparsa

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Danilo Donati, costume per Pietro di Bernardone, padre di Francesco

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Danilo Donati, costume maschile per Uomo nobile di Assisi, comparsa, dettaglio del collo della sopravveste

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Danilo Donati, costume maschile per Borghese di Assisi, comparsa

Ricordo di Donata Devoti /2. Il metodo e la passione nello studio delle arti tessili

di Cristina Borgioli                                    

Non è ovviamente possibile ripercorrere in questa occasione, contributo per contributo, il fondamentale apporto dato da Donata Devoti alla storia delle arti tessili. Credo allora che per tracciare un ricordo di una delle prime e più grandi studiose di questo settore, si debba far riferimento al metodo ed alla passione che hanno caratterizzato le sue pionieristiche ricerche ed il suo insegnamento.
Per fare ciò, prenderò a paradigma una delle sue pubblicazioni più conosciute, il monumentale volume L’arte del tessuto in Europa del 1974 che, ancora oggi, è un’opera imprescindibile per chiunque si accinga allo studio dei tessili, tanto da essere conosciuto come “la bibbia dei tessuti” nei corsi di storia delle arti applicate di molti atenei italiani.
Il volume si profila come una sorta di provvidenziale bussola, capace di orientare il lettore nel mare magnum della produzione tessile europea di otto secoli. La storia del tessuto vi si dipana attraverso la rigorosa e puntuale indagine delle origini e degli sviluppi delle diverse manifatture e delle loro interconnessioni: per ciascuna di queste − attraverso un ricco regesto critico di attestazioni esemplari − vengono rintracciate le principali caratteristiche tecniche e stilistiche e sono messi in luce tutti gli aspetti legati alla produzione tessile, dal contesto sociale ed economico a quello artistico.
Sarebbe riduttivo però considerare quest’opera “solo” una grande storia del tessuto europeo, poiché, di fatto, il volume contiene un impareggiabile esempio di metodo, che definisce i momenti fondamentali dello studio di questo settore delle arti applicate.
L’attualità del libro, il suo valore metodologico, credo si manifestino nella capacità di mostrare con grande lucidità la complessità dei livelli semantici che si debbono affrontare nello studio dei tessili storici: testimonianze d’arte visiva che hanno risposto a funzioni d’uso, come ogni opera di arte applicata, e per le quali la scelta della tecnica di esecuzione − legata alle regole matematico-geometriche della tessitura − risulta interrelata alla tipologia di decorazione. E’ chiaro quindi che per lo studio dei tessili vi è l’urgenza di un’indagine rigorosa sulle tecniche e sui processi di produzione, aspetti che devono essere minuziosamente ricostruiti, al pari del contesto culturale ed artistico, economico e sociale, nei quali gli stessi oggetti si inseriscono e dai quali si originano.
Poiché, ad esempio, una stessa tipologia tecnica può perdurare nel corso di più secoli o un fortunato schema decorativo − con minime variazioni − rimanere fedele a se stesso nel tempo ed essere utilizzato da manifatture diverse, l’attribuzione e la datazione di un tessuto non possono prescindere, al contempo, né dall’analisi tecnica né dallo studio dei documenti storici né dal raffronto col linguaggio delle manifestazioni artistiche coeve o dalla valutazione della temperie culturale.
E’ proprio la consapevolezza della molteplicità dei piani di lettura offerti dall’oggetto tessile e delle conseguenti implicazioni con diversi settori disciplinari di ricerca, che sembra del resto determinare un altro aspetto peculiare che emerge dalla lettura de L’arte del tessuto in Europa: quel non porre talvolta soluzioni definitive a tematiche irrisolte e dibattute dalla critica ma evidenziarne piuttosto i nodi problematici, esporre criticamente i termini delle questioni aperte ed indicare così nuove possibili direzioni di indagine pronte a stimolare ulteriori momenti di riflessione.
Per chi ha avuto la fortuna di poter intraprendere lo studio dei tessuti sotto la guida della professoressa Devoti, questo tipo di approccio alla ricerca è ben noto, così come altrettanto conosciuta è la tensione ad indagare aspetti nuovi di un tema già frequentato o a rimettere in discussione tutte quelle conclusioni − pur generalmente date per consolidate − che non fossero maturate dall’osservazione diretta del manufatto e dall’analisi dei documenti ma da valutazioni esclusivamente stilistiche.
L’importanza della conoscenza dei materiali e delle tecniche di esecuzione si lega poi fortemente ad un altro interesse, costantemente presente nel lavoro di Donata Devoti: quello della conservazione. Catalogazione e restauro sono vere e proprie occasioni di studio diretto degli oggetti oltre che strumenti per la tutela del patrimonio tessile; un patrimonio già predato e disperso nei secoli passati dal mercato collezionistico (i manufatti venivano spesso tagliati e resi mutili per adattarli alle esigenze commerciali) ed oggetto di gravi e diffusi fenomeni di incuria.
Se la catalogazione infatti costituisce l’atto basilare per la tutela e la conoscenza, il restauro rappresenta un momento straordinario per la ricerca sul manufatto, in quanto capace di svelarne aspetti generalmente non apprezzabili: si pensi alle informazioni che si possono avere dallo “smontaggio” di una veste o di un arredo, come il rovescio di tessuti e ricami solitamente celati da fodere, o l’altezza effettiva del tessuto (che fornisce indicazioni sul tipo di telaio usato) e ancora l’analisi dei materiali utilizzati.
In quest’ottica dunque le attività legate alla conservazione divengono anche peculiare prassi formativa, corollario indispensabile all’apprendimento maturato sui testi. Ai temi della conservazione infatti, Donata Devoti non solo si è dedicata con costanza ma ha sempre chiamato i suoi allievi all’impegno. Accanto a lei, campagne catalografiche, allestimenti museali e ricognizioni di depositi, costituivano occasioni uniche per imparare “sul campo” tutto quello che nessuna pubblicazione specialistica avrebbe potuto mai insegnare: in primo luogo i molteplici aspetti del “mestiere” di storico dell’arte, per il quale − ripeteva spesso − lo studioso deve anche saper uscire dalla biblioteca ed affrontare le problematiche del mondo della conservazione, la materialità dell’oggetto.
Altro tema particolarmente avvertito da Donata Devoti è stato quello della necessità della definizione di un lessico univoco per la schedatura e lo studio dei tessuti. L’interesse per la normalizzazione del linguaggio − che si ricollega al rapporto intercorso, dalla fine degli anni Sessanta, con il CIETA (Centre International d'Étude des Textiles Anciens) − ha costituito un impegno costante nella attività didattica e scientifica della studiosa, che si è risolto tra l’altro anche in una serie di collaborazioni con enti e strutture preposte alla catalogazione, come gli Uffici periferici del Ministero e la CEI. Nei primissimi anni Ottanta, insieme a Gabriele Borghini, Donata Devoti elaborò per esempio una prima stesura di un dizionario terminologico − sfortunatamente poi non realizzato − dedicato allo studio e alla catalogazione dei tessili, richiestole dal primo responsabile del neonato Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione, Oreste Ferrari. Lo stesso volume L’Arte del tessuto in Europa del resto manifesta già, nella descrizione delle stoffe, un approccio scientifico completamente nuovo, non riscontrabile nelle pubblicazioni precedenti di settore.
Proprio nel solco del fondamentale contributo dato della studiosa in questo contesto, si colloca un recentissimo lavoro, tuttora in corso, condotto dalla Soprintendenza di Pisa, in collaborazione con la Scuola Normale Superiore, con il coordinamento scientifico di Clara Baracchini e la collaborazione di Domenica Digilio e Giacinto Cambini, che ha portato alla formulazione di un vocabolario specifico per la schedatura, capace di correggere quelli fino ad oggi in uso e finalizzato alle future operazione catalografiche.
Sulla necessità di uniformare il lessico adoperato nel caso di descrizioni inseribili in database ai fini della consultazione, Donata Devoti era tornata a riflette poi ultimamente, davanti all’incredibile dato documentario fornito dai disegni − relativi ad oggetti tessili − raccolti in Italia all’inizio del Settecento dall’architetto inglese John Talman, nell’ambito del progetto di ricerca finanziato dal “The Paul Getty Trust” e coordinato dalla Professoressa Cinzia Sicca. Anche in questo contesto, sebbene l’oggetto di studio fossero riproduzioni grafiche di manufatti spesso non più esistenti, il metodo col quale invitava ad indagare gli oggetti rappresentati era lo stesso: cercare di capire come “realmente” questi fossero (e dunque, le caratteristiche tecniche dei tessuti che li confezionavano, la loro destinazione d’uso, la loro storia), al fine di rintracciare quelle specificità che potevano aver motivato la traduzione a disegno da parte di Talman.
Esemplare del metodo e della passione di Donata Devoti per tutto quanto riguardasse la storia dell’arte tessile (studio, conservazione, aspetti museografici) è il lavoro da lei svolto sulla manifattura lucchese. Nel 1966 usciva su Critica d’arte (a. XIII, n. 81) un articolo dal titolo Stoffe lucchesi del Trecento:uno dei primi contributi pubblicati dalla studiosa, dedicato alla storia della manifattura serica di Lucca; argomento che − tra gli altri − ha frequentato pressoché costantemente per tutto il corso della sua vita. Già in questo primo contributo, col quale ricompone un primo corpus di attestazioni trecentesche, sono esposti tutti quei principi connotanti la sua metodologia di ricerca: lo studio dei documenti storici, l’analisi del rapporto tra decorazione e tipologia tessile, la comparazione critica dei pattern decorativi tra manifatture diverse. Nel 1967 esce un piccolo ma incisivo saggio dedicato alla storia della produzione lucchese, dal titolo Dell’arte e del commercio della seta a Lucca, apparso nel catalogo della Mostra del costume e sete lucchesi, tenutasi nello stesso anno a Palazzo Mansi. E’ però nel 1989 che Donata Devoti pubblica l’opera più completa su questa manifattura, curando la mostra, con il relativo catalogo, La seta. Tesori di un’antica arte lucchese. Grazie ad un esemplare e capillare lavoro di ricerca, Donata Devoti in questa occasione recupera filologicamente e “riporta in patria” un cospicuo numero di attestazioni tessili prodotte a Lucca ma disperse tra i maggiori musei esteri. Infatti nessuna stoffa uscita dalle officine lucchesi tra XII e XIV secolo si è sfortunatamente conservata in città ma grazie all’analisi documentaria, tecnica e stilistica, la studiosa ricostruisce − con poco meno di cinquanta pezzi in mostra − un percorso che attraverso manufatti di quattro secoli (dal XIII al XVII secolo) illustra lo svolgimento tecnico, stilistico ed iconografico di questa illustre produzione, il suo rapporto con le altre manifatture, quello tra stoffe ed arti “maggiori”, le evoluzioni decorative rapportate ora al mutamento del gusto ora alle esigenze del mercato e dei processi produttivi, che vengono puntualmente descritti assieme ai relativi attori: mercanti, artigiani, artisti.
La mostra seppe riportare l’attenzione su un aspetto della storia della città estremamente importante quanto poco “visibile”: quello di essere stata uno dei principali centri manifatturieri della seta nell’Europa medievale. Già nel 1989 dunque, vantando i Musei Nazionali una corposa collezione tessile − sebbene priva di oggetti ascrivibili ai secoli precedenti il XV − si fece avanti l’idea di creare una sezione tessuti all’interno del percorso espositivo di Palazzo Mansi. Dal 1978 erano inoltre attivi, proprio nello stesso museo, dei veri e propri laboratori didattici sugli antichi tessuti lucchesi, realizzati dalla locale Soprintendenza con la consulenza scientifica di Donata Devoti, a dimostrazione di una comune, spiccata quanto precoce sensibilità verso il tema della didattica museale.
L’allestimento della sezione tessile del Museo di Palazzo Mansi si è concluso dopo un lungo lavoro, nella primavera del 2007 ed è stata una delle ultime benemerite attività che dobbiamo a Donata Devoti: lei stessa, insieme a Domenica Digilio e Giacinto Cambini, ha curato la scelta degli oggetti da esporre, il tipo di allestimento, il tipo di manichini più adatto a fare da supporto alle preziose vesti liturgiche. Un lavoro svolto con quella competente attenzione che sempre dedicava al trattamento ed alla salvaguardia dei tessuti da esporre, con la cura di inserire le attestazioni più rappresentative, capaci di comunicare al fruitore un ragionamento critico.
La sezione tessili di Palazzo Mansi è uno dei tanti cammini seminati con cura da Donata Devoti sui quali si continua a lavorare e sperimentare. Il caso lucchese infatti, grazie all’interesse della direttrice dei Musei Nazionali Maria Teresa Filieri, ha aperto la possibilità di poter concretamente applicare gli esiti di un percorso di ricerca intrapreso da chi scrive sotto la guida di Donata Devoti, che riguarda i temi della conservazione, della comunicazione e della didattica nei musei del tessuto. Proprio su questi aspetti, sul possibile superamento della dicotomia “conservazione/esposizione” e sulle opportunità fornite dalla multimedialità in un contesto, come quello dei tessuti, in cui spesso il museo è considerato una sorta di archivio per specialisti, si sono incentrati i nostri ultimi incontri.

 

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