Il Museo Amedeo Lia a La Spezia. Le stanze del collezionista.

di Andrea Marmori

 

Amedeo Lia è acuto collezionista che in anni di ricerca ha formato un’amplissima raccolta, forte di oltre mille oggetti d’arte. Nel 1995 ha donato la sua composita collezione al Comune di La Spezia e, per esso, alla città, con la precisa clausola che in tempi brevissimi venisse aperto un Museo dove fossero ordinati i nuclei collezionistici. Dal 1996 il seicentesco convento di san Francesco di Paola, nella parte storica della città, ospita, debitamente restaurato e recuperato, il museo che del donatore reca il nome.
I dipinti costituiscono un nucleo di precisa forma, che dà luogo ad un campionario convincente della vicenda figurativa nel periodo compreso fra il XIII e il XVIII secolo, prevalentemente di ambito italiano.
Le tavole due, tre e quattrocentesche, cuore della pinacoteca, sono un florilegio esemplare della produzione pisana, fiorentina e senese, alla quale si aggiungono testi di area adriatica e di cultura veneziana e lombarda, testimoniando dapprima il passaggio dai tipi di matrice bizantina, come ben dimostra la tavola in cui è raffigurata la Deposizione dalla croce, opera di Lippo di Benivieni ancora compresa nel XIII secolo, nella quale sembrano convivere esperienze duecentesche e novità giottesche, per giungere alla pienezza espressiva trecentesca, si veda ad esempio, l’intenso San Giovanni Battista, già parte di un polittico eseguito per una comunità francescana negli anni Venti del Trecento da Bernardo Daddi, o il vigoroso San Giovanni Evangelista opera della piena maturità di Pietro Lorenzetti, ascrivibile al quinto decennio del XIV secolo.
Ed ancora si osservi la potente, dolorosa Crocifissione di Barnaba da Modena, databile al 1370 circa, che è suddivisa in episodi narrativi isolati e sembra avere un moto ascensionale, dal basso verso l’alto dove, nello spazio cuspidato, campeggia isolato il sacrificio di Cristo sormontato dal pellicano mistico. Al fondo oro gradatamente si sostituisce il paesaggio, il bagliore corrusco lascia posto alla campagna rappresentata, alla città narrata, contemporanea a chi racconta e in apparenza estranea a chi la abita. Si accende così la luce che avvolge lo sfibrato San Girolamo di Alvise Vivarini posto a battersi il petto in un deserto tinto di Laguna, deserto umido di bagliori del tutto inverosimili, ma vivi e reali per il pittore che li osserva e li rappresenta.
Il Rinascimento veneziano si mostra potente nel vivo Ritratto di gentiluomo, tela eseguita da Tiziano intorno al 1510. Di forte cultura giorgionesca, il dipinto sembra realizzato per esaltare le qualità della luce sulla superficie delle vesti e dell’epidermide, senza che la cesura di segni grafici giunga a definire i contorni. Niente ci distrae dall’effigiato, non un particolare superfluo, nessuna architettura che lo ospiti, niente di niente, solo la figura umana fra buio e luce. Verità muta e assoluta.
Pontormo, modernissimo e stralunato, si autoritrae e guarda con posa estrema, “guastando e rifacendo oggi quello che aveva fatto ieri si travagliava di maniera il cervello, che era una compassione”, come racconta Vasari. Il solipsismo e un filo di inestinguibile malinconia sembrano essere le costanti della vita del pittore, da subito funestata da un’impressionante serie di lutti familiari, che lo lasciano solo al mondo. Forzatamente la solitudine diviene abitudine e in questo clima di inquietudine e disamore il pittore approfondisce la meditazione su se stesso e sul suo lavoro: “alcuna volta, andando per lavorare, si mise così profondamente a pensare quello che volesse fare, che se ne partì senz’aver fatto altro in tutto quel giorno che stare in pensiero” - afferma ancora Vasari. L’Autoritratto conservato nel Museo, proveniente dalla Collezione Contini Bonacossi, sembra l’esatto resoconto di questi momenti di inattività fisica ma di grande e profondo travaglio mentale e spirituale. Inciso con una punta il disegno di massima su un embrice di terracotta, Pontormo esegue il proprio volto, nell’urgenza insindacabile di fissare quel momento dell’esistenza.
Il Ritratto di dama di Giovan Battista Moroni rivela forte e specifica affinità con il dipinto analogo conservato al Rijksmuseum di Amsterdam, anche se è possibile riscontrare assonanze, sia nella impostazione iconografica che nella resa pittorica, con una serie di ritratti eseguiti attorno al 1570, come la sensitiva Dama trentenne all’Accademia Carrara di Bergamo, posta, abbigliata e pettinata alla pari della nostra, secondo la moda di quel momento. L’ampia e voluminosa gorgiera, come Mina Gregori ha sottolineato a proposito del ritratto della Carrara, era particolarmente di moda proprio intorno al 1570, così come il gusto per la contrapposizione tra il velluto nero e l’esuberanza delle trine candide. Nel ritratto Lia il fondo monocromo, senza fremiti di luce e ombra, spegne l’animo della dama, “senza un pensiero nel cuore”, e ne esalta l’esteriorità sontuosa e algida. Solido involucro dal contenuto leggero, la dama bergamasca non sorride e non accenna moto d’animo. Appare e basta, congelata nell’assenza di luce e colori, lì posta in malinconica attesa di un domani uguale all’oggi.
I dipinti seicenteschi, fra i quali spicca un notevole catalogo di nature morte, risentono in gran parte dell’influsso diretto o indiretto della lezione caravaggesca: si osservino il vecchio e potente San Girolamo di un anonimo seguace del Merisi, cardinale spogliato della vampa della veste in una mortificata esibizione della carne, e l’assorto e straniato San Luca riferibile al catalogo di Johann Ulrich Loth. Ed anche il fastoso dipinto veneziano in cui vengono celebrate le nozze tra Bacco ed Arianna o, ancor meglio, il momento in cui il diadema donato dallo sposo sta per esser lanciato in cielo e divenir così la costellazione che dalla sposa prenderà il nome, dipinto ricondotto ad Ermanno Stroifi, sia pur con ragionevole cautela, dopo una lunga attribuzione a Bernardo Strozzi. E’ tela complessa, che pare assumere un valore paradigmatico nella cultura figurativa seicentesca: l’umano, umanissimo Bacco ha le mani arrossate di chi lavora la terra, e della terra reca i frutti, bruno di vita condotta all’aria aperta, vivace nella crudezza della carne, e con occhio che chiede qualcosa in cambio si rivolge ad Arianna, spogliata in una nudità affaticata e sensitiva, lo sguardo incapace di sostenere altri sguardi. Summa perfetta, in cui Caravaggio e Rubens paiono essersi accordati in quel trattenuto gesto michelangiolesco di mani che esitano a sfiorarsi.
E poi i dipinti del Grand Tour, carissimi ai viaggiatori d’Europa, dove Venezia e Roma appaiono modelle dilette ed infaticabili. Lo sguardo si perde nella Piazza San Marco di Bernardo Bellotto, coraggioso artista che dipinge Venezia senz’acqua, ritraendo il vasto spazio dalla piazzetta dei Leoni, punto di vista così insolito da far vacillare la sensazione di conoscere proprio quella città e proprio quella piazza, luoghi fra i più noti al mondo.
Ma, oltre ai dipinti, nel Museo sono conservati ed esposti importanti nuclei di miniature, una vasta sezione di avori, oreficerie preromane, romane, medievali e rinascimentali, smalti limosini, un amplissimo catalogo di bronzetti – mondo ridotto da poter stringer tra le mani –, vetri archeologici, rinascimentali e barocchi, terrecotte e maioliche.
Un cenno particolare merita, infine, quello che sicuramente è uno degli ambienti fra i più sorprendenti del Museo. Quasi alla conclusione del percorso si trova una piccola sala dove sono stati ordinati manufatti insoliti e preziosi, composti con materiali svariati e destinati a soddisfare incontentabili capricci di una committenza raffinata ed esigente. Questa minuscola sala, quasi una piccola Wünderkammer, ospita numerosi oggetti in cristallo di rocca, quarzo così resistente da dover essere molato con polvere di diamante ma che in antico si credeva ghiaccio freddo a tal punto da non potersi mai sciogliere.
Il cuore gelato del mondo, l’alchemico ed impossibile mistero dell’universo sembra divenire per alcuni versi l’emblema di questo prezioso Museo, sogno divenuto concreto grazie all’appetito insaziabile del colto Collezionista, fervidamente animato da spirito di scoperta e desiderio di conquista.


Lippo di Benivieni, Deposizione dalla croce, La Spezia, Museo Amedeo Lia


Jacopo Carucci detto il Pontormo, Autoritratto, La Spezia, Museo Amedeo Lia


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