La casa tradizionale a Istanbul negli scritti di Luigi Ferdinando Marsili

di Claudia Massi

 

Ci si allontana per vicoli su cui si affaccia di tratto in tratto una grande casa di legno, konak o semplice abitazione, unita alla successiva da un muro alto e chiuso. La via fa una curva, non si vedono altro che i due alti muri rosa come carne di salmone. Ci si sente felici, impressionati dalla gioia di vivere che c’è al di là di questi cinquanta centimetri di mattone o di pietra, – vita di fantasticherie in giardini gelosamente custoditi. Prigioni, è vero, ma prigioni da odalische. E per noi è come essere in un ambiente melanconico, benefico, un po’ doloroso.

Le Corbusier

 

Per lo studio dell’architettura residenziale a Istanbul, così come appariva sia nel periodo di massimo splendore della città, durante l’impero di Solimano il Magnifico, sia nei due secoli successivi, le testimonianze dei viaggiatori e dei cronisti dell’epoca sono oggi documenti indispensabili. Se infatti è ancora oggi possibile una conoscenza diretta degli antichi monumenti, l’architettura del “quotidiano” è invece andata in gran parte perduta, soprattutto perché era stata realizzata con materiali lignei, facilmente aggredibili dai frequenti incendi sviluppatisi nel tessuto urbano nel corso dei secoli. Tra il 1633 e il 1698, ad esempio, ben ventun incendi divamparono nella capitale, radendo al suolo, di volta in volta, uno o più quartieri[1]. Il legname, flessibile e resistente più della pietra se sottoposto ai movimenti tellurici, era particolarmente adatto alla stabilità e alla permanenza in opera delle costruzioni in una città, come Istanbul, insediata su una faglia. Oltre che per queste ragioni, la scelta di materiali lignei strutturalmente solidi, economici ma deperibili usati per le comuni dimore, si iscriveva anche nella concezione islamica della società: solo le moschee e i palazzi del sultano dovevano essere opere durevoli, le uniche quindi da realizzarsi in muratura.
Tra Otto e Novecento, inoltre, gran parte dei quartieri storici sono stati cancellati per risanare e rinnovare intere zone di Istanbul, cosicché l’antica struttura della città, caratterizzata da strade strette e tortuose entro le mura di Teodosio, è stata trasformata attraverso la ricostruzione di vaste aree densamente abitate, racchiuse da larghe arterie di scorrimento[2].
D’altra parte, non si è data mai grande attenzione alle antiche dimore, un’architettura considerata generalmente di poco rilievo, un giudizio questo condiviso dai viaggiatori e dagli eruditi, i quali erano più orientati a osservare gli edifici monumentali, il cui valore era di immediata lettura, basti pensare alle numerose opere di Sinan (1491-1588), dalle scuole coraniche alle moschee, dai ponti agli acquedotti[3] .
Al di là del loro giudizio, il ruolo dei memorialisti è diventato importante, proprio perché essi, non essendo interessati a un unico aspetto, sono riusciti a darci una visione complessiva di una determinata società, con i costumi e gli usi che la connotavano. Tra Sei e Settecento, alcuni viaggiatori italiani e stranieri, descrivendo Istanbul sotto il profilo naturalistico e monumentale e facendo riferimento alle attività quotidiane degli abitanti, hanno preso in considerazione le residenze ottomane. Così l’italiano Pietro Della Valle, che visitò la capitale nei primi anni del XVII secolo, il Grelot, un memorialista francese che descrisse quei luoghi alla metà del Seicento, Le Bruyn, altro viaggiatore francese, Evliya ed Eremiya Celebi, due storici turchi del XVII secolo[4] .
Di grande interesse appaiono anche le meno note pubblicazioni del conte bolognese Luigi Ferdinando Marsili (1658-1730). A soli ventun anni, questi si era recato per mare in Turchia, al seguito di Pietro Civrani, nominato all’epoca nuovo bailo della Serenissima presso la Porta Ottomana. Nel suo primo viaggio, il Marsili si era dedicato all’osservazione e allo studio del luogo: «Affinché si abbia una perfetta, ed intiera notizia di questo Imperio […], nel che mi servirò della maniera solita à tenersi da Filosofi, che in simil materia esattamente descrivono l’aria in cui si vive, i cibi, che ci notriscono, le bevande, che ci dissetano, il moto, che ci mantiene, le abitazioni, che ci dofendono, le malattie, che ci assaltano, gli affetti, e le passioni dell’animo, che ci alterano, ed altre cose simili»[5] .
Da questa prima esperienza, nacque in lui il desiderio di scrivere un trattato sull’impero, sull’esercito ottomano, sulla popolazione turca, partendo dall’analisi attenta e minuziosa delle tradizioni di quel paese. Il suo interesse fu anche rafforzato dal fatto che, proprio in quegli anni, il governo veneziano, per avvicinarsi alla cultura ottomana, aveva istituito una scuola, a cui il Marsili poteva riferirsi. Alla fortuna di questi studi, contribuì Giovanni Battista Donado, un ex bailo veneziano, il quale scrisse, nel 1688, il trattato “Della letteratura de’ Turchi”[6] . E fu proprio per elogiare quest’opera che il Marsili, in una lettera inviata all’autore, affermò: «non potteva Vostra Eccellenza intraprendere sogetto più confacente al di lei nobile genio nel tempo della sua rapresentanza per la Serenissima Republica alla Porta Ottomana […], con questa lettera, potrà aumentare le sue dimostrazioni, che la nazione Turca non sij senza studio, e letteratura secondo il comune concetto fondato su le relazioni dei passati Relatori, che mai si saziavano d’esagerare l’ignoranza de’ Turchi, l’inmensità de’ Tesori, l’inumerabili forze Militari senza altra distinzione, che quella li veniva datta da una superficiale recognizione, e per questo cossì impresso il Mondo»[7] .
Quando era in vita, il Marsili dette alle stampe nel 1681 una prima memoria, dal titolo “Osservazioni intorno al Bosforo Tracio overo Canale di Costantinopoli”, sulle questioni relative alle correnti marine di questo stretto, e una seconda, nel 1685, sulla descrizione di una bevanda tipica: il caffè alla turca[8] . Due anni dopo la sua morte, nel 1732, in un libro dal titolo “Stato Militare dell’Impero Ottomano, incremento e decremento del medesimo”[9] , vennero pubblicati i resoconti da lui raccolti fino ai primi anni del Settecento, durante le campagne belliche a cui aveva partecipato con la carica di colonnello prima e di generale poi. Il Marsili, partecipando alla guerra contro i turchi che assediavano Vienna (1683), alle battaglie di Belgrado (1688), della Serbia (1689) e della Transilvania (1690), aveva svolto diversi incarichi soprattutto per la messa a punto delle fortificazioni. Grazie alla sua conoscenza del mondo turco e dei territori contesi tra i due imperi, quello asburgico e quello ottomano, nel momento in cui si giunse a una volontà di pace, egli fu nominato commissario imperiale e fu incaricato della definizione dei confini (Pace di Carlowitz, 1699).
Le testimonianze del conte bolognese erano riferite a un periodo – gli ultimi venti anni del Seicento – che corrispose a una fase di declino dell’impero ottomano. Infatti, dopo due secoli e mezzo di espansione, tanto che i territori conquistati andavano dalle frontiere con l’Austria fino al Golfo Persico, dal Mar Nero alle coste dell’Algeria, l’impero subì un processo di europeizzazione [10]. Tale influsso culturale si affermò soprattutto negli anni Venti e Trenta del XVIII secolo, ossia nel periodo noto come Lale Devri, l’Età dei Tulipani, che ebbe inizio proprio con la firma del trattato di Passarowitz del 1718. Quest’epoca fu caratterizzata, come si comprende anche dalla denominazione con cui la si indica, da un clima di pace e di benessere, da una ricerca del bello e del piacere[11] .
A partire dalla fine del XVII secolo, le strutture commerciali, politiche e culturali ottomane furono condizionate da quelle europee[12] , in relazione, principalmente, a un mancato impulso propositivo da parte della classe dirigente dell’impero, una rigida e formalistica struttura sociale che rallentava l’evoluzione del paese[13] . Riflessi di questa situazione si ebbero anche sull’architettura e sulle arti decorative che, raggiunta la loro massima espressione durante il sultanato di Solimano[14] , subirono l’influenza degli stili europei, dal barocco al rococò, dal neoclassico al neogotico.
E proprio all’architettura il Marsili dedicò una certa attenzione, sia in qualche pagina dei suoi diari sia nella lettera, prima citata, a Giovanni Battista Donado. «Termino con l’Architetura, distinguendola in civile, e Millitare, mentre per la prima nella sontuosità delle Moschee, e vaghezza de’ Regi Seraglij si sovenirà esservi cose degne d’amirazione tanto per la disposizione delle piante adatate alli loro necessarij usi, quanto per la magnificenza degl’ornati, che non molto si slontanano dal Gotico trovandomi d’havere appresso di me piante di Moschee, e molti altri dissegni d’ornati di Colone, Porte, Cornici, che comprobaranno sempre al pubblico la verità de’ miei aserti, e che già longo tempo mi furono ricercati dal Cavalier Fontana moderno, e cossì abile Architetto di Roma, e per mia trascoragine non mai contentato»[15] . E quello dell’osservazione architettonica, è forse l’elemento meno studiato dell’opera del viaggiatore bolognese, viceversa sufficientemente conosciuta in molti altri suoi aspetti[16] . Al pari di altri viaggiatori stranieri, il Marsili riconobbe l’importanza dei monumenti turchi, ma espresse un parere riduttivo di fronte all’architettura residenziale, definendo “rozzi” gli edifici che la costituivano. Tuttavia, egli cercò di spiegarne la tipologia e le tecniche costruttive, sulla base delle tradizioni e delle usanze di questo popolo, a cui il memorialista riconosceva meriti e doti.
Le descrizioni del Marsili, pur nella loro brevità, rimandano alla peculiarità della dimora tradizionale: una casa inserita in un giardino. Nota con la dizione di konak, la residenza urbana dei benestanti si sviluppava maggiormente in senso verticale, per un’altezza di circa dodici zira (cubiti) pari a nove metri circa, ed era composta, prevalentemente, da alcuni corpi di fabbrica tra loro adiacenti, collocati lungo il perimetro del giardino o del cortile [17]. Il giardino era delimitato da un recinto in muratura; secondo il Marsili «quassi tutte le Case fanno in profilo la vista [...], e ciò è famigliare redico massime nelle case de’ grandi, che per lo più sono recinte da mure alte due homini in circa, dal che ne viene posso creddere la denominazione di Seraglio»[18] .
Le funzioni domestiche, attinenti alla cucina e alla lavanderia, erano svolte, talvolta, nei corpi di fabbrica autonomi, di dimensioni modeste, oppure avevano un ingresso indipendente al pianoterra della residenza stessa.
I prospetti del konak che si affacciavano sul giardino erano arricchiti da chioschi (köşk), logge (hayat) e piattaforme sopraelevare di legno (taht) [19].Sul fronte stradale, invece, muro di cinta e pianoterra si fondevano, mentre il prospetto del piano superiore, il cosiddetto piano nobile era in aggetto sulla strada, all’opposto della tipologia occidentale, in cui il giardino è generalmente collocato tra la casa e la via[20] . Il pianoterra era caratterizzato da un numero limitato di aperture, a differenza dei piani superiori che avevano molte finestre con grate di legno[21] , finestre «spesse», scrisse il Marsili «a fine di render luminosa la stanza, cosa amata dai Turchi, ma per lo più fatte in alto nella forma non poco imitante il Gotico»[22] .
Contrariamente, quindi, alle case arabe, il cui affaccio era permesso solo sul cortile interno, la dimora turca consentiva una visuale sulla strada.
Anche negli yali del Bosforo, abitazioni di medie o di grandi dimensioni, sviluppate maggiormente in senso orizzontale, con annessi corpi di fabbrica, le aperture verso l’esterno davano la possibilità di contemplare il giardino insieme al mare e alle colline limitrofe. Giardino e paesaggio circostante rimanevano quindi in stretto rapporto, per cui il “disegno” della natura doveva riflettersi sul “disegno” del verde, dove gli elementi essenziali, come le piante d’alto fusto, i fiori e le fontane, erano inseriti senza seguire uno schema geometrico ortogonale[23] , una caratteristica, questa, del giardino persiano o di quello moghul, suddiviso in quattro parti e denominato chahar bagh[24].
A Istanbul, sia nella residenza urbana sia nella dimora sul Bosforo, la “contemplazione del giardino” vuole richiamare, come d’altra parte in tutto il mondo islamico, il concetto di paradiso descritto in uno dei novantasette versi del Corano: «E Iddio li ha preservati dal male di quel giorno, e ha fatto trovar loro radiosità e delizia, – e li ha ricompensati della loro perseveranza con un giardino, ove, in seriche vesti, – staranno adagiati su divani, senza soffrire né calore di sole né rigore di freddo. – Vicina sarà loro l’ombra degli alberi, e bassi, a portata di mano, ne penderan loro i frutti; – saranno fatti circolare fra loro vassoi d’argento, e i recipienti saranno ampolle, – ampolle d’argento riempite nella misura richiesta, – e verrà colà lor data a bere una coppa miscelata di zenzero; – di una sorgente che si trova in quel giardino, chiamata Salsabìl» [25].
L’interno delle case turche, secondo il Marsili, sembrava un luogo, se non ricco, almeno gradevole e accogliente, esteticamente ricercato negli addobbi e nelle suppellettili. Al pianoterra, c’erano l’ingresso, i locali di servizio, i depositi e le stalle, mentre il primo piano era destinato all’abitazione vera e propria. A seconda delle possibilità del proprietario, il konak era costituito da uno o due corpi principali: il primo, il selàmlik,riservato agli uomini, e il secondo, l’haremlik,destinato alle donne. Quando queste strutture formavano due distinti edifici, esse venivano riunite da un corridoio sospeso che ne metteva in comunicazione i rispettivi primi piani. «Il solaro a basso dai Turchi poco, o nulla si stimma non usando ad abitarvi, e se pure ne fabricano qualche parte, è per uso delle Done. Quarto, che domandano Arà parola Arraba, che vol dire loco proibito; ma benssì quello di sopra che vien distribuito con sufficiente giudizio, facendo un loco aperto che di qua, e di là ha stanze, che non entrano come le nostre in una, e in l’altra. Quelle che sono dalla parte della strada, le portano avanti qualche piede più del Muro Maestro sostentando questa parte sopra travi, che pogiano sopra d’esso muro, e ciò lo fanno per stare in luoco, che sij più luminoso, e arioso, mentre in talli lochi li sogliono fare i loro Soffà» [26].
Le dimore signorili di Istanbul avevano quindi o una pianta simmetrica, con un grande corridoio che attraversava tutta la lunghezza dell’abitazione, oppure le stanze disposte a “U” o a “L”, attorno all’androne, al quale si accedeva attraverso una scala di legno, collocata fuori dall’abitazione, in modo che l’entrata avvenisse dal giardino e non dal pianoterra. Al piano superiore, alcune pareti del soggiorno accoglievano scaffalature e nicchie, mentre profondi armadi a muro per contenere i materassi di lana, le imbottite trapuntate e i cuscini utilizzati durante la notte si ritrovavano nell’ingresso.
Il soggiorno diveniva sala da pranzo nel momento in cui si poneva su uno sgabello un grande vassoio di rame o di ottone, che fungeva da tavolo. I commensali sedevano sui cuscini, collocati direttamente sul pavimento. In questo tradizionale arredo, l’unico elemento fisso era rappresentato dal sedir, una sorta di panca larga e bassa. Il locale veniva riscaldato o con un braciere o con un fuoco dotato di un camino dalla cappa a forma di cono [27].
«Ornati di molti cuscini di Damasco d’oro, e coperti di stuoie Caiarine, e poi panni superbissimi e nel mezzo una, o due Fontane che con molto spirito operano. Il volto di queste sarano a cupola parte, e l’altra a Cono quadro ornati con pitture alla persiana vaghe non solo per la varietà de’ colori, ma più per la richezza del’oro, e le Mura non si veddono usando loro di portar fuori da esso qualche […] piedi con asse, che sono pontigiate formando Armero, o letti, che si chiudono con sportelli, che chiusi rasembrano muro arichito degl’ornamenti come quei dei Travi, che non si distinguerebbero se non lo mostrasse la porta per la quale s’entra nella stanza; in alcune vanno i loro Camini [ ... ] coperti di maiolica tutti» [28].
Il Marsili descrive poi certi momenti di vita quotidiana che si svolgono nei locali: «non può negarsi che il cibo loro notabilmente differisca dal nostro e per conseguenza sia degno di osservazione, particolarmente nella forma di mangiarlo, servendosi essi di maniera barbara […], benché abbiano procurato di incivirla col lusso familiare, avendo Tavolette alte d’un palmo e ½, e di larghezza capace d’un gran Baccile, che pongono sopra il soffà, fatto di Tavole, alto due palmi dal piano della Camera, coperto, o con stuoje di Alesandria o con Tappeti del Cairo, e cinto di coscini di Velluto o di altre robbe simili, secondo la possibilità di ciascheduno. Intorno a questa tavoletta si pongono con le gambe incrociate […] e coperte con drappo variegato che serve di salvietto»[29] . E ancora: «i loro letti non sono punto similare alli nostri; poi che usano di star sopra certi cuscini, larghi 6 spanne, ma molto ricchi, avendo il lusso in grandissima stima, particolarmente le Donne: sono alti tre dita e vengon posti sopra il soffà. In questo Coscini non si distendono totalmente come noi, ma restano quasi a sedere, pongono il capo sopra molti grossissimi coscini di velluto»[30] .
Quanto ai materiali da costruzione «non si devono intieramente tasare i Turchi per rozi negl’edifizij loro, ma bensì per privi d’amaestramento perfetto, mentre loro proccurano con il legnamme far quella pompa altre nazioni fanno con muri, eccetto però le Moschee, che nel’edificarle hanno havuto per Maestra Santa Sofia [31], e per Miniera di richi Marmi la Grecia, e l’Egito, che gl’hanno soministrato i Parisi, e i Graniti, e Porfidi».
Grande era la disponibilità di legname e facile il suo trasporto: da alcune zone dell’Anatolia, coperte di boschi, il materiale giungeva, attraverso i porti del Mar Nero, abbastanza rapidamente a Istanbul [32]. Con il legno i tempi di realizzazione erano abbastanza brevi, tanto che in due o tre mesi si portava a termine un edificio di medie dimensioni, la cui stabilità era assicurata anche durante gli eventi sismici, ma facilmente aggredibile dalle fiamme, alimentate dai venti tutt’altro che rari a Istanbul[33] . Alle case di artigiani o di commercianti, per limitare il propagarsi del fuoco, al legno venivano aggiunti altri materiali da costruzione, comunque poveri, mattoni cotti e crudi, malta di argilla e paglia ricoperta di uno strato di calce[34] . I konak prevedevano l’utilizzazione di un telaio ligneo comprendente elementi verticali, distanziati dai sessanta ai centoventi centimetri, travi orizzontali, anch’esse ravvicinate, e capriate di copertura. Questi elementi, tutti con sezione modesta, erano controventati con altre componenti diagonali ancora di piccole dimensioni. Il telaio veniva riempito con mattoni cotti o crudi oppure con pietrame. Anche il rivestimento interno ed esterno era quasi sempre di legno. Le doghe orizzontali venivano inchiodate direttamente sul telaio stesso e contribuivano alla resistenza statica della struttura[35] .
«Per ben anatomizare un corpo bisogna sempre haver per mira l’esame delle parti principali acciò di poter formare un esame, che stabilischi un fondamento proporzionato alla Mole, che si deve erigere; mentre dirò prima che i Turchi non molto si profondono nei loro fondamenti, che sostengono le mura armate di Legno alzando travi [...], che si conetono con traversi longhi quanto importa la grosezza del muro che vogliono fabricare [...], trai quali a pezzo a pezzo alzano i Muri con sassi vivi, mentre le pietre cotte poco l’usano facendole semplicemente di terra secca al’ombra, e mischiati con paglia, e altre cose simili. Per lo più gl’edifici domestici non arivano fin al coperto con il Muro, mentre al primo solaro si servono del legname, [o] vero di terra creta, che mescolano con stoppe affine che la stabilitura sij più forte, che conoscendola per non sufficiente al’ingiuria del tempo usano a coprirla con lastrette di tagliola d’Abete larghe once 4, e longhe due piedi in circa, che fermate come quasi una sopra al’altra per il traverso, con lastrette longhe che tengono unite queste dette lastrette»[36] .
Sebbene queste tecniche costruttive non presupponessero una manodopera altamente specializzata, i turchi facevano comunque ricorso a maestranze straniere: «fra’ Turchi l’avvocazione al travaglio delle fabriche non è troppo in uso, servendossi degl’Armeni, Greci che con sollecitudine, e polizia gl’ho veduti travagliare pottendo assicurare, che questi omini tanto che in pace, che in guerra hanno resi gran servizij al’Impero Ottomano, e massime negl’Assedij tanto per li travagli di terra, che di legname»[37] .
***
Luigi Ferdinando Marsili riuscì, insomma, a cogliere, durante i suoi viaggi, molti aspetti della vita quotidiana e a comprende come si articolava, come era strutturata e vissuta la dimora alla fine del Seicento a Istanbul. Fin dall’inizio, osservò tutto questo in modo distaccato e oggettivo, cercando di penetrare una cultura come quella islamica a lui ancora abbastanza estranea. Per esempio ben evidenziò la deperibilità dei materiali da costruzione, in relazione alla cultura di un popolo, così come scrisse che, all’interno della dimora, ogni locale era adibito a più funzioni, per cui i mobili non avevano una collocazione fissa e definitiva, ma venivano spostati a seconda delle quotidiane esigenze: «non c’erano letti, di notte si stendevano a terra dei materassi che di giorno venivano riposti negli armadi a muro», una tradizione, questa, che va ricercata nelle radici dei turchi, nella loro origine nomade, un tempo abituati a vivere nelle tende.
La concezione architettonica degli edifici residenziali di Istanbul rimanda chiaramente a una società teocratica, dove il sultano rappresentava Allah e nessuno dei sudditi poteva possedere un’abitazione più imponente e lussuosa della sua. Tuttavia, stando anche alla descrizione del Marsili, queste dimore dai prospetti disadorni, tanto nelle case di medie dimensioni quanto nei palazzi più lussuosi, apparivano quasi sempre proiettate verso il mondo esterno, grazie ai corpi aggettanti sul fronte stradale e alla presenza di grandi aperture, e non erano quindi esclusivamente rivolte all’universo familiare, riservato e chiuso soltanto in una visione contemplativa dell’esistenza.


A. Zanchi e A. Calza, Ritratto equestre del Generale Conte Luigi Ferdinando Marsili


Un konak ad Istanbul


La copertina di The Konak Book di Ahmet Turan e Cüneyt Budak


Uno yali sul Bosforo in un’illustrazione d’epoca

[1] P. Mansel, Costantinopoli. Splendore e declino della capitale dell’impero ottomano 1453-1924, Mondadori, Milano, 1997, p. 160.

[2] P. Cuneo, La città dei mondo islamico tra conservazione e trasformazione, in Architettura nei paesi islamici, Seconda mostra internazionale di architettura, La Biennale di Venezia, Venezia 1982, p. 230.

[3]Vedi C. Massi, V. Ghilardi, La moschea di Solimano il Magnifico a Istanbul nella concezione architettonica del ‘mimar’ Sinan, in «Quasar», 21, 1999, pp. 77-91.

[4] Vedi P. Della Valle, Viaggi d Pietro della Valle il Pellegrino con minuto ragguaglio di tutte le cose notabili osservate in essi…, Appresso Vitale Mascardi, Roma, 1650; M Grelot, Relation nouvelle d’un voyage de Costantinople, Paris, 1681; Le Bruyn, Voyage au Levant, trad. franc., Delft, 1700; E. Çelebi, Tarih-i seyyah (Storia del viaggiatore), 10 voll., Istanbul, 1898-1928, E. Çelebi Kömürcüyan, Istanbul Tarihi, XVII asirda Istanbul (La storia di Istanbul nel XVII secolo), Istanbul, 1852.

[5] Biblioteca Universitaria di Bologna (da ora in poi BUB), Fondo Marsili, mss. Marsili, , vol. 51, cc.269 r-269v.

[6] P. Mansel, Costantinopoli...cit., p. 204.

[7] BUB, Fondo Marsili, mss. Marsili, vol. 81, c. 83 r.

[8] L. F. Marsili, La Bevanda asiatica ed istorica medica del cavè, 1685.

[9] L. F. Marsili, Stato Militare dell’Impero Ottomano, incremento e decremento del medesimo, Haya Gosse, 1732.

[10] B. Lewis, I musulmani alla scoperta dell’Europa, Editori Laterza, Roma-Bari, 1991, pp. 254-255.

[11] Cfr. A. Barey, Sulle Sponde del Bosforo. Istambul tra Oriente e Occidente, in «Lotus», 26, 1980, p. 21, Id., Istambul 1453-1980, in «AAM», 23, 1982, pp. 12-14, e G. Goodwin, Il periodo dei tulipani, in «Lotus», 26, 1980, p. 34.

[12] Il rapporto tra la Toscana dei Medici e l’Impero ottomano alla fine del XVII secolo è descritto da L. Zangheri, Cosimo III de’ Medici e la Turchia di Maometto IV, in L’Arco di fango che rubò la luce alle stelle, studi in onore di Eugenio Galdieri per il suo settantesimo compleanno, Roma 29 ottobre 1995, a cura di M. Bernardini, F. Cresti, M. V. Fontana, F. Noci, R. Orazi, Edizioni Arte e Moneta SA, Lugano, 1995, pp. 349-361.

[13] P. Cuneo, Storia dell’urbanistica. Il mondo islamico, Editori Laterza, Roma-Bari, 1986, p. 377.

[14] C. Massi, V. Ghilardi, La moschea di Solimano il Magnifico a Istanbul nella concezione architettonica..., cit.,  pp. 77-91.

[15] BUB, Fondo Marsili, mss. Marsili, vol. 81, c. 88 r.

[16] Per quanto riguarda la figura e l’opera di Luigi Ferdinando Marsili si veda G. Fantuzzi, Memorie della vita del Generale Conte L. F. Marsili, Leliodalla Volpe, 1770; L. Frati, Il viaggio da Venezia a Costaotinopoli del Conte Luigi Ferd. Marsili (1679), Visentini Cav. Federico, Venezia, 1904; G. Bruzzo, L. F. Marsili. Nuovi studi sulla sua vita e sulle sue opere minori edite e inedite, Zanichelli, Bologna, 1921; B. Ducati, “Marsili”, Corbaccio, Milano, 1930; E. Lavarini (a cura di), Marsili L F. Autobiografia, messa in luce nel centenario dalla sua morte, Zanichelli, Bologna, 1930; Comitato Marsiliano (a cura di), Scritti inediti di L. F. Marsili raccolti e pubblicati nel secondo centenario della morte, Zanichelli, Bologna, 1931; M. Longhena, Il conte L. F. Marsili, un uomo d’arme e di scienza, Edizione Alpes, 1930; ID., L’opera cartografica di L. F Marsili, (s. e.), Roma, 1933.

[17]M. Cerasi, Città e architettura del Settecento, in «Rassegna», 72, 1997, pp. 43-44.

[18] BUB, Fondo Marsili, mss. Marsili, vol. 51, c. 206 v.

[19] M. Cerasi, The Istanbul Divanyolu, Orient-Istitut der DMG, 2004, pp. 75-79.

[20] M. Cerasi, La città del Levante. Civiltà urbana e architettura sotto gli Ottomani nei secoli XVIII-XIX, EditorialeJaca Book spa, Milano, 1986, p. 167.

[21] A. Borie, La modernizzazione dell’architettura, in «Rassegna», 72, 1997, p. 65.

[22] BUB, Fondo Marsili, mss. Marsili, vol. 51, c. 207 r.

[23] M. Cerasi, Il giardino ottomano attraverso l’immagine del Bosforo, in Il giardino islamico. Architettura, natura, paesaggio a cura di Attilio Petruccioli, Electa, Milano, 1994, pp. 230-231.

[24] D. Ogrin, L’Islam. I giardini dei quattro fiumi, in Giardini del mondo. Storia, protagonisti, stili dei giardini di tutti i paesi dall’antichità al XX secolo, Fenice 2000, Milano, 1992, p. 238.

[25]“Sûra LXXVI”, 11-18,in Il Corano a cura di Martino Mario Moreno, UTET, Torino, 1992, p. 547.

[26] BUB, Fondo Marsili, mss. Marsili, vol. 51, c. 206 v.

[27] U. Vogt-Goknil, Architettura Ottomana, Il Parnaso Editore, Milano, 1965, p. 139-141.

[28] BUB, Fondo Marsili, mss. Marsili, vol. 51, c. 207 r.

[29] Ibidem, cc. 272v-273r.

[30] Ibidem, cc. 282r-282v.

[31] Ibidem, c. 206 r.

[32] J. D. Hoag, Architettura Islamica, Electa, Milano, 1989, p. 161.

[33] «L’aria di Costantinopoli non è limitata dalle stagioni, come in altri Paesi; ma è regolata dall’incostanza de’ venti, i quali vi operano con diversità di Natura molto grande, e sono gli Arbitri delle stagioni, facendo provar nell’Inverno giorni d’Estate e nell’Estate giorni d’Inverno: ond’è che a mio credere, non se le può attribuire natura stabile, e determinata, essendo soggetta a due venti, che a vicenda, e con molta contrarietà vi soffiano.
Uno di questi è la Tramontana, che sboccando dal Mar Negro, costringe con il suo vigore gli Abitanti a tenere il Turbante in capo di giorno, e di notte, et ad adoprar le pelliccie, vestito familiare de’ Turchi, ed usato per ciò anche di Estate. Questa nel mese di Settembre e di Ottobre ogn’anno si fa sentire, senza già mai quasi cessare, del che, oltre all’asserto commune ne sono io buon Testimonio, poi che per 46 giorni, c’impedì l’entrate nei Castelli.
L’altro vento è lo Scirocco, che nel Canal di Costantinopoli, soffiando dal Mar Bianco, cagiona un eccessivo caldo, e non proporzionato alla stagione [...]. I Venti poi di Levante, come che passano per il Monte Olimpo, quasi sempre coperto di nuvole, cagionano più tosto freddo che altro [...]. Lo Scirocco rende il cielo chiaro ed il giorno limpido, impedendo le piogge, che rare volte vengono d’Estate» in BUB, Fondo Marsili, mss. Marsili, vol. 51, cc. 270r-270v-271r.

[34]R. Mantran, La vita quotidiana a Costantinopoli ai tempi di Solimano il Magnifico e dei suoi successori, XVI-XVII secolo, BUR, Milano, 1985, p. 246.

[35] M. Cerasi, La città del Levante…cit., p. 171.

[36] BUB, Fondo Marsili, ms. Marsili, vol. 51, cc. 206r-206v.

[37] BUB, Fondo Marsili, mss. Marsili, vol. 81, c. 83r.

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