Il Governo Prodi e i beni culturali.
Cambia l’orchestra, ma la musica resta più o meno la stessa.

di Katiuscia Quinci

 

Alzi la mano chi (tra gli storici dell’arte, gli archeologi, i restauratori e tutte le altre figure professionali gravitanti attorno ai beni culturali e ambientali), all’indomani del risultato delle elezioni politiche dell’aprile 2006, non ha tirato un sospiro di sollievo per la vittoria del Centrosinistra.
Alzi la mano chi non ha pensato che, finalmente, si sarebbe tentato di porre rimedio alle scelte del governo Berlusconi che, apportando sostanziali tagli alle spese per la cultura, aveva dimostrato l’incapacità di ripartire equamente i sacrifici e di capire quali sono le vere risorse per il futuro del Paese, ma soprattutto il livello infimo del fabbisogno culturale della classe politica. I dati parlano chiaro: questi riguardano la percentuale della dotazione finanziaria del Ministero per i Beni e le Attività culturali (Mibac) sul totale delle spese finali dello Stato negli ultimi cinque anni: 2001 = 0,61%; 2002 = 0,54%; 2003 = 0,55%; 2004 = 0,50%; 2005 = 0,45% (“Il Giornale dell’arte”, dicembre 2005). Con il disegno di legge finanziaria per il 2006 le dotazioni del Ministero erano state ulteriormente ridotte in vari modi e i tagli alla finanza regionale e locale avevano comportato altre significative riduzioni dei finanziamenti pubblici ai beni e alle attività culturali. In totale negli ultimi cinque anni il Governo ha sottratto alla principale risorsa del Paese 1.300 milioni di euro (“Il Giornale dell’arte”, n. 256, luglio-agosto 2006) e, tanto per rendersi conto di quanto i Beni culturali contino poco per i nostri governanti, basti sapere che spendiamo per la cultura soltanto lo 0,17% del PIL, una percentuale irrisoria.
L’ascesa al governo di Prodi & Co. era stata, dunque, bene accolta, anche perché, in campagna elettorale, il neopresidente del Consiglio aveva fatto delle significative promesse (come quella di reintegrare nel 2007 il Fondo unico per lo spettacolo, riportandolo ai livelli del 2001) che tutti speravano avrebbe mantenuto. Nel valzer delle poltrone di governo, il Ministero dei Beni Culturali è stato affidato al Presidente della Margherita Francesco Rutelli, che – a detta di alcuni – essendo anche Vicepresidente del Consiglio, sarebbe stato un Ministro forte, che avrebbe fatto le riforme necessarie e acquisito le risorse adeguate, senza farsele sottrarre in sede di legge Finanziaria.
Quando il 15 giugno Rutelli aveva illustrato alla Commissione cultura scienza e istruzione della Camera dei Deputati le linee programmatiche del suo dicastero, il suo discorso – nonostante difettasse d’indicazioni e scelte concrete per l’ovvia ragione che esse sono il risultato di analisi e consultazioni complesse e quindi richiedono un tempo di elaborazione più lungo – conteneva degli spunti riformatori importanti e che lasciavano ben sperare gli addetti ai lavori. Innanzitutto aveva espressamente dichiarato di voler ritornare, nell’occuparsi del patrimonio artistico e culturale italiano, ai principi enunciati nell’art. 9 della Costituzione, troppo spesso ignorato dalla precedente legislatura. Queste le sue parole: «Nella passata legislatura c’è stata sicuramente un’impostazione astrattamente economicistica del nostro patrimonio culturale. Non vi è nulla di tanto lontano dagli orientamenti dell’attuale nuovo Governo quanto l’idea di fare fronte alle esigenze del bilancio della cultura attraverso la commercializzazione del patrimonio culturale» (“Il Giornale dell’arte”, n. 256, luglio-agosto 2006).
Oltre al bisogno di riequilibrare le risorse di fronte al bilancio in rosso del settore cultura, il Ministro aveva, inoltre, riconosciuto la necessità di migliorare la capacità di reperire risorse private, necessità non in contraddizione con l’esigenza di accrescere la facoltà del pubblico di fare la sua parte: «Dobbiamo avere ben chiaro che il pilastro fondamentale per i beni culturali restano le risorse pubbliche, che un paese che non dà fondi alla cultura è un paese che si suicida, ma allo stesso tempo dobbiamo accrescere le fonti di finanziamento che ci arrivano dai privati» (“Il Giornale dell’arte”, n. 256, luglio-agosto 2006). A tal proposito aveva annunciato l'intenzione di costituire una commissione ad hoc d'intesa con il Ministro dell'Economia per affrontare gli aspetti normativi e regolativi, gli incentivi riguardanti le defiscalizzazioni, il sostegno alle sponsorizzazioni.
Tra le assolute priorità, Rutelli aveva, infine, indicato la gravissima questione dell’invecchiamento del personale del Ministero, denunciato a più riprese da personaggi del calibro di Settis o di Antonio Paolucci che, in un’intervista (“L'Unità”, 25 agosto 2006), lo aveva definito un “gerontocomio”; a tal proposito, si sarebbe reso necessario assumere e assorbire nelle forme opportune le posizioni di lavoro precario (ferme ormai da troppi anni) e procedere anche ad assunzioni mirate e a concorsi qualificati, sulla base di un dialogo costante con le Università e con un’intensificazione dello studio della Storia dell’arte anche nelle Scuole superiori.
Per quanto riguarda altre questioni spinose, come il Codice dei Beni culturali e la posizione della società Arcus (creata dal precedente governo per destinare alla cultura una quota del 3 e poi del 5% delle spese per Infrastrutture, e oggetto di molte polemiche), il Ministro aveva dichiarato che sarebbero intervenuti, nel primo caso, con modifiche ben indirizzate a rafforzare la qualità della tutela e, nel secondo caso, con una specifica programmazione dei beni culturali entro la quale l’Arcus avrebbe dovuto operare.
La prima significativa decisione del nuovo Ministro è stata la ricostituzione del Consiglio superiore dei Beni culturali (un organismo molto snellito rispetto al precedente, con i comitati tecnico-scientifici ridotti a sei), ripristinato con un decreto approvato dal consiglio dei Ministri ai primi di agosto, alla presidenza del quale era stato nominato il professor Salvatore Settis, definito da Rutelli «una persona che rappresenta una garanzia di qualità scientifica, oltre che culturale» per tutti i temi connessi al patrimonio artistico e culturale. Direttore della scuola Normale Superiore di Pisa, docente di Storia dell'Arte e dell'Archeologia, protagonista di epiche battaglie e autore di numerosi interventi in nome della difesa del patrimonio culturale italiano, Settis aveva da subito annunciato quali sarebbero stati i punti di forza del suo operato: vantaggi fiscali per le donazioni ai musei, assunzioni al ministero per i Beni Culturali e nelle Soprintendenze, musei il più possibile aperti, meno mostre, più collezioni permanenti.
Secondo passo importante era stata l’istituzione di una Commissione per i prestiti e l'esibizione delle opere d'arte, nata sull'onda delle polemiche per il Cristo Morto di Mantegna, richiesto alla Pinacoteca di Brera per le tre mostre celebrative del maestro rinascimentale, ma che essa non aveva voluto concedere. L’utilità di questa commissione, presieduta da Andrea Emiliani e composta da altre sei personalità di alto profilo, era stata sottolineata dal Ministro con queste parole: «Le nostre opere sono richieste ovunque e i criteri di cui tenere conto sono numerosissimi, per questo è bene che siano affrontati in modo serio e stabile, per contenere le legittime polemiche. Per tali ragioni ho definito una commissione che realizzi in quaranta giorni, dal 1° settembre, delle linee guida per i prestiti di opere d’arte, che saranno poi trasmesse a me e quindi al Consiglio superiore dei Beni Culturali».
Nella calda estate romana, dunque, le premesse e le speranze per un intenso lavoro e per buoni risultati c’erano tutte, sennonché in autunno si sono parzialmente infrante sui duri scogli della Finanziaria (di cui parleremo più avanti) e si è verificato un grosso scivolone da parte del nuovo Governo, rappresentato dal (falso?) fraintendimento sul disegno di legge, presentato il 5 settembre dal ministro della Funzione pubblica Luigi Nicolais. Questi i fatti: tale progetto legislativo prevede la reintroduzione dell’«idea - come l’ha definita Settis nell’articolo con cui ha denunciato la questione (“La Repubblica”, 11 settembre 2006) - sgangherata e perversa del silenzio-assenso». Per chi non la conoscesse, basti sapere che, negli anni di governo del Centrodestra, il principio del silenzio-assenso era stato introdotto, calpestando la Costituzione, prima a proposito delle alienazioni di beni culturali pubblici, e poi per favorire i costruttori privati. In sostanza, il principio del silenzio-assenso prevedeva che, nel caso di vendita di beni pubblici, se l’accertamento dell’interesse culturale da parte delle istituzioni non avveniva nel giro di 120 giorni, significava che quel bene non aveva alcun interesse e quindi non era vincolato; allo stesso modo, in occasione di domande di lavori di costruzione o ristrutturazione da parte di privati, se non fosse giunta alcuna opposizione «entro il termine perentorio di novanta giorni dal ricevimento della richiesta», questa si sarebbe intesa accolta, anche se ciò comportava la distruzione di un’area archeologica, di un paesaggio, di un palazzo antico e così via. Il Centrodestra, anche se tardivamente, aveva abolito questo strumento e adesso ce lo ripropone un ministro del Centrosinistra? È facile immaginare la reazione di larga parte di coloro che sono impegnati settore dei Beni culturali e di buona parte della maggioranza.
Il Ministro Rutelli ha messo subito le mani avanti, esprimendo il suo dissenso verso questa norma, ma ha aggiunto che «pur essendo appropriate le considerazioni del professor Settis, paiono premature le sue preoccupazioni perché il disegno di legge non è ancora stato esaminato dal Consiglio dei Ministri» (“La Repubblica”, 12 settembre 2006). Lo stesso Nicolais ha fatto marcia indietro, affermando che «il disegno di legge non è stato ancora presentato e che trattandosi di un provvedimento in itinere, tutta la materia verrà rinviata ad un ulteriore approfondimento dei ministri» (“La Repubblica”, 12 settembre 2006). Staremo a vedere…
Ma torniamo alla manovra finanziaria del Governo… Già prima della stesura del Dpef (Documento di programmazione economico-finanziaria), Prodi aveva annunciato una riduzione del 10% delle spese di funzionamento e degli investimenti nel settore dei Beni e delle Attività culturali che aveva suscitato grande preoccupazione poiché, nonostante la consapevolezza della necessità di mettere mano ai conti pubblici (applicando, quindi, dei giustificati tagli alle auto blu, alle consulenze e agli incarichi (cosiddetti) di studio di cui l'amministrazione pubblica non ha alcun bisogno, così come può fare a meno di molti convegni, soprattutto quelli che vedono centinaia e centinaia di dirigenti e funzionari mandati in missione a spese del ministero o, meglio, dei contribuenti), non era pensabile che il Ministero dei Beni e le Attività Culturali potesse essere considerato un ministero di minima spesa.
Nel primo Dpef presentato dal Governo, comunque, i dati preoccupanti sono state le limitate e astratte indicazioni riguardanti i beni culturali e il fatto che queste siano state strettamente legate alle disposizioni per il turismo. Sotto il titolo, infatti, “Turismo e beni culturali”, il documento ha ribadito l’intenzione del Governo di considerare l’investimento nella cultura tra i suoi compiti prioritari, ma non ha definito gli strumenti volti al reperimento delle risorse. In epoca di vacche magre quelle dei Beni culturali restano, dunque, tra le più magre: tanto per fare un esempio concreto la Finanziaria approvata ha ridimensionato, quasi cancellandolo, ogni impegno di spesa per dare al Paese un adeguato museo del contemporaneo, il cui cantiere a Roma è aperto ormai da anni. Eppure solo due settimane prima della presentazione della manovra, Rutelli aveva trionfalmente annunciato i finanziamenti necessari per fissare al dicembre del 2008 la consegna alla città dell’opera e aveva anche indicato i ratei di una somma che avrebbe raggiunto i 70 milioni necessari a completare il Museo. In sostanza, invece, il governo ha concesso al Maxxi (come viene citato in forma abbreviata il Museo dell’arte contemporanea) solo 5 milioni per ciascuno dei prossimi tre anni: appena un po’ di più di quelli utili a tenere il grande cantiere aperto ma fermo, secondo l’opinione del giornalista Giuseppe Pullara (“Corriere della Sera”, ed. Roma, 5 ottobre 2006). «Il ministro competente, Di Pietro - chiarisce Rutelli - non è riuscito a trovare i soldi per il museo. È un fatto negativo, certo, ma è così. Il finanziamento tocca alle Opere pubbliche, non ai Beni culturali ma io tengo molto al Maxxi al quale ho già assicurato 7 milioni. I 15 previsti - continua Rutelli - li metterà il mio dicastero, pur non essendo quello a cui spetta l'investimento.» (“Corriere della Sera”, ed. Roma, 5 ottobre 2006). L’impressione generale è sempre la stessa: tanto fumo e niente arrosto, tante promesse fatte, ma poche mantenute.
In linea di massima, la proposta di manovra finanziaria presentata dal Governo (di cui riporto a fondo pagina l’art. 163), pur prevedendo per il Ministero per i Beni e le Attività culturali alcuni limitati interventi positivi (ad esempio, l’aumento per l’anno 2007 dei contributi per il restauro, la conservazione e la valorizzazione dei beni culturali per un importo di 10 milioni di euro), per altro diretti in buona parte allo spettacolo (già il decreto-legge “Bersani”, n. 223 del 4 luglio 2006 si era mosso in favore di questo settore con  l’integrazione della dotazione del Fondo unico per lo spettacolo (FUS) di 50 milioni di euro annui per ciascuno degli anni 2006, 2007 e 2008), dimostra di concentrarsi quasi di più sul turismo (anche se desta una certa perplessità la previsione di una possibile reintroduzione della tassa di soggiorno per i turisti). Complessivamente, c’è in materia di beni culturali una sorta di rinvio a momenti successivi degli interventi e dei relativi impegni finanziari, «in attesa che la riqualificazione della spesa pubblica possa far destinare più risorse alla valorizzazione della cultura», come indica la relazione del Ministro allo stato di previsione del Mibac per il 2007 e per il triennio 2007-09.
A parer mio, quest’atteggiamento dimostra come, nonostante i buoni propositi, anche questo Governo abbia un’impostazione mentale che non considera quello dei Beni culturali un settore primario del Paese e che quindi la sua ristrutturazione possa tranquillamente aspettare “tempi migliori” (ma arriveranno mai?). E’ vero che ci sono materie ben più “scottanti” (come la Sanità e il Lavoro) su cui il Consiglio dei Ministri deve agire in fretta e – si spera – nei migliori dei modi, ma è anche vero che, sostanzialmente, la questione della tutela e della valorizzazione del nostro patrimonio artistico riempie le bocche dei politicanti in sede di campagna elettorale, ma poi viene relegata sempre in secondo piano e tutto continua ad andare alla deriva (musei, archivi, biblioteche, Soprintendenze). Quello che i nostri governanti dovrebbero comprendere davvero è che – secondo le parole illuminanti di Settis - «la più grande ricchezza dell'Italia è l'ineguagliabile continuum tra tessuto urbano e musei, fra case e monumenti, fra città e campagna, fra ambiente e paesaggio. La vera "redditività" di questo patrimonio non è negli introiti diretti e nemmeno nell'indotto che esso genera (incluso il turismo), bensì in un senso d'appartenenza che incide a fondo sulla qualità della vita, e dunque anche sulla produttività della società nel suo insieme» (“La Repubblica”, 11 ottobre 2006). Fintanto, dunque, che i nostri politici non avranno ben chiaro il vero valore del nostro patrimonio, gli interventi che lo riguarderanno saranno sempre marginali, discontinui e molto spesso confusionari.
Per il momento, quindi, nonostante sia cambiata “l’orchestra”, ci sembra che la “musica” sia sempre la stessa; concediamo al Governo l’attenuante di aver preso servizio da poco tempo, ma restiamo fermi nella speranza di vedere, nel corso di questa legislatura, atti concreti che riorganizzino efficacemente il settore dei Beni culturali.

DISEGNO DI LEGGE APPROVATO DALLA CAMERA DEI DEPUTATI brevi stralci, il 19 novembre 2006 (v. stampato Senato n. 1183), MODIFICATO DAL SENATO DELLA REPUBBLICA il 15 dicembre 2006, presentato dal ministro dell'economia e delle finanze (PADOA SCHIOPPA).
Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2007),trasmesso dal Presidente del Senato della Repubblica il 17 dicembre 2006.
 
Art. 163 Disposizioni in materia di beni culturali

 1. I rapporti di lavoro a tempo determinato previsti dall’articolo 1, comma 596, della legge 23 dicembre 2005, n. 266 sono prorogati fino al 31 dicembre 2007.

2. Per l’anno 2007, continuano ad applicarsi le disposizioni di cui all’articolo 3, commi 1 e 2 del decreto-legge 31 gennaio 2005, n. 7 convertito, con modificazioni, dalla legge 31 marzo 2005, n. 43.

3. Al fine di sostenere interventi in materia di attività culturali svolte sul territorio italiano, è istituito presso il Ministero per i beni e le attività culturali un Fondo per l’attuazione di accordi di cofinanziamento tra lo Stato e le Autonomie.

4. Per le finalità di cui al comma 1, è assegnato al Ministro per i beni e le attività culturali un contributo di 20 milioni di euro per ciascuno degli anni 2007, 2008 e 2009.

5. A favore di specifiche finalità relative ad interventi di tutela e valorizzazione dei beni culturali e del paesaggio nonché di progetti per la loro gestione è assegnata al Ministero per i beni e le attività culturali, un contributo di 31,5 milioni di euro per ciascuno degli anni 2007, 2008 e 2009. Gli interventi sono stabiliti annualmente con decreto del Ministro per i beni e le attività culturali non avente natura non regolamentare, sentito il Consiglio superiore per i beni culturali e paesaggistici.

6. Al Fondo cui all’articolo 12, comma 1, lettera e), del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 28, e successive modificazioni, è assegnato un contributo di 20 milioni di euro per ciascun anno del triennio 2007- 2009. Tale contributo è finalizzato a favore di interventi di sostegno di istituzioni, grandi eventi di carattere culturale, nonché ulteriori esigenze del settore dello spettacolo. In deroga al comma 4 del predetto articolo 12, gli interventi sono stabiliti annualmente con decreto del Ministro per i beni e le attività culturali avente natura non regolamentare.

7. All’articolo 69 della legge 22 aprile 1941, n. 633 e successive modifiche e integrazioni, al comma 1, dopo la parola “diritto” sono soppresse le parole “, al quale non è dovuta alcuna remunerazione”.

8. All’articolo 69 della legge 22 aprile 1941, n. 633 e successive modifiche e integrazioni, dopo il comma 1, sono aggiunti i seguenti commi:

“1-bis Al fine di assicurare la remunerazione del prestito eseguito dalle biblioteche e discoteche di cui al comma 1, è istituito presso il Ministero per i beni e le attività culturali, il Fondo per il diritto di prestito pubblico (di seguito denominato “Fondo”), con una dotazione di euro. 3.000.000,00.
1-ter. Il Fondo è ripartito dalla Società italiana Autori ed Editori (SIAE) tra gli aventi diritto, sulla base degli indirizzi stabiliti con Decreto del Ministro per i beni e le attività culturali, sentite la Conferenza Stato- Regioni e le associazioni di categoria interessate. Per l’attività di ripartizione spetta alla SIAE una provvigione, in misura non superiore allo 0,01 per cento del Fondo, a valere esclusivamente sulle risorse del medesimo.
1- quater. Le disposizioni di cui al presente articolo si applicano ai prestiti presso tutte le biblioteche e discoteche di stato e degli enti pubblici, ad eccezione di quelli eseguiti dalle biblioteche universitarie e da istituti e scuole di ogni ordine e grado.”.

9. I contributi per il restauro, la conservazione e la valorizzazione dei beni culturali, nonché per l’istituzione del fondo in favore dell’editoria per ipovedenti e non vedenti di cui all’articolo 1, comma 1, tabella A n. 86 della legge 16 ottobre 2003, n. 291, sono aumentati per un importo pari a 10 milioni di euro per l’anno 2007.

 

Benvenuti, o bentornati, a Palazzo Madama

di Laura Figundio

Capita a volte che per portare a termine un progetto, pur animato da fervido entusiasmo ma disperso in un serie di direzioni, vuoi per ampiezza o per complessità, ci sia bisogno di un intervento esterno: non bastano le buone intenzioni né il tanto lavoro speso. Ci vuole un evento che fissi una scadenza. E questo è il ruolo che le Olimpiadi invernali 2006 hanno avuto per il progetto di Palazzo Madama che, chiuso per quasi 19 anni, il 16 dicembre ha di nuovo accolto i Torinesi, dei quali rappresenta, più di ogni altro edificio, la storia e l’identità. E’ stato grazie alla scadenza data delle Olimpiadi che i lavori (che per la verità non sono stati mai fermi, piuttosto ostacolati da varie situazioni e anche beghe burocratiche) hanno mirato ad una scadenza precisa, che altrimenti avrebbe continuato a diluirsi all’infinito.
Alla fine del dicembre 2005, pochi giorni prima che il Comitato Olimpico vi si insediasse, Palazzo Madama ha mostrato nuovamente sé stesso alla sua città, restaurato nelle pareti, nelle volte e negli apparati decorativi, soprattutto quelli che gli conferiscono il volto barocco, dagli intonaci alle decorazioni a stucco, i manufatti lapidei e quelli vitrei, dalle sovrapporte ai pavimenti, dagli specchi agli affreschi, restituendo loro luce e colori originali, offuscati dalla patina del tempo. Ci si è anche accorti che il tempo aveva addirittura occultato alcune parti, come nel caso dello scalone monumentale e della facciata, dove sono riemerse le decorazioni scenografiche volute da Juvarra o gli allestimenti scenografici ottocenteschi nei registri superiori delle pareti nella volta della Sala del Senato. Contestualmente a questo, si è provveduto all’adeguamento degli spazi, non solo per ottemperare alle norme di sicurezza (causa prima della chiusura del Palazzo nel 1988), ma anche per dare nuovo volto al Museo di Arte Antica che in Palazzo Madama ha sede dal 1934, con un occhio attento alle preziose collezioni, anche esse oggetto di restauro. Un lavoro dunque complesso, articolato, guidato da una profonda e puntuale analisi scientifica compiuta da 45 studiosi, 135 restauratori, 78 ditte e, naturalmente,  grazie a 32 milioni di euro.
I punti cardinali per orientare il lavoro sono stati fondamentalmente due: Palazzo Madama come manufatto architettonico e il Museo ivi ospitato come enorme patrimonio di forme, materiali, tecniche e la sua vocazione, che è stata trasformata in mission.
Palazzo Madama, situato nella centralissima piazza Castello, rappresenta la sintesi di duemila anni di storia. Le mura dell’odierno Palazzo erano una delle antiche porte che davano accesso alla città, in corrispondenza con il decumanus maximus di Augusta Taurinorum. Le due torri, ancora oggi esistenti, incorniciavano quattro aperture orientate ad est e verso Roma. Con la caduta dell’Impero Romano la porta, pur conservando la funzione di accesso alla città, divenne avamposto di difesa della stessa, con la chiusura degli archi romani e la costruzione di una fortificazione a ridosso delle torri. Nei primi decenni del Trecento, la porta, detta Fibellona, passò nelle mani dei Principi d’Acaja, ramo cadetto dei Savoia, e venne trasformato in castello. Con gli Acaja, il castello assunse forma quadrata con corte e portico e quattro torri cilindriche angolari, progetto ancora oggi in parte riconoscibile. All’estinguersi della famiglia d’Acaja il Palazzo diventò residenza per gli ospiti dei Savoia, teatro di cerimonie pubbliche e grandi feste. Il 1637 è un anno fondamentale per il Palazzo e per le trasformazioni ce questo subirà successivamente. La reggente del duca Carlo Emanuele II di Savoia, Maria Cristina di Francia, per sottrarsi all’ostilità di una corte maldisposta verso la sua persona, lo elesse a propria residenza e ne iniziò l’ammodernamento, facendone coprire, tra l’altro, l’antica corte medievale. Alla fine del secolo, Maria Giovanna Battista di Savoia-Nemours, vedova di Carlo Emanuele II, divenne l’artefice dell’odierno aspetto del Palazzo, che mutua il nome proprio dall’essere sede delle reggenze di due Madame Reali. Le trasformazioni attuate nascevano dall’alto valore simbolico attribuito alla magnificenza dell’architettura, pertanto il Palazzo doveva adeguarsi a nuove e più importanti funzionalità cerimoniali. Anche Guarino Guarini aveva presentato un progetto per Palazzo Madama, ma l’incarico fu affidato a Filippo Juvarra, che mise in atto un riadattamento ambizioso che purtroppo è rimasto incompiuto a causa della morte dell’architetto nel 1721, quando solo l’avancorpo e la scala monumentale erano compiute. Ciononostante, Palazzo Madama resta uno delle più significative realizzazioni del Barocco europeo, conservando questa curiosa dualità di stili che ne lasciano rintracciare le origini più antiche.
Nei decenni successivi, passando anche per la dominazione francese, la funzione del Palazzo venne ampiamente svilita e snaturata, fino a quando il re Carlo Alberto di Savoia, volendo apparire come sovrano illuminato e protettore delle arti, fece di Palazzo Madama la sede della Regia Pinacoteca, che aprì nel 1832. In una città in piena e costante trasformazione, le antiche vestigia dei principi d’Acaja, che rischiavano di scomparire, devono la loro sopravvivenza all’alto valore che i Savoia attribuivano al monumento, simbolo della loro gloriosa dinastia. Con l’emanazione dello Statuto Albertino, nel marzo 1848, Palazzo Madama ospitò il Senato del regno Subalpino, e dal 1861 accolse il nuovo Parlamento Italiano, fino a quando, nel 1864, si decise il trasferimento della capitale. Simbolicamente, dopo questo evento il Palazzo sembrò restare chiuso in sé stesso e immemore degli antichi fasti,  anche quando a Palazzo Madama si trasferì il Museo Civico di Arte Antica. Costituitosi nel 1860, da subito assunse un’impronta spiccata di Museo delle arti applicate all’industria, delle arti minori e decorative (o, in un certo senso, “utili”). L’idea fondante il Museo Civico di Torino non era tanto quella antica della “collezione” quanto l’idea, di matrice illuministica, di “servizio alla collettività” e, pertanto, il primo nucleo di opere era una raccolta di significative produzioni dell’artigianato locale, extraregionale ed internazionale che potesse fornire esempi e campioni sui quali gli artefici locali potessero formarsi, evolversi, affinarsi. Il Museo era visitabile solo due volte alla settimana dai maestri artigiani, mentre l’apertura al pubblico avveniva solo su richiesta. Negli anni la collezione è andata arricchendosi di numerose opere di pittura che spaziano dal Trecento al Settecento, miniature, pezzi scultorei di matrice piemontese e valdostana, ma la collezione di arti applicate e decorative con le numerose ceramiche, preziosi specchi graffiti e vetri dipinti (unica al mondo per quantità e qualità), nonché le raccolte di smalti, avori, oggetti di oreficeria è quella che conferisce al Museo la sua vera e profonda vocazione. Questa categoria sterminata di oggetti, accomunati dal fatto di essere strumenti d’uso e, troppo spesso, gravati da un pregiudizio di arte “impura”, perché non destinati alla sola contemplazione, sono però quelli che segnano lo stile di una civiltà, portano in sé il segno dei rituali collettivi e privati, le differenze di classe e di costume. Tutto l’allestimento ha cercato di conciliare il percorso cronologico leggibile nella struttura del Palazzo con quello segnato dai pezzi delle collezioni, creando un percorso naturale, quasi scontato, ma sorprendente ad ogni angolo per la sovrabbondanza dei pezzi, disposti in una sorta di horror vacui espositivo. Salendo dal piano del fossato fino al livello delle merlature, percorrendo una ideale scala del tempo, si arriva fino alla cima di una delle due antiche torri: da qui si può gettare uno sguardo alla città, cambiata e accresciutasi nei secoli intorno al Palazzo che, insieme alla collezione che racchiude,  ne custodisce la storia, l’identità, la cultura e ne incarna il fascino.

palazzo Madama
Torino, palazzo Madama

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