Realtà manipolate. Come le immagini ridefiniscono il mondo

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Il falso del vero e il vero del falso. Ambiguità della visione nella mostra Realtà manipolate. Come le immagini ridefiniscono il mondo.

di Elena Marcheschi

 

Tra i cambiamenti e le varie evoluzioni, tecnologiche e sociali, generate dall’avvento della rivoluzione digitale, anche la percezione e la possibilità di rappresentazione del reale è stata mutata e complicata da un’ampia gamma di possibilità estetiche che ne rimettono in discussione veridicità e autenticità.

«La computerizzazione della cultura svolge due funzioni importanti: contribuisce alla nascita di nuove forme culturali, come i videogiochi e i mondi virtuali, e ridefinisce quelle preesistenti, come la fotografia e il cinema»1. Questa possibilità di ridefinizione dei linguaggi apportata dall’avvento del digitale, soprattutto per quanto riguarda fotografia e cinema, implica un radicale mutamento a partire dalla genesi dell’immagine stessa, non più risultato di un processo ottico-chimico determinato dalla luce e dall’impressione e sviluppo della pellicola, ma frutto di una transcodifica nel linguaggio numerico, dove il supporto materico può addirittura scomparire. Il passaggio da un processo produttivo all’altro ha generato radicali cambiamenti e il digitale ha inequivocabilmente sancito la fine della referenzialità fotografica, peraltro già messa in crisi dalle avanguardie e dalle pratiche legate al collage2, abolendo quello stretto rapporto di interdipendenza tra fotografia e realtà di cui anche Roland Barthes aveva parlato ne La camera chiara3. Ma è anche radicalmente mutato il rapporto che gli individui hanno con le immagini perché il nuovo utente è in grado di produrre e fruire immagini che spesso vengono mostrate e condivise su internet. Immagini private, di eventi, immagini colte nel divenire dei fatti e che spesso ci fanno interrogare sulla loro attendibilità, spesso in bilico tra verità e ricostruzione fittizia.

1 Thomas Demand - Presidency2 Sonja Braas -The Quiet of Dissolution

Per quanto riguarda l’immagine in movimento, anche il cinema ormai si avvale di produzioni convertite al digitale, non solo nelle fasi di montaggio, ma anche nella vera e propria fase produttiva4, analogamente a quanto accaduto con le tecnologie elettroniche di ripresa, che da sempre si sono avvalse di effetti, analogici prima e poi digitali, proponendo nuove interpretazioni di realtà.

«Nell’odierna società mediatica solo ciò che diventa immagine è considerato reale. In un processo di inversione, la rappresentazione del mondo va a sostituire il mondo stesso, un mondo in cui l’utente opera in modo digitale»5. Realtà manipolate. Come le immagini ridefiniscono il mondo, mostra aperta fino al 17 gennaio 2010 al CCCS – Centro di Cultura Contemporanea Strozzina, offre una riflessione su come gli artisti stanno reinterpretando la realtà, spesso modificandola, arricchendola, complicandola, attraverso interventi sia artigianali che in digitale.

Franziska Nori, direttrice del progetto CCCS (Centro di Cultura Contemporanea Strozzina di Firenze), nonché ideatrice e coordinatrice della mostra, nel saggio in catalogo si concentra e descrive le evoluzioni imposte dalla rivoluzione digitale, sottolineando l’importanza che le immagini stanno assumendo in una società sempre più mediatica e soffermandosi sulle mutazione che il concetto di “realtà” sta subendo, filtrata dall’interpretazione personale e creativa della propria individualità. Le opere in mostra di 23 artisti internazionali, sia fotografie che video, propongono allo spettatore una riflessione su queste importanti tematiche, proponendosi sia come esempio di ricostruzione della realtà, ma anche come vetrina di una realtà che viene “ricostruita”, o adattata o “preparata” prima di essere fotografata o ripresa. Partendo dal dato di fatto che la realtà che ci viene presentata, in primo luogo dai media, non sempre corrisponde a verità, le opere selezionate presentano un ventaglio di possibilità di manipolazioni del reale, attraverso tecniche dall’origine anche artigianale, come il collage con la ricombinazione di elementi, l’uso di particolari lenti deformanti, la ricostruzione in scala di modellini, fino alla vera e propria simulazione in studio per arrivare all’uso delle tecniche digitali.

Tra le fotografie in mostra è proprio a partire da un plastico costruito artigianalmente che l’artista tedesco Thomas Demand ha realizzato la serie Presidency (fig. 1), dedicata alla ripresa di alcuni scorci dello “Studio ovale” della Casa Bianca di Washington. Il procedimento che l’artista mette in atto ha origine da modelli in carta e cartone di luoghi emblematici e cruciali nella memoria collettiva e che, dopo essere stati fotografati, vengono distrutti. La stanza, completamente vuota, luogo di decisioni capitali e di rilevanza mondiale, si materializza in queste fotografie come luogo di illusione, sia per quanto riguarda il riferimento metaforico al luogo di potere, sia per quello che concerne la fotografia. Questa serie è stata commissionata dal New York Time Magazine, che ha pubblicato in copertina l’immagine frontale della scrivania dello studio ovale, successivamente alle elezioni presidenziali dello scorso novembre. Anche le fotografie di catastrofi naturali di The Quiet of Dissolution (fig. 2), realizzate dell’artista tedesca Sonja Braas, contrapponendosi alla comunicazione veicolata dai mass media che sempre più si avvale delle immagini a bassa definizione dei telefoni cellulari o di riprese amatoriali, sono realizzate a partire da modelli che idealizzano la maestosità di un tornado o lo spettacolo luminoso di un’eruzione vulcanica, rifacendosi alla tradizione pittorica di paesaggio del XVIII secolo che prediligeva, appunto, la rappresentazione ideale a quella realistica del circostante. Strettissimo è il riferimento al cinema nelle fotografie dello statunitense Gregory Crewdson, sia per quanto riguarda gli immaginari ricreati, che per quanto concerne l’attitudine alla fotografia intesa come “scrittura della luce”. L’artista compone le scene ambientali, generalmente scorci di cittadine americane, avvalendosi di una vera troupe composta da attori, scenografi, tecnici, truccatori e al contempo anche le immagini stesse sono ottenute dall’assemblaggio di porzioni diverse, ognuna ripresa con una specifica messa a fuoco che nell’insieme crea un effetto iperrealistico. Sono invece frutto di elaborazione digitale le immagini della serie 20.12.53 – 10.08.04 in cui Moira Ricci accosta varie foto della madre, inserendo l’immagine di se stessa, quasi a essere affettuosa spettatrice e figura partecipe delle fotografie familiari scattate nel passato.

Per quanto riguarda i video in mostra, il problema della rappresentazione della realtà è più spostato verso la questioni della censura e sulle possibilità di creazione di universi di cui è difficile definirne la natura, vera o fittizia, e dove la manipolazione del reale avviene tramite tecniche e procedimenti che rimangono distanti dall’uso della tecnologia digitale. È questo il caso del lavoro site specific_LAS VEGAS 05 dell’artista italiano Olivo Barbieri: le riprese effettuate da un elicottero sulla città del Nevada e sul paesaggio desertico che la circonda appaiono parzialmente messe a fuoco grazie all’uso di lenti dette tilt-shift, che consentono anche un particolare effetto ottico che sembra tramutare i paesaggi reali in ricostruzioni miniaturizzate in plastico, conferendo all’immagine della città e del paesaggio un aspetto ancor più artificiale di quello che questi luoghi normalmente presentano. Placebo, il video dell’artista olandese Saskia Olde Wolbers, accompagna lo spettatore in una dimensione incerta tra sogno e realtà, in stanze bianche dalle architetture fantastiche che si sciolgono per poi liquefarsi, frutto di pratiche artigianali e analogiche che non sono il risultato di tecniche digitale, come sarebbe immediato pensare. L’artista, a partire da materiali di riciclo e di scarto, crea dei modelli miniaturizzati che utilizza poi come set per i suoi video che, come in questo caso, trattano di situazioni esistenziali difficili e di stati d’animo inquieti, generati da una realtà sfuggente e soverchiante. Sono immagini del tutto documentarie quelle di Raw Footage, video realizzato dall’artista olandese Aernout Mik, in cui sono montate riprese televisive realizzate durante la guerra nell’ex Jugoslavia, ma scartate dalle agenzie giornalistiche perché non considerate utili o rilevanti. Le immagini non trattate mostrano tutta la violenza e la crudezza del reale mimando l’odierna “televisione verità” e denunciando l’attittudine voyeuristica e passiva degli spettatori. Per contro, il video The Day Nobody Died di Adam Broomberg e Oliver Chanarin, embedded journalists e cioè reporter di guerra al seguito delle truppe dell’esercito britannico in Afghanistan, denuncia la situazione paradossale dei fotoreporter, il cui operato, continuamente soggetto al controllo militare, restituisce difficilmente un’immagine di verità

Grazie a questa mostra l’arte contemporanea si innesta in un importante quanto attuale dibattito filosofico, evidenziando come il confine tra fittizio e reale si stia facendo sempre più labile, per ridisegnare, forse, un nuovo concetto di realtà.



1. Cfr. L. Manovich, The Language of New Media, MIT Press, Cambridge (MA) 2001, trad. it. Il linguaggio dei nuovi media, Olivares, Milano, 2002, p. 26.

2. Cfr. R. Krauss, La photographique, Macula, Paris 1990, trad. it. Teoria e storia della fotografia, Mondadori, Milano, 1996, pp. 157-165.

3. R. Barthes, La chambre claire, Cahier du cinéma-Gallimard-Seuil, Paris 1980, trad. it. La camera chiara, Einaudi, Torino, 1980.

4. Cfr. A. Amaducci, Anno Zero. Il cinema nell’era digitale, Lindau, Torino, 2007.

5. F. Nori, Realtà manipolate, in R. Lami (a cura di), Realtà manipolate. Come le immagini ridefiniscono il mondo, catalogo della mostra, Centro di Cultura Contemporanea Strozzina, 25 settembre 2009 - 17 gennaio 2010, Alias, Firenze 2009, p. 15.