Predella
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Sisma infinito

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di Gerardo de Simone ed Emanuele Pellegrini

 

Impossibile non dedicare questo editoriale al sisma infinito che ha colpito l’Emilia. Primo per associare la nostra voce al cordoglio per le molte vittime, decedute sovente sul luogo di lavoro o in operazioni di messa in sicurezza di edifici pericolanti dopo i primi crolli; poi per intervenire direttamente sul tema di nostra diretta competenza, ossia il patrimonio culturale.

Questo numero di Predella, infatti, che esce a ridosso del sisma emiliano, contiene un primo resoconto dei danni al patrimonio culturale nelle zone più colpite, eseguito da storici dell’arte che hanno avviato un primo bilancio con ricognizioni dirette sul campo. Rimandiamo a questi scritti per più circostanziate informazioni sulle singole aree geografiche. Vogliamo invece impostare questo nostro consueto ragionamento d’apertura su un piano generale. Questo terremoto, infatti, l’ultimo di una lunga serie che ha colpito da Nord a Sud tutta l’Italia, dalla Sicilia al Friuli passando per l’Irpinia, l’Umbria e le Marche e l’Abruzzo (considerando solo l’ultimo secolo), ci ha posto di fronte ad alcune novità. Novità nel modo di manifestarsi del sisma, nel modo di lasciare segni sul territorio e novità anche nella gestione del sisma.

La prima e più immediata novità (almeno per i non sismologi di professione), e senz’altro la più spiacevole, è data dalla reiterazione delle scosse che, in un mese, non hanno dato tregua a tutto il territorio, ponendo nuovi e pressanti problemi di interventi e soccorse che hanno rischiato di essere vanificati dal continuo scuotersi della terra.

Quindi, il sisma emiliano ha imposto una riconsiderazione della Carta del rischio; giacché questa calamità, e di questa intensità, denuncia con chiarezza la necessità di considerare tutto il territorio nazionale come ad elevato rischio sismico. Seppure è debito considerare alcune zone a maggior rischio rispetto ad altre, almeno sulla carta, il fatto che un terremoto di così importante intensità abbia colpito una zona come la Pianura Padana, che si considerava a basso rischio (per difetto di memoria storica, ove si ricordi il disastroso evento di Ferrara del 1570, il cui sciame sismico si protrasse fino al 1574), la dice lunga su quanto la penisola per intero debba essere considerata un territorio ad elevato rischio. Almeno da un punto di vista di prevenzione complessiva, forse conviene elevare il quoziente di rischio, data anche la difficoltà di prevedere simili manifestazioni naturali, la loro frequenza, localizzazione e intensità.

Questo terremoto però ci ha insegnato ancora un’altra cosa, collegata proprio alla conformazione del territorio su cui si è sviluppato. Non si è trattato infatti di un terremoto che ha devastato solo centri storici, piccoli o grandi che fossero, bensì di un sisma che ha causato danni, e danni gravi, in un’area estesa ben oltre le mura o le immediate adiacenze delle città. Un terremoto in questo senso che si è configurato in maniera opposta a quello dell’Aquila, purtroppo per lo più concentrato su un solo centro storico che è stato decisamente devastato.

Non è che la Pianura Padana presenti caratteristiche diverse da altre zone d’Italia, la cui densità abitativa si aggrega in numerosi comuni. È che per la prima volta, forse, si è visto l’effetto di un terremoto su intere aree industriali, molto vaste, e non solo su centri storici; effetti di distruzione su aree di capannoni, che non è possibile circoscrivere al confine della città. Un modo pessimo, tragico, forse il peggiore per vedere gli effetti deleteri dell’urban sprawl, ossia l’espansione dell’urbanizzazione verso il territorio, l’amplificazione esponenziale della periferia. Non è qui questione di pregio artistico o di valore dei singoli immobili, che spesso, in quanto capannoni industriali, non ne hanno affatto; è piuttosto un problema di considerazione del territorio e del paesaggio, e di tutela dello stesso, che è a dire di tutela della stessa salute pubblica. Anche in casi estremi e gravi come questo.

È persino ovvio sottolineare che tale urbanizzazione parossistica amplifica danni a cose e persone; la riduzione di zone non urbanizzate purtroppo aumenta il rischio di incidenti in casi tragici come un terremoto o altre calamità in cui l’urbanizzazione per lo più abusiva oppure sempre più spesso in regola nonostante la decenza, si trova a confrontarsi con un assetto naturale che non regge questo carico di cemento. Le alluvioni, altro grande dramma italiano e paurosamente in funesta alternanza ai terremoti, anche qui dalla Sicilia al Trentino, ce lo hanno insegnato e pure recentemente.

Intanto che un centro storico come quello dell’Aquila attende ancora una adeguata sistemazione, lasciato come è nell’abbandono e, peggio, nel dimenticatoio dopo il solito ridicolo e inconcludente circo barnum berlusconiano: a maggior ragione invitiamo tutti gli storici dell'arte, gli appassionati, gli 'addetti ai lavori' a partecipare numerosi al forum aquilano del prossimo 7 ottobre (L’Aquila 7 ottobre. Storici dell’arte e ricostruzione civile)[1], con l'auspicio di una mobilitazione imponente ed efficace.

Tornando ad un territorio diverso come quello emiliano, esso è stato colpito nei centri storici, per cui il patrimonio culturale ha subito danni ingenti e richiede un’azione pronta e organizzata che, al solito, stenta a decollare. Come stentano a decollare, nel senso che non si è ancora previsto un piano, finanziamenti e stanziamenti, da parte del Ministero dei beni culturali, presso cui pare regni un’immobilità sinistra. Non sembra siano servite le macerie di guerre e terremoti, se si continua ad affrontare la ricostruzione con la dinamite, esattamente come quando, nell’immediato secondo dopoguerra era il Genio Civile a sovrapporsi al Ministro della Pubblica Istruzione, divisione Antichità e Belle Arti, e con le mine faceva e disfaceva ponti e centri storici, come se si trattasse di costruzioni fatte ieri. Mentre la detta Direzione, almeno nelle persone dei suoi funzionari più solerti, cercavano di mettere un riparo o entrare nel coordinamento delle operazioni. Da Genio Civile a Protezione Civile: ma le mine son le stesse, e il sistema, nell’idea di una poco chiara «modernità» da ripristinare e «rinnovamento» da cogliere al volo dopo la distruzione, è il solito. Alla base ci sono molte ragioni, non ultima quella volontà di trasformare tutto in emergenza e tutto in commissariamento per aggirare il più possibile passaggi burocratici, certo da snellire, ma che sono anch’essi una garanzia contro forme di quell’illegalità dilagante nell’Italietta drasticamente peggiorata dopo Mani Pulite. Tuttavia uno dei punti imprescindibili è che la ricostruzione di un tessuto storico, prezioso e delicato, richiede un tempo diverso da quello delle mine, e non è mai quello dell’emergenza. E qui, si badi, non è questione delle abitazioni, che allora entra in gioco il problema primario di dare al più presto un tetto agli sfollati (ma certo la velocità delle città satelliti de L’Aquila, a fronte di un centro storico morto che gli aquilani rivogliono, dovrebbe far pensare): qui si sono usate mine contro campanili. Volenti o nolenti ricostruire un tessuto storico richiede studio, forme di condivisione tra segmenti diversi dell’amministrazione, pareri tecnici competenti: in una parola, tempo.

Questo per quanto riguarda il patrimonio storico. Quello che invece ci sembra sia emerso con evidente chiarezza in Emilia dopo il sisma, e che presenta diversità con casi precedenti, sono proprio quanto ricordavamo poc’anzi, ossia i danni nelle periferie industriali che il terremoto ha disintegrato colpendo capannoni e box. Non sono soltanto mura storiche ad avere subito danni, bensì edifici nuovi, non di pregio artistico. Riteniamo indispensabile pertanto che si attui un’attenta analisi anche della ricostruzione in queste zone: c’è infatti la possibilità di risanare un paesaggio lacerato da questa invasione di capannoni. Ora che, purtroppo, c’è necessità di una ricostruzione, oltre che a una attenzione per le tecniche costruttive, si dovrebbe porre attenzione anche allo sviluppo del cemento, a contenere strutture edificate, senza che queste si profilino in un ininterrotto continuum senza zone di quiete. Basta aggirarsi per l’Italia per vedere il rischio che potrebbero correre intere zone ormai urbanizzate fino al limite di ogni sostenibilità, in un Veneto totalmente coperto di cemento e lamiera, nell’area urbana tra Prato e Firenze divenuta una colossale distesa di edifici e capannoni, nell’Agro romano che d’agro ha ormai solo il sapore amaro del ricordo dell’Agro che fu. Un maggior criterio ricostruttivo può partire anche da una razionalizzazione degli edifici, e cioè da una loro riduzione e concentrazione, magari in zone precise, vere zone industriali e non ampie aree che non si sa più se siano città o industria (certo non più campagna). Lo si faccia non tanto in nome di un bene paesaggistico sempre più irriso e calpestato: quanto in nome di una salute pubblica che purtroppo, italico more, appare in pericolo sempre con glaciale evidenza quando ormai non c’è più niente da fare.



[1]http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/07/28/aquila-7-ottobre-storici-dellarte/308911/ ; http://eddyburg.it/article/articleview/19303/0/405/.

 
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