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Opere perdute o lontane: Il Trecento pisano fuori contesto

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di Linda Pisani

 

Per chi scrive, l’interesse verso il tema indicato nel titolo è nato nel 2007, grazie ad una borsa post dottorale del Metropolitan Museum of Art che aveva come progetto un’indagine sui dipinti dei primitivi pisani conservati nelle collezioni americane. La ricerca mi ha dato anche l’opportunità di venire a conoscenza degli studi in corso, in questo stesso campo, da parte di alcuni altri colleghi. Da qui l’idea di coinvolgerli in un coro in cui spiccano timbri ed approcci diversi, ma il cui obiettivo finale è unico, e vorrebbe essere quello di richiamare l’attenzione su alcune opere appartenenti al Trecento pisano sebbene oggi non più sul territorio.

 

Il lettore troverà dunque contributi che prendono in esame opere perdute di cui resta però testimonianza nei testi pittorici della generazione successiva, come nel caso del saggio su Taddeo Gaddi scritto da Johannes Tripps, oppure opere scomparse perché trafugate in periodi critici della storia italiana, come illustra il saggio di Elena Franchi che, partendo dalle vicende del frammento del Fonte battesimale di Tino di Camaino, trafugato durante la mostra pisana del 1946, si estende fino ad interessarsi di altri casi di opere provenienti da Pisa e rubate, vendute o avventurosamente ritrovate nei difficili anni Quaranta del Novecento. Sull'altro versante dello stesso crinale, il collezionismo, Pisa fu certamente all'avanguardia, come testimonia il caso della collezione del canonico Zucchetti - donata all'Opera del Duomo nel 1796 e costituita da un'ingente raccolta di tavole quasi sempre prelevate dalle chiese disseminate sul territorio - e quello, ancor più eclatante, della collezione del conte Carlo Lasinio, conservatore del Camposanto pisano, che, come può ora dimostrare  Ljerka Dulibic, ebbe fra le sue mani anche la Presentazione al Tempio di Pietro Lorenzetti nel Museo Mimara di Zagabria ed almeno un Angelo proveniente dal registro superiore della Maestà dipinta da Duccio per il Duomo di Siena.

Diversi sono i contributi dedicati ad opere singole di autori pisani (per nascita o adozione) oggi conservate in raccolte straniere: dalla rilettura della tavola del ‘Maestro di San Torpè’ alla Rhode Island School of Design, all’esame di alcuni dipinti di Cecco di Pietro. Un piccolo cammeo è infatti dedicato proprio a Cecco di Pietro, protagonista, pur non geniale, della pittura pisana dell’ultimo quarto del XIV secolo. Il  breve saggio di Dillian Gordon si concentra infatti su alcune tavole dipinte dal pittore pisano, un tempo parte di uno stesso polittico sebbene oggi divise fra Avignone e Portland, ritrovandone la destinazione originaria; mentre un altro contributo propone di completare la predella del polittico di Agnano (Pisa, Museo di Palazzo Blu) con una tavola homeless raffigurante uno dei più celebri miracoli di san Nicola. Ancora su opere oggi conservate in raccolte straniere si concentrano i contributi che hanno per oggetto la miniatura pisana del Trecento. Entrambi i saggi di Chiara Balbarini e Francesca Pasut presentano delle novità: il primo ricostruisce la particolarissima fortuna collezionistica di un codice trainesco realizzato per la chiesa della Spina ed oggi a Liverpool; il secondo, denso di spunti e riflessioni sulla miniatura pisana, ne arricchisce la conoscenza rivendicandole alcuni codici finora trascurati dagli studi, come una Divina Commedia conservata a Berlino.

Ancora all’ambito di Francesco Traini, grande protagonista della pittura pisana del secondo quarto del secolo, si collega l’articolo di Alice Bernieri, che propone un percorso tra alcuni affreschi frammentari ancor oggi a Pietrasanta, sebbene spesso rimossi dalle loro sedi originarie e  molto difficilmente visibili. Si argomenta, infatti, sia pur in via del tutto ipotetica la figura di un allievo pietrasantino del Traini, tale Giovanni del Buondì, e mi chiedo anzi se non si tratti dello stesso «Johannes de Petrasancta» che si dichiara responsabile della policromia della statua lignea raffigurante San Bartolomeo nella chiesa di San Bartolomeo a Cune (vicino Borgo a Mozzano, in Lucchesia).

Ad una delle presenze religiose e culturali centrali del Trecento pisano, ossia il convento dei Francescani, finora abbastanza trascurato dagli studi, ci riconduce il saggio di Chiara Frugoni e Donal Cooper, che presenta la disamina di un sigillo, risalente alla metà del XIV secolo, oggi al Victoria and Albert Museum.

Il saggio di Daniela Parenti richiama invece l’attenzione sulla presenza nella Sicilia occidentale di un consistente nucleo di tavole del Trecento pisano, spedite quasi certamente da Pisa a Trapani e Palermo negli stessi anni in cui furono dipinte. La studiosa esamina in particolare il Ruolo dei defunti della Confraternita di San Niccolò lo Reale a Palermo, oggi conservato nel Museo Diocesano della città e dipinto da Antonio Veneziano nel 1388, quando l’artista era forse ancora a Pisa e certamente reduce dalla decorazione del Camposanto.

Molto utile è poi il contributo di Laura Fenelli: un resoconto che cerca, senza pretese di esaustività, di render conto del vivace panorama degli studi sul Medioevo pisano fioriti negli ultimi quindici anni.

Sono molte le persone con cui ho contratto debiti di gratitudine in questa circostanza. In primo luogo, ci tengo a ringraziare Emanuele Pellegrini e Gerardo de Simone per l’invito a curare questo primo numero a tema di Predella. Ringrazio in particolare quest'ultimo che mi ha lasciato piena libertà nella scelta di argomenti e collaboratori e mi ha aiutato in ogni circostanza. Il mio grazie più sincero e sentito va a tutti coloro che hanno accettato di condividere quest’esperienza: amici carissimi di vecchia data e nuove, graditissime conoscenze, gli autori hanno tutti aderito a quest’iniziativa mossi unicamente da desiderio di conoscenza, con impegno appassionato per la ricerca storica e grande disponibilità nel discutere i loro ritrovamenti.

Infine, un ringraziamento doveroso a chi ha aiutato in vario modo pur senza collaborare direttamente: Luciano Bellosi,  Miklòs Boskovits, Marco Collareta, Andrea De Marchi, Laurence Kanter, Judy Mann, Fabrizio Moretti, Maureen O’Brien, Stefano Renzoni, Neville Rowley, Victor Schmidt, Letizia Treves, Stefan Weppelman, la Direzione e tutto il personale dell’Istituto Germanico di Firenze che da anni ospita le mie ricerche.

 
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