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Home Indice e rubriche In libreria Obrist, o l’arte della conversazione

Obrist, o l’arte della conversazione

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di Maria Stella Bottai

 

Hans Ulrich Obrist, Everything You Always Wanted to Know About Curating* (*But Were Afraid to Ask), a cura di April Elizabeth Lamm, Prefazione di Tino Sehgal, postfazione di Yona Friedman, Sternberg Press, Berlin/New York 2011

ABSTRACT: The latest book on curating by Hans Ulrich Obrist – Everything you always wanted to know about curating* (but were afraid to ask), Sternberg Press 2011 – is a recollection of interviews with the author that several figures of the art world recorded in the last years. Through the interview-system he created, Obrist tells his own private story of curating: how he became a curator, his relationships with the artists and the architects, the projects he couldn’t realize, what are the latest trends in the contemporary art world. An uninterrupted flow of ideas, memories and stories to catch the secrets of such an amazing personality of our time.

 

L’incontro con Alighiero Boetti, il rimpianto di non aver registrato le conversazioni con l’artista,  i progetti mai realizzati e un bigliettino con una frase che è diventata il suo motto. Il curatore svizzero Hans Ulrich Obrist deve una parte della sua fortuna a un incontro avvenuto con l’artista italiano: “La mia vita è cambiata nel 1989, quando sono andato a trovare Alighiero Boetti. Lui mi ha scritto una delle sue cartoline, e sul retro c’era questa frase, “velocità quasi zero”. Avevo circa vent’anni, e mi sembrava un invito chiaro ad aumentare la rapidità di tutto, a non fermarmi mai. Ecco perché poi ho intitolato uno dei miei libri Don’t stop don’t stop don’t stop” (cit. da un’intervista di Gianluigi Ricuperati, Sole24Ore del 12 dicembre 2010).  

In quegli anni Obrist inizia una carriera a perdifiato che lo ha portato oggi a essere additato come il golden boy del mondo dell’arte contemporanea. La figura di Obrist si inserisce nella tradizione recente del curatore indipendente, un po’ enfant terrible e un po’ profeta, iniziata dal conterraneo Harald Szeemann negli anni Sessanta e Settanta. Grafomane, iperlavoratore, dalla parlantina inarrestabile che non ti aspetti da uno svizzero, sempre in viaggio per incontrare artisti e vedere mostre, Obrist è stato nominato dalla rivista Art Review come la personalità più influente del mondo dell’arte nel 2009, al secondo posto nel 2011 con Julia Peyton-Jones, con cui dirige la Serpentine Gallery di Londra.

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Dopo il suo incontro con Boetti e ispirato dalle interviste di David Sylvester a Francis Bacon, Obrist mette a punto un procedimento di indagine e catalogazione sul mondo contemporaneo, rivelatosi quasi enciclopedico, basato sulla semplice idea dell’intervista video a personalità della cultura, non solo dell’arte. Inizia nel 1992 con Vito Acconci, Félix González-Torres e Luc Tuymans, in uno studio televisivo. Quando arrivano sul mercato le telecamere portatili il progetto diviene immenso, quasi un’infinita performance fluxus. Da allora Obrist ha filmato 1600 incontri, sviluppando un archivio privato vitale e palpitante da far invidia a Google interview, se esistesse. Tutto questo materiale ha determinato un approccio quasi etnologico al mondo attuale, e continui sono i punti di contatto che emergono con i metodi di indagine scientifici.

 

Perdonate la lunga premessa, ma è difficile parlare di un libro di Obrist senza parlare del  personaggio Obrist. È da poco uscito un suo volumetto dal titolo accattivante: Everything you always wanted to know about curating* (but were afraid to ask), Sternberg Press 2011, non ancora pubblicato in Italia. Il libro esce dopo la Breve storia della curatela (2008, 2011 in italiano), di cui sembra un’appendice. Si tratta di una raccolta di conversazioni in cui è Obrist a essere oggetto di 15 interviste, dal 1995 a oggi, in cui racconta la sua storia, le sue mostre, i suoi artisti. Ma attenzione: se cercate all’interno del testo una guida o delle indicazioni professionali sul mestiere di curatore, come il titolo sembra promettere, rimarrete delusi[1]. Il testo va approcciato invece come una serie di spunti e di riflessioni colti in un fiume narrativo. Cominciamo col dire che emerge da queste interviste il metodo di curatela Obrist, basato su un’ampia idea di compartecipazione e sperimentazione. Volendolo sintetizzare: fare con quello che si ha a disposizione (Obrist comincia con il curare le prime mostre nella sua cucina di casa, con una trentina di visitatori), essere aperti a ogni possibile fonte di ispirazione (l’approccio interdisciplinare del curatore moderno, che spazia dall’architettura alla scienza e così via), portare le persone a incontrarsi (l’essenza del mestiere del curatore), raccontare all’infinito (la celebre 24H Interview Marathon realizzata con l’architetto Rem Koolhaas). Ossessionato dai sogni irrealizzati degli artisti, quanto più anticonvenzionali tanto meglio, Obrist lavora in squadra con gli artisti stessi, che coinvolge sin dalla fase di progettazione di un evento. Spesso ne racconta la genesi ritraendosi come solo una voce nel coro, riconoscendo a ognuno il suo contributo. Le sue mostre – tantissime, citiamo solo City on the move, Do it, Utopia Station – hanno dietro un pensiero fisso: far confluire idee e persone su nuove piattaforme, e generare un sistema che può autoprodursi nel tempo. E, last but not least, a ogni occasione introdurre una nuova regola nel sistema espositivo. Tra i suoi temi chiave, la possibilità di ‘curare’ contesti extra-artistici, le nuove fisionomie metropolitane, le mappe geografiche e della conoscenza, l’utopia e la memoria. Soprattutto la memoria è oggetto di una sua personale battaglia contro l’oblìo che i luoghi culturali e i musei in prima linea combattono in qualità di generatori di sapere.

 

Il libro è interessante, non c’è che dire, ma l’autore, avvolto com’è dall’aurea mediatica, lo è di più. E qui si apre una breve riflessione sulla figura del curatore. Di gran moda, questa figura professionale ha scavalcato nell’immaginario collettivo il ruolo dell’esperto, del critico, del direttore di museo o di galleria. Ma l’esercito di aspiranti è enorme rispetto alle reali possibilità, almeno in questi tempi di riduzioni di costi e collaboratori. Il mestiere di curatore parte in genere dal basso, richiede flessibilità, tenacia, una buona dose di umiltà e faccia tosta e, perché no, un colpo di fortuna. Possiamo però salire sulle spalle dei giganti, come si dice, e imparare da Obrist che nei suoi libri ci invita a sperimentare di più, a condividere, viaggiare, pensare in grande partendo da cose semplici. Pare che in tempo di crisi emergano le idee più innovative…

 

Note


[1] Troverete più risposte, per esempio, nel libro di Chiara Bertola, Curare l’arte, Electa 2008, o nella pratica Guida per l’organizzazione di mostre d’arte del MiBAC, 2005. Per la curatela nel mondo delle nuove tecnologie invece è uscito l’anno scorso un bel volume, Rethinking Curating. Art after New Media, a cura di Graham&Cook, MIT Press 2010.

 
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