Predella
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Home Indice e rubriche Studi su Carlo Ludovico Ragghianti
n° 28, Studi su Carlo Ludovico Ragghianti

Pollaiolo e il berretto degli alpini: cronaca di cent’anni di solitudine

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di Emanuele Pellegrini

Questo numero monografico di «Predella» si inserisce nell’ambito delle celebrazioni del centenario della nascita di Carlo Ludovico Ragghianti (Lucca 1910-Firenze 1987). Deve la sua ideazione e attuazione, cioè, a questa ricorrenza. Per taluni aspetti era persino doveroso, da parte nostra, in qualità di direttori di una rivista che è nata nel Dipartimento di Storia delle Arti dell’Università di Pisa e che, sebbene indipendente, ha conservato un rapporto privilegiato con questo istituto nel corso di ormai quasi un decennio di vita, recare omaggio a chi ha segnato in maniera determinante la storia di questo stesso dipartimento.

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Convergenze critiche divergenti: la generazione degli storici dell’arte nati nei primi tre lustri del Novecento

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di Claudio Gamba

 

In questo intervento vorrei sinteticamente soffermarmi sulla generazione di critici e di storici dell’arte che ruota, almeno anagraficamente, intorno a Carlo Ludovico Ragghianti, tentando di collocarne la figura in un contesto più ampio dello specifico profilo biografico e intellettuale, pur così integro ed eccezionale da spingere facilmente a isolarlo (o meglio, a seconda delle preferenze e delle discendenze, a innalzarlo o ignorarlo) rispetto agli altri compagni di viaggio. Accanto agli affondi monografici sui “maggiori” bisognerà ritessere, prima o poi, tutto l’ordito delle interferenze, del “clima culturale” (mi si passi un concetto del vetusto determinismo storicistico). Per ragioni di spazio e per la complessità del problema non potrò nemmeno tentare una analisi comparata delle diverse figure; mi limiterò ad alcuni cenni sui punti di convergenza e perfino di assidua tangenza, cioè le matrici culturali e gli obiettivi polemici che accomunarono la formazione e la prima attività di quella generazione, e insieme accennerò alle linee di divergenza lungo le quali i singoli percorsi seguirono strade diverse e perfino inconciliabili.
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Ragghianti a Pisa: primi cenni per un quadro d’ambiente

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di Monica Naldi

 

1. Pisa: una svolta

Quando Ragghianti lasciò Firenze per Pisa, nel 1928, si spostava dal maggior centro toscano del fascismo squadrista, ma anche principale polo culturale della regione, a una città in cui la cultura si scavava nicchie particolarmente favorevoli nell’Università, anche se non del tutto isolate dal contesto delle beghe politiche locali.

Pisa, dopo un periodo di violenze e tensioni durato almeno fino al 1924-251, nonostante numeri inizialmente scarsi fra le fila fasciste, fu fra le prime città a passare al cosiddetto fascismo normalizzato2. Nella stampa pisana alla fine degli anni Venti l’ossequio al regime era particolarmente smaccato e pervasivo, con ben poco spazio per un autentico dibattito culturale3. Vi si può misurare ciò che appare degli andamenti di un clima di controllo e delazione, meno plumbeo però che a Firenze, radicato soprattutto nelle diatribe fra fascisti di diversi gruppi e tendenze, con una spiccata attenzione alle vicende dell’università.

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Dall’estetica alla metodologia della critica: note su Croce e Ragghianti

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di Vincenzo Martorano


1. Considerazioni introduttive

Storico dell’arte “pensante”, immune dalle derive erudite e filologiche del proprio mestiere, Ragghianti ha sempre manifestato, nei suoi scritti, più di qualche riserva nei confronti del termine “estetica” ritenuto inadatto a racchiudere il senso autentico della sua attività intellettuale. Che la possibilità o meno di definire come “estetica” la natura della propria riflessione sull’arte fosse un problema rilevante per Ragghianti è confermato dal fatto che proprio di ciò si parla in apertura di quell’originale “contributo alla critica di me stesso” ragghiantiano intitolato Tempo sul tempo:

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«Vien voglia di andare in Isvizzera». L’impegno politico di Ragghianti dagli entusiasmi della lotta per la libertà alle speranze tradite del dopoguerra

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di Andrea Becherucci


«Per me, come per molti della mia generazione, la memoria della Resistenza è

quella di un punto alto, è una immagine di giovinezza e di speranza»

(Vittorio Foa, Il cavallo e la torre, Torino 1991, p. 143).


La figura del politico Carlo Ludovico Ragghianti non ha riscosso finora da parte degli studiosi l’interesse che avrebbe meritato. Si contano a questo proposito solo pochi contributi per lo più d’occasione (necrologi, ricordi, commemorazioni1) e gli atti di un convegno che, nonostante il titolo, non ha dato molto spazio alle sue attività al di fuori della storia dell’arte e delle discipline affini cui, come è noto, l’apporto di Ragghianti è stato di grande rilievo2.

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Ragghianti, i musei e la museologia

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di Antonella Gioli

 

Il tema dei musei percorre il pensiero e l’azione di Ragghianti per tutta la sua lunga, multiforme, instancabile attività1. Ragghianti focalizza via via la sua attenzione su aspetti diversi del museo, dando luogo a risultati di tipo diverso: interventi sulla stampa, mostre, saggi, carteggi, convegni, progetti editoriali, centri di ricerca, insegnamenti universitari.

 

Una molteplicità di approcci, di strumenti di analisi, di risultati critici e di proposte operative che si è qui cercato di ricostruire e ripercorrere, anche correndo il rischio della diversità e frammentarietà (ma non per Ragghianti) dei piani del pensiero e dell’azione. Un percorso, inoltre, e pur secondo un’ottica parziale, in quarant’anni di vita dei musei.
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Ragghianti e le mostre. Strategie per l’arte italiana nel sistema internazionale delle esposizioni

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di Michela Passini

 

Il problema delle esposizioni – di come farne al tempo stesso dei laboratori per la critica e degli strumenti efficaci di formazione del pubblico – ha giocato un ruolo essenziale nella genesi e nell’evoluzione dell’opera di Carlo Ludovico Ragghianti.

 

Di mostre Ragghianti comincia a occuparsi giovanissimo: tra i suoi primi scritti pubblicati spicca una lunga recensione della Seconda Quadriennale di arte italiana (1935)1. A colpire nei suoi primi resoconti di esposizioni non è però tanto la precocità del critico, quanto il respiro internazionale dei suoi interessi: nel solo 1938, per esempio, Ragghianti commenta sulle pagine de «La Critica d’Arte» la mostra d’arte antica italiana svoltasi a Budapest, l’esposizione dei disegni di scuola bolognese organizzata l’anno precedente da W. Gernsheim a Londra, la mostra d’arte contemporanea in Italia promossa dalla galleria La Cometa di Roma a New York (1937) e la Exhibition of Italian Gothic and Renaissance Sculptures del Detroit Institute of Arts (1938)2.
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Ragghianti e la tutela del patrimonio culturale: una lettura

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di Denise La Monica

 

 

Nella riflessione critica di Ragghianti si inserisce in modo costante e ripetitivo la considerazione dei problemi contemporanei del patrimonio storico-artistico. Sono presenti nella sua pubblicistica molti nodi che, ancora oggi, in larga misura, caratterizzano il dibattito culturale e politico sul patrimonio. Una riflessione su questo aspetto della sua produzione critica si articola lungo un tracciato che dal passato conduce sempre, inevitabilmente, al presente. Occorre, da questo punto di vista, da una parte evidenziare ed enucleare le sue posizioni su diversi temi nello scacchiere culturale e politico; e dall’altra rilevare, di volta in volta, con quanta forza, pervicacia e impegno, abbia ripetuto e riproposto le sue idee, e verificare quanto siano state adottate, ma più spesso neglette, sorpassate o dimenticate. Dall’evidenziazione di queste prese di posizione, dal ripercorrere tali battaglie ideologiche e culturali, si finirà con il ritrovarci, dopo molti anni, a dover discutere di nuovo i medesimi problemi, a proporre analoghe soluzioni e spesso a constatare l’incapacità di far valere il parere tecnico nel dibattito pubblico e nell’adozione delle decisioni concrete.
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«La frontiera dell’ignoranza»: Carlo Ludovico Ragghianti e l’educazione, fra scuola pubblica e università privata

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di Elena Franchi

 

«Una riforma della scuola non è concepibile senza un indirizzo coerente»: sono parole pronunciate da Carlo Ludovico Ragghianti nell’ambito del dibattito La frontiera dell’ignoranza. Motivi per una nuova politica della scuola promosso dal settimanale «L’Espresso» nel 1962. Fra i partecipanti al dibattito Walter Binni, Eugenio Garin e Cesare Luporini; moderatore Ragghianti, in qualità di presidente dell’Adesspi, Associazione per la difesa e lo sviluppo della scuola pubblica italiana.

Se alcuni dei problemi affrontati erano strettamente legati al periodo e al contesto sociale dell’epoca (come la questione della scuola dell’obbligo e della scuola media unica), altri ci riportano immediatamente ai nostri giorni: lo sviluppo della scuola in relazione alla spesa pubblica, il problema della ricerca scientifica e dell’università, il ruolo della scuola professionale e, più che mai attuale, il rapporto fra scuola pubblica e privata.
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Carlo Ludovico Ragghianti e il concetto di divulgazione della cultura storico-artistica

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di Silvia Bottinelli

 


Secondo il dizionario Hoepli della Lingua Italiana1, «divulgazione» significa «diffusione in forma accessibile a molti di nozioni scientifiche, artistiche». A differenza della «propaganda», che invece si riferisce all’«azione svolta al fine di diffondere fra strati sempre più ampi di popolazione idee, concetti, dottrine politiche, sociali, religiose e simili, facendo ricorso a tutti i mezzi ritenuti utili a modificare in misura rilevante le opinioni e i comportamenti», la divulgazione non riveste scopi politici a supporto di un particolare status quo governativo. La differenza è ben chiara a Carlo Ludovico Ragghianti, che appare in più occasioni avverso ad atteggiamenti propagandistici ma supporta continue iniziative per divulgare la conoscenza della storia dell’arte.

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L'esercizio della cultura come responsabilità sociale: Ragghianti e lo strumento televisivo

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di Valentina La Salvia


 

Andando ben oltre le dissertazioni storico-artistiche che il suo lavoro gli attribuiva, Carlo Ludovico Ragghianti ha sempre fatto proprie le lotte per lo sviluppo delle coscienze umane e messo le sue qualità e competenze – il ruolo di intellettuale, il prestigio, l'integrità morale, la conoscenza infinita che lo ha portato a muoversi fra materie e argomenti così differenti – a disposizione delle cause culturali e sociali. E dove non è intervenuto direttamente, producendo strumenti di diffusione culturale come la rivista «seleArte», i critofilm, le numerose mostre organizzate a La Strozzina, ha operato per stimolare la discussione e la riflessione su questi problemi, anche in base al confronto con situazioni di altri paesi.

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Ragghianti e la fotografia

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di Stefano Bulgarelli

 

Firenze Palazzo Strozzi aprile 1952 - Cartier-Bresson - reportages fotografici di Francia Spagna Egitto Estremo Oriente - La Strozzina - orario: 10-12,30 15-19: così recita la locandina, stampata su carta color panna, della mostra del grande fotografo francese organizzata da Carlo Ludovico Ragghianti, professore ordinario di Storia dell’arte medievale e moderna all’Università di Pisa e di Estetica e Metodo critico alla Scuola Normale Superiore1. Su di essa è riprodotto uno scatto realizzato dallo stesso Cartier-Bresson nel 1932 a Bruxelles, raffigurante una coppia di uomini: uno è intento ad osservare furtivamente attraverso un foro ricavato in una lunga parete telata; l’altro, in primo piano, è misteriosamente distratto dal medesimo gesto, così da volgere il suo sguardo altrove, verso di noi2. Con quella mostra, e forse per la prima volta in Italia, secondo precise volontà del critico lucchese finalizzate a estendere un percorso di indagine sull’attività espressiva dell’uomo privo di separazioni pregiudiziali interne, la fotografia faceva il suo ingresso più dignitoso nel mondo “alto” della storia dell’arte e della critica artistica.

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Ragghianti: fotografia e cinematografia come esperienza di visione, pensiero e critica

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di Tommaso Casini

 

Il termine “esperienza” ha il significato preciso e impegnativo che tutti conoscono. Esso rinvia da un lato al fatto di esporsi a qualcosa che ci sorprende e ci coinvolge a fare esperienza, dall'altro lato al fatto di rielaborare questa esposizione secondo la propria sensibilità e cultura in un sapere e in un saper fare che ci rende più consapevoli di fronte alle cose, consentendoci di affrontarle per poi svolgere il compito nobile di trasmettere esperienza.

La personalità, l’opera storico-critica e il ruolo di Carlo Ludovico Ragghianti come docente, giustifica la premessa. Anche per le generazioni di storici dell’arte che anagraficamente non hanno avuto la possibilità di conoscere di persona Ragghianti sono noti il grande spirito di curiosità, l’apertura culturale e mentale affiancata all’attitudine per la trasmissione didattica che aveva lo storico dell’arte lucchese.

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Ragghianti e il pregiudizio sulle arti applicate: spunti per una riflessione

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di Cristina Borgioli


 

Tra i contributi capaci di illustrare il pensiero di Ragghianti sulle arti applicate, uno dei più precoci è la breve Prefazione al catalogo della Mostra nazionale d’arte antica di Firenze del 1948, intitolata quell’anno La Casa italiana nei secoli. Mostra delle arti decorative in Italia dal Trecento all’Ottocento, cui Ragghianti partecipò come vicepresidente del comitato esecutivo assieme a Giovanni Poggi1. La mostra si articolava in una serie di sale tematiche che ricostruivano ambienti storici – «secondo l’ideale dominante dell’arte e del gusto di un artista, o di un fenomeno caratterizzato della cultura artistica» –, per l’allestimento dei quali erano stati esposti anche numerosi oggetti di arti applicate2. Nella Prefazione Ragghianti specifica che in quell’occasione non si erano voluti riprodurre arbitrariamente degli ambienti – magari traducendoli da qualche nota rappresentazione pittorica –, né tantomeno creare una pedante rassegna tassonomica di tipologie di manufatti, ordinati cronologicamente, in chiave positivistica. Scrive infatti l’autore:
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Carlo Ludovico Ragghianti e l'arte del Novecento: alcune coordinate

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di Irene Buonazia

 

«Ho cominciato ad occuparmi di storia dell'arte e di critica d'arte contemporanea fin da quando avevo vent'anni, più di cinquant'anni fa […], tenendo ben conto che per me non c'è differenza tra l'interpretazione, o la ricerca di comprensione, di fenomeni antichi e di fenomeni contemporanei, perché non si può parlare di una contemporaneità astratta, avulsa dalla storia».1

Questa dichiarazione, rilasciata in un'intervista del 1983 da un Ragghianti ormai prossimo alla fine del suo percorso (sarebbe morto a Firenze nel 1987), sintetizza bene il suo impegno verso l'arte contemporanea. Un interesse costante, nel segno della indistinguibilità tra arte antica e contemporanea grazie alla medesima metodologia critica: di ogni tempo, l'arte, se è tale, è, crocianamente, espressione risolta nella forma; pertanto, di fronte all'arte di ogni tempo, la critica deve essere storica, che attui con l'opera una "dialettica del capire".

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«Non può essere che così». Ragghianti e il modernismo di Mondrian

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di Riccardo Venturi

 

«Il n’y a pas de peinture plus pléthorique que celle de Mondrian»

Samuel Beckett, Trois dialogues, 1949

 

«Des hommes comme Seurat ou comme Mondrian n’étaient pas rétiniens, tout en ayant l’air de l’être»

Marcel Duchamp

 

La redazione di Mondrian e l’arte del XX secolo di Carlo Ludovico Ragghianti1 avviene in due riprese, nel 1956-57 – quando l’opera di Mondrian si diffonde in Italia – e nel 1960. Prima del 1956, Mondrian era stato esposto in Italia nel 1948, alla XXIV Biennale di Venezia all’interno della collezione di Peggy Guggenheim e nel 1952, alla XXVI Biennale veneziana in una mostra su De Stijl che includeva nove Mondrian.

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Ragghianti e l’iconologia. Testimonianze e frammenti di un dialogo mancato

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di Giovanna Targia

1. «Spesso, quando leggiamo le sottili, complicate escussioni di opere d’arte fatte da alcuni iconologi, ci vien fatto di ricordare con quanta consaputa condiscendenza e più spesso commiserazione i “dantisti” esplicitatori dei significati letterali, allegorici e anagogici della Divina Commedia guardavano alle interpretazioni della forma di Dante del De Sanctis, che poi li aveva messi al loro posto – un posto, in verità, assai modesto e marginale – con poche, ma dirimenti osservazioni sull’inadempienza ed i limiti di quelle e di simili ricerche. Anche gli iconologi, come si vede, guardano poco alla forma, e soltanto per assumerla come “forma simbolica”, attribuendo tutto il valore al “messaggio più profondo”, cioè alle pure apparenze figurali o tematiche ed ai loro, veri o presunti, significati letterali e allegorici, riempiti con gli schemi che – insomma! – saranno bene adatti anche ad ogni artista, se ci dànno la chiave della vera infrastruttura della coscienza, di cui gli atti reali non sarebbero altro che mascheramenti, o traslati, o sintomi, o simboli, quasi allo stesso modo con cui, nel determinismo marxista, la filosofia o l’arte o la moralità altro non sono che sovrastrutture e riflessi della economia, sola vera sostanza della vita e della storia»1.

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La magnitudine degli uomini primi

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di Annamaria Ducci

 

 

«A me sembra che l’inizio della storia sia nel farsi coscienza dell’uomo […]. Homo conscius, cioè uomo avente la totalità del suo potere interiore, ed avente la coscienza di essere un fattore di novità e di creazione nel mondo di esseri e di forze di cui è parte, e che è non solo animato, ma razionalmente soggettivato e trasformato dalla sua presenza e dalla sua azione»1.

Con questa affermazione luminosa si apriva L’uomo cosciente, opera del Ragghianti maturo, quasi una summa del suo pensiero, e indubbiamente uno dei libri di storia dell’arte più affascinanti del secondo dopoguerra italiano.

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