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La collezione di arte contemporanea di Achille Maramotti a Reggio Emilia

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di Maria Stella Bottai

 

 

A volte una città si identifica, per un tratto della sua storia, con le vicende di una famiglia di imprenditori. Torino e gli Agnelli, Ivrea e gli Olivetti, Varese e Panza di Biumo, sono solo gli esempi recenti più noti.

In questo connubio di arte e impresa emerge da qualche anno il nome della famiglia Maramotti, i creatori del marchio Max Mara, che opera da più di mezzo secolo a Reggio Emilia e che ha da poco reso accessibile al pubblico la collezione d’arte del fondatore, Achille.

La cittadina è stata uno degli epicentri delle recenti scosse sismiche che hanno inferto ingenti danni all’Emilia, colpendo tra l’altro il ricco patrimonio artistico medievale e rinascimentale. Ma la Reggio Emilia del contemporaneo è salda, anzi vola, grazie alle grandi ali bianche del ponte progettato da Santiago Calatrava, inaugurato nel 2007, le attività espositive della Collezione Maramotti e il turn-over di artisti chiamati a realizzare progetti site-specific, l’attività delle gallerie private.

 

Torniamo alla collezione. Qualche anno fa, la fabbrica tessile di Achille Maramotti si sposta in una sede più adatta alle esigenze della grande distribuzione, e l’edificio originario nell’immediata periferia cittadina viene destinato alla raccolta d’arte, sotto la direzione di Marina Dacci. L’architetto inglese Andrew Hapgood lo ristruttura rispettandone la fisionomia originaria, lasciando i segni del tempo, come l’impronta dei telai sul pavimento. E di tempo ne è trascorso molto tra quelle mura di vetro e cemento immerse nel verde, inondate di luce, dove nel 1951 Achille Maramotti aveva cominciato la sua attività nel settore del prêt-à-porter italiano con il nome Max Mara: la parola Mara è un diminutivo del suo cognome, e Max è il superlativo scelto per dare forza al marchio e renderlo internazionale. Contestualmente, Achille Maramotti inizia anche un viaggio tra gli artisti del suo tempo, in compagnia del gallerista Mario Diacono che gli è accanto in trent’anni di collezionismo.

È con l’arte d’avanguardia che Achille si intende meglio, pur collezionando anche opere dei primi del Novecento (non visibili in mostra). La prima opera acquistata è Sacco e Rosso (1954) di Alberto Burri, alla mostra dell’artista alla Galleria dell’Obelisco di Roma, da cui nasce il primo nucleo della collezione costituito dai principali nomi dell’Informale, dell’Arte Povera, dell’arte concettuale: un taglio di Fontana, un monocromo di Manzoni, un’installazione di Acconci, opere di Capogrossi, Fautrier, Twombly, Mario Merz, Pistoletto, Kounellis, Zorio, Calzolari. Opere che Achille Maramotti ha voluto esposte, in parte, negli spazi di passaggio dello stabilimento per creare un dialogo, una convivenza tra  creatività artistica e disegno industriale: “Il nostro business è la creazione di moda, e questo è strettamente connesso al cambiamento dei tempi. Si è sempre al limite. È necessario sviluppare l’atteggiamento di essere abituati a vedere ciò che sta accadendo. L’arte rappresenta il massimo di questo pensiero… Con il grande numero, qui, di persone creative, ho sempre tentato seriamente di educare il loro sguardo. Li metto in contatto con il nuovo. La presenza fisica dell’arte incarna l’atteggiamento che io desidero in questo luogo.”

 

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Proseguendo nel percorso, a metà dell’itinerario di visita, si trova l’installazione di Claudio Parmiggiani Caspar David Friederich, del 1989. Amico del collezionista per oltre trent’anni, Parmiggiani ha qui installato un tributo al grande pittore del Romanticismo tedesco, una monumentale canoa nera da cui si elevano tre pannelli verticali. Una struttura essenziale e imponente, sospesa nella sala tra il primo e il secondo piano, che gode di begli affacci da vari punti, a sottolinearne anche la centralità nel corpus di opere.

Dalla fine degli anni Settanta, Maramotti rivolge le sue preferenze ai quadri della Transavanguardia e del neoespressionismo tedesco, che andranno a formare il secondo importante polo della collezione: numerosi Chia, Cucchi, Clemente, De Maria, Paladino, insieme a grandi opere di Baselitz, Kiefer, Polke (quest’ultimo non facilmente visibile in collezioni italiane aperte al pubblico).

 

Il terzo grande corpus di opere è rappresentato dalla pittura inglese e americana degli anni Ottanta e Novanta, da Julian Schnabel a Eric Fischl, da Alex Katz a Peter Halley, da Philip Taaffe a Ellen Gallagher. Fino all’anno della sua scomparsa, nel 2005, Maramotti acquisisce opere, tra gli altri, di Barry X Ball, Matthew Ritchie, Cady Noland, Annette Lemieux, Huma Bhabha, quest’ultima artista di origini pakistane di stanza a New York, presente in mostra nella scorsa primavera con le sue maschere e i volti deformati realizzati con materiale di scarto.

 

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La visita alla Collezione dà oggi la possibilità di vedere circa 200 opere, esposte secondo un ordine cronologico in 43 sale, su due piani. Le opere del XXI secolo vengono invece esposte di volta in volta all’interno delle sale dedicate alle esposizioni temporanee e ai progetti site-specific, commissionati ad artisti internazionali. Ricordiamo infatti che la collezione Maramotti non è solo un museo, ma investe nella produzione di opere contemporanee, e premia i giovani artisti più promettenti con il premio Max Mara Art Prize For Women, in collaborazione con la Whitechapel Gallery di Londra. Nel 2011 il premio è andato alla giovane artista francese, di base a Londra, Laure Prouvost.

 

La collezione è visitabile gratuitamente e su prenotazione, secondo il desiderio del fondatore. Fino al 31 luglio è aperta la mostra Ipotenusa di Massimo Antonaci, artista italiano residente a New York.

 

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Per maggiori informazioni: www.collezionemaramotti.org

 

DIDASCALIE

1. Ingresso alla Collezione

2. A. Kiefer, Buch, 2002; Ettore Colla, Officina solare, 1964

3. V. Acconci, Due o tre strutture che s'aggancino, 1978

4. G. Zorio, Autoritratto, 1972

5. P. Manzoni, Achrome, 1969

6. F. Clemente, Il mio corpo rosso per formaggio, 1980; Untitled 1983

7. M. Paladino, Campi Flegrei, 1982-1983

8. C. Parmiggiani, Caspar David Friedrich, 1989
9. P. Taaffe, Monocled Cobra and King Snake, 1997

 
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