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n° 27, In libreria

Valentina Conticelli, “Guardaroba di cose rare e preziose”. Lo studiolo di Francesco I de’ Medici. Arte storia e significati

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Ed. Agorà Publishing, 2007, pp. 464, € 120,00

di Valeria Barboni

 

Valentina Conticelli ripercorre la genesi dello studiolo di Francesco I, uno degli ambienti più intriganti del Rinascimento, attraverso una lettura dei documenti puntuale ed esaustiva.

Nell’inverno tra il 1569 e il 1570 Francesco commissionò la costruzione e la decorazione di una piccola stanza, destinata a ospitare la sua collezione di oggetti rari e preziosi: lo Studiolo. La commissione fu affidata a Giorgio Vasari che continuava a rivestire il ruolo di primo artista di corte e che, anche in questo caso, si valse dei consigli di Vincenzo Borghini, allora priore dell’Ospedale degli Innocenti, per la scelta dei soggetti e delle iconografie. Decorato in tempi brevi, l’ambiente ebbe una vita altrettanto breve: terminato intorno al 1574, l’allestimento venne smantellato nel 1586, un anno prima della morte del principe, per realizzare la tribuna degli Uffizi, dove furono collocate alcune opere dello Studiolo. Nonostante dunque un’esistenza di soli sedici anni l’impressione che ha lasciato sugli studi storico artistici è stata tutt’altro che fuggevole. La complessità del ciclo iconografico e la particolarità della collezione hanno suscitato l’interesse di molti studiosi che si sono cimentati in ricostruzioni dell’ambiente più o meno plausibili: si ricordi almeno il classico volume di Luciano Berti, Il principe dello studiolo. Francesco I dei Medici e la fine del Rinascimento fiorentino, pubblicato nel 1967 e ristampato nel 2002).

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Il saggio in questione ha il merito di proporre una rilettura seria dei documenti e delle fonti disponibili riuscendo a ripercorrere anche le fasi della costruzione architettonica dell’ambiente e non solo quelle della decorazione. In particolare la consultazione dei Registri delle Fabbriche Medicee ha messo in luce la molteplicità dei contratti stipulati con gli artigiani oltre a quelli con gli artisti della cerchia vasariana di cui era già stata data notizia. In effetti la fabbricazione degli armadi che rivestivano le pareti, con i relativi sportelli, destinati a contenere la collezione del principe, era ritenuta di pari importanza.

Il libro prosegue con l’analisi di tutti gli elementi che compongono la decorazione della volta, e delle pareti, rintracciando le fonti iconografiche e letterarie nella tradizione classica, medievale e rinascimentale. Assolutamente condivisibili sono i riferimenti alla cultura scientifica circolante nella corte medicea nella seconda metà del Cinquecento in considerazione degli interessi naturalistici e alchemici di Francesco I e del loro riflesso nel programma iconografico: un aspetto spesso trascurato dagli studi precedenti. In questo percorso l’autrice riscopre i “libri segreti”, una tipologia di pubblicazioni molto diffuse all’epoca, il cui riflesso sulle arti figurative è stato perlopiù indagato in ambito anglosassone. Si trattava di ricettari o di istruzioni di procedimenti pratici, lontani dalle speculazioni accademiche, che indagavano vari campi del sapere, dalla metallurgia alla cura del corpo.

Nella sua ricostruzione Conticelli accoglie le indicazioni dello schema di Borghini, illustrato in un foglio analizzato da Rinehart nel 1981, verificandole sugli appunti di Giovanni Poggi che tra il 1908 e il 1910 rintracciò le opere dello Studiolo disperse tra Palazzo Vecchio, il Museo del Bargello e l’ex convento di San Salvi. Sulla base di questi documenti l’autrice procede verificando la lettura della decorazione secondo il binomio dinamico Arte e Natura, cercando di identificare una relazione che leghi ciascun elemento delle coppie composte da lavagna e sportello o da statua e sportello con il loro contenuto. I quattro elementi, Acqua, Fuoco, Terra e Aria che costituiscono il tema figurativo delle quattro pareti diventano il punto di partenza per una ricognizione sui testi cinquecenteschi illustrati alla proficua ricerca di precedenti iconografici e fonti letterarie che aiutino a fornire una chiave interpretativa plausibile. È questo uno dei punti di forza della metodologia adottata dall’autrice che riesce a servirsi con competenza delle incisioni come fonti figurative.

Nel dipinto di Girolamo Macchietti Medea ringiovanisce Esone, i continui riferimenti ai testi illustrati sono determinanti per capire la cultura all’origine dell’iconografia del dipinto che raffigura un rito magico di carattere negromantico narrato da Ovidio. La relazione con un’incisione di René Boyvin facente parte di una serie del 1563, rivela inoltre un indubbio interesse formale per la Scuola di Fontainebleau. Numerosi anche i riferimenti a Bernard Salomon, all’epoca uno dei più valenti e apprezzati illustratori ma ingiustamente trascurato dalla storiografia contemporanea.

Per quello che concerne la decorazione della parete dedicata all’Acqua, ad esempio, Conticelli ipotizza che Borghini nella formulazione dei soggetti si fosse basato sui libri XXXI e XXXII della Naturalis Historia di Plinio il Vecchio. In effetti l’opera pliniana resta, per gran parte del Cinquecento, il testo di riferimento per quello che riguarda le conoscenze inerenti al mare e alle creature che lo abitano oltre che un modello saggistico per i naturalisti cinquecenteschi come Pierre Belon, Conrad Gesner e lo stesso Ulisse Aldovrandi.

Sembra quindi del tutto convincente che il priore abbia tratto ispirazione dalle descrizioni dell’autore latino riguardo alle proprietà terapeutiche delle acque e ai rimedi forniti dagli animali marini, dandone istruzione agli artisti in modo tale che la relazione tra raffigurazione sullo sportello e contenuto dell’armadio potesse essere efficace, se, come si suppone, negli armadi avevano trovato posto gran parte delle curiosità naturali delle quali il principe si serviva per i suoi esperimenti di farmacopea. Inoltre non viene trascurato dall’autrice il filone della letteratura dedicata alle acque terapeutiche che partendo da Plinio percorre tutto il Medioevo arrivando fino all’età moderna, costituito dalla tradizione del De Balneis di Pietro da Eboli. Infatti la corte medicea è una delle ultime a sfruttare le proprietà terapeutiche dei bagni termali, un’abitudine che decadde tra la fine del Cinquecento e i primi anni del Seicento con il diffondersi delle grandi pestilenze.

Un inventario della raccolta conservata negli armadi non è ancora stato ritrovato e la scarsità di documenti relativi a questa collezione riesce solo a far trapelare la segretezza degli oggetti che ne facevano parte. Nella corrispondenza tra Borghini e Vasari, il priore sembra sollecitare una decisione definitiva da parte del principe su “le cose che hanno a ire negli armarij […] per poter accomodare le picture di fuori alle cose di drento”. Certamente, come abbiamo già accennato, nel camerino avevano trovato posto quei mirabilia naturali raccolti da Francesco I ma anche, probabilmente, i risultati delle ricerche farmacopeiche e alchemiche che il principe conduceva alla Fonderia di San Marco, argomento dei carteggi che intratteneva con gli scienziati del suo tempo come Ulisse Aldrovandi o Andrea Cesalpino, prefetto dell’Orto Botanico di Pisa.

 

Stefano Susinno, L’Ottocento a Roma. Artisti, cantieri, atelier tra età napoleonica e Restaurazione

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Milano, Silvana Editoriale 2009336 pp.

di Stella Bottai

 

Il 15 febbraio scorso, presso la sala Auditorium del Palazzo delle Esposizioni, Carlo Sisi ha presentato a Roma la recente raccolta di studi e saggi di Stefano Susinno dal titolo L’Ottocento a Roma. Artisti, cantieri, atelier tra età napoleonica e Restaurazione, edito da Silvana Editoriale per la collana ‘Biblioteca d’arte’. L’idea di raccogliere in un corpus organico diciotto saggi dello studioso, prematuramente scomparso nel 2002, è nata per riproporne la figura e i temi di indagine agevolandone la reperibilità, anche pensando a un pubblico più giovane, intervenuto numeroso in occasione della presentazione. A curare la realizzazione del volume il comitato di edizione, formato da Liliana Barroero, Giovanna Capitelli, Stefano Grandesso, Francesco Leone, Fernando Mazzocca, Giovanni Montani, Sandra Pinto e Carlo Virgilio, con il coordinamento scientifico di Giovanna Capitelli e Giovanna Montani.

I saggi, raccolti in ordine di pubblicazione dal 1981 al 1999, ripropongono un ventennio di studi e ricerche sull’arte a Roma tra il tardo Settecento e la Restaurazione. Come scrive Sandra Pinto nella sua nota biografica di Susinno, egli scelse naturalmente come ambito di studi Roma, non città in declino ma luogo centrale delle vicende artistiche locali ed europee, “favolosamente incontenibile nel tempo e nello spazio”. E il carattere cosmopolita di Roma emerge con evidenza anche nelle incursioni nel contemporaneo, come lo scritto su Mario Praz collezionista (la sua casa-museo è oggi un museo satellite della Galleria nazionale di arte moderna, una delle rare case-museo a Roma), il saggio sulle ‘nuove’ sale dell’Ottocento frutto del riallestimento delle collezioni alla GNAM di Roma nel 1997, e infine il testo critico sulla mostra di Enzo Cucchi, sempre alla GNAM.

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Nel corso della sua elegante presentazione, Sisi ha passato in rassegna i principali temi trattati da Susinno e riuniti in questa raccolta, suggerendo come si possano tracciare sul libro degli asterischi da cui partono temi fondamentali ancora oggi: il primato dell’affresco, istanza del gruppo di protagonisti del panorama artistico romano quali Canova, il Tambroni, mosso da aspirazioni nazionalistiche, i giovani pensionanti dell’Accademia di palazzo Venezia (Palagi, Hayez, Minardi), i Nazareni; il ‘sistema’ dell’arte, ricostruito attraverso i punti nodali, quali le Accademie; il rapporto artista-committente-cliente; l’affresco come recupero di valori ‘nazionali’; e inoltre gli atelier, i cantieri, le mostre periodiche, la nascita della Società amatori e cultori di belle arti; l’esaltazione romantica del cattolicesimo e l’autorappresentazione dell’eroe/pittore, che da uomo di corte diventa nell’Ottocento figura della società liberale in cerca della sua affermazione.

Una parte importante è dedicata alle figure di Tommaso Minardi, Canova e Thorvaldsen. Del primo, Susinno rintraccia gli elementi romantici e autobiografici nella produzione grafica, sottolineando la sua vena di abilissimo disegnatore seppur vittima del suo perfezionismo. Riemergono i contatti con l’ambiente francese di Villa Medici, attraverso il cantiere del Quirinale, al cui gusto Susinno riferisce l’Autoritratto oggi agli Uffizi. In Canova e Thorvaldsen egli individua invece i due poli tra cui oscillano i parametri per comprendere la vita artistica romana, non solo in scultura, mettendo il segno sulla dinamicità degli scambi culturali tra sud e nord, luoghi fatalmente intrecciati nel Museo Thorvaldsen di Copenhagen, che egli considera uno dei più importanti musei per la conoscenza del primo Ottocento romano.

Scorrendo i saggi, scritti in una prosa ricercata ma accessibile anche a un pubblico meno specializzato, si nota come siano davvero fertili ancora oggi le sue aperture critiche e ricuciture storiche. Emerge la sua capacità di apportare nuova linfa e nuovi metodi allo studio del panorama storico-artistico a Roma nel primo Ottocento, penalizzato da una fortuna critica avversa, come scrive Fernando Mazzocca nell’introduzione, “aggiustando progressivamente i criteri di indagine, sostenuto da una profonda cultura mai settoriale e da una sensibilità inquieta”. Un’importante revisione critica che veniva operata dagli anni Settanta sulla base di materiali d’archivio e nuove geo-economie dell’arte per mano, tra gli altri, di studiosi quali Paola Barocchi, Sandra Pinto, Gianna Piantoni, Elena di Majo.

Arte a Roma, dunque, e non solo ‘romana’, come ha sottolineato Giovanna Capitelli durante la presentazione, centro cosmopolita che ha avuto un suo magnifico, articolato ritratto nella mostra del 2003 Maestà di Roma, nata da un’idea di Susinno e portata a compimento da colleghi e allievi, articolata in tre sezioni in tre luoghi espositivi differenti della capitale. Un settore di studi che, anche grazie a questa ripubblicazione, rinnova la sua importanza chiamando nuovi contributi sulle linee tracciate da Susinno ormai quasi tre decenni orsono.

Segnaliamo infine che Silvana Editoriale aveva già pubblicato nella stessa ollana ‘Biblioteca d’arte’ il volume La pittura di storia in Italia. 1785-1870, a cura di G. Capitelli e C. Mazzarelli, che può affiancarsi a questa raccolta nella biblioteca degli studiosi, accomunata idealmente dalla metodologia e dai temi della ricerca sulla pittura dell’Ottocento fino all’Unità, quali il ruolo della pittura di storia nel formarsi dei valori della nazione, l’indagine documentaria e ricostruttiva dei cantieri artistici, la messa a fuoco di personalità talvolta sacrificate dalla critica e oggi nuovamente ricollocate al loro posto grazie ad uno sforzo di inquadramento critico e storico-documentario.

Link correlati: Ricordo di Stefano Susinno (1945-2002), di Claudio Gamba, Predella n. 6

 


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