Predella
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n° 26, Figure

Parola, scrittura, letteratura nell'arte elettronica di Gary Hill

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di Elena Marcheschi

Gary Hill è uno tra i più importanti artisti nell’ambito delle arti elettroniche a livello internazionale. Nato a Santa Monica (Stati Uniti) nel 1951, oltre a essere un “pioniere” della video arte, è considerato da sempre l’artista “concettuale” del video. Incuriosito dalla semantica e dalle possibilità percettive della coscienza attraverso il linguaggio, il suo approccio all’arte elettronica avviene negli anni ‘70 come atto di liberazione dalla scultura. È il desiderio di lavorare sul concetto di tempo a guidarlo verso l’uso delle tecnologie elettroniche audiovisive, mezzi ideali per la realizzazione di video-prodotti manipolabili e scomponibili analogamente a quanto avviene con i procedimenti della memoria e del pensiero: «Il video permetteva una sorta di realizzazione in tempo reale, dandomi in questo modo la possibilità di pensare ad alta voce»1.

Nella fase più pionieristica e sperimentale, collocabile tra gli anni ‘70 e ‘80, Hill non è tanto interessato all’immagine in sé, quanto al suono, elemento guida che nei suoi video “gestisce” l’aspetto visivo attraverso mutazioni e sospensioni che impongono una struttura, una partitura “visiva”. Ben presto è l’introduzione del linguaggio a sostituire la funzione del puro suono elettronico. In opere come Equal Time (1979), Soundings (1979), Picture Story (1979), Processual Video (1980), Black/White/Text (1980), Primarily Speaking (1981-1983) la parola, oltre a essere suono, è anche segno, scrittura, unità grafica metamorfica per diventare successivamente anche linguaggio significante, unica modalità veritiera che l’uomo possiede per interrogarsi sul mondo e per comunicare, unica certezza di percezione cosciente che non può essere garantita dal fluire di immagini.

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Armoniche emozioni 1. Tra passato e presente: Bill Viola

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di Andreina Di Brino

Il termine storia genericamente sta per racconto di fatti ed è accomunato all’idea di una scansione di dati come “prodotti” acquisiti e privi di ogni dinamismo.

Poiché è tale, formalmente porta a ragionare su vicende che sono lontane e staccate dal presente.

Molti degli artisti contemporanei scardinano questo sistema di pensiero e trasformano il “prodotto storia” in un processo; un fluido unico che spostandosi nel tempo fa automaticamente cadere ogni rigidità a favore di un rapporto dove passato e presente, con i rispettivi linguaggi, contribuiscano l’uno alla lettura dell’altro.

Bill Viola è tra questi. «Affezionato a particolari periodi della storia dell’arte occidentale, come il Medioevo e il Rinascimento, interessato a verificare la persistenza e la trasformazione di topoi figurativi di quelle epoche storiche»1, l’artista americano dal 1995 in poi si rapporta e rivisita importanti capolavori dell’arte occidentale, legati a quel periodo, come la Visitazione del Pontormo, il Cristo deriso di Bosch, la Pietà di Masolino o la Santa Caterina di Andrea di Bartolo, per il bisogno, in senso artistico, di sentirsi loro collegato, unito.
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Armoniche emozioni 2. Tra presente e passato: Peter Greenaway

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di Andreina Di Brino

Diversamente spettacolari, e diversamente concepite, sono le rivisitazioni sul passato operate da Peter Greenaway, pittore, cineasta, autore tra i più complessi e interessanti del panorama artistico attuale.

L’approccio interdisciplinare delle opere di Greenaway, dove tutte le sfaccettature della cultura artistica convergono, si avvale del contributo tecnologico più avanzato. L’assetto multimediale e digitale che accompagna la sua ultima produzione cinematografica in film come Nightwatching (2007) o nelle installazioni-spettacolo-video-performative come I Figli dell’uranio (Villa Croce, Genova, 2007), dà l’idea di quanta importanza abbia l’avanguardia delle scienze matematiche e informatiche: la computer grafica, la messa a punto di software altamente studiati per la gestione di vari procedimenti creativi e compositivi, gli consentono sempre maggiori aperture, svincolandolo da un’idea di narrazione tradizionale a lui indigesta e soprattutto da un’idea di cinema che ritiene ormai da tempo superata.

Nel 2000 Greenaway dice: «Sono da sempre alla ricerca di qualcosa di più sostanziale della narrazione per tenere insieme il “vocabolario” del cinema. Ho costantemente ricercato, citato e inventato principi organizzatori che riflettessero il passare del tempo con più successo della narrazione, che codificassero il comportamento più in astratto che nella narrazione e adempissero a questi compiti con un a qualche forma di distacco appassionato.

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Incatenata alla pellicola Le pre-visioni su carta della Trilogia Majakovskiana di Gianni Toti

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di Silvia Moretti

 

Nel descrivere un video la penna del critico confessa non di rado di annegare nel suo inchiostro. Spesso la scrittura fatica a restituire la complessità degli effetti elettronici, le piroette di sguardi che da essi germogliano, gli eccessi di immagine e di immaginazione che si stratificano l’uno sull’altro. «Nessun video è descrivibile, tanto meno a parole» ha affermato Marco Maria Gazzano anni fa - «e tanto meno quelli, irriducibili, di Toti»1.

La singolarità delle videopere di Gianni Toti, irriducibili sulla carta, consiste però nel fatto che esse possono essere aperte attraverso chiavi di carta. Toti è stato infatti scrittore di tutte le scritture sempre alla ricerca di nuove vie per liberarsi dalle trappole del linguaggio. Il suo approdo alla poetronica, alla poesia espressa con le unità espressive elettroniche, sul finire degli anni ‘70, non si è risolto in una lacerazione della carta. Insieme agli appunti che freneticamente annotava per stare al passo con la sua fantasia (carte che, conservate nell’archivio della Casa Totiana a Roma, si prestano ora ad essere studiate), è la sua produzione a stampa, le decine di volumi di poesie degli anni Sessanta, i due romanzi del decennio successivo, i mille e più articoli sparsi su rivista a funzionare rispetto ai suoi video da veri avantesti.

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