Mercanti d'arte
di Novella Barbolani

Daniel Wildenstein, Yves Stavrids,
Marchands d'art, Parigi, Plon, 1999,
ed. it., Torino, Artema-Compagnia di Belle Arti, 2001, Lit. 38.000, Euro 19.60

"La vita cos: venti per cento di gioie e ottanta per cento di scocciature", afferma Daniel Wildenstein nell'intervista di Yves Stavrids, edita due anni fa in Francia e da poco tradotta in italiano. Ultimo esponente della leggendaria dinastia di mercanti d'arte sulla cresta dell'onda da oltre cent'anni, Daniel ha rotto il lungo silenzio per narrare la storia della famiglia, dal capostipite Nathan, ebreo alsaziano giunto senza un soldo in tasca a Parigi nel 1871 dove si occup di tessuti per poi passare, con straordinaria caparbiet e intuizione, dal commercio delle stoffe a quello delle tele diventando in pochi anni il pi grande mercante d'arte del '700 francese.
Scorrendo la lunga intervista, affollata di aneddoti, affascinante e curiosa non solo per chi si interessi d'arte e di collezionismo, ci si accorgere di come la lunga confessione di Daniel sia anche il pretesto per fare il punto sulla storia della famiglia che ha percorso, cadendo quasi sempre in piedi, gli anni delle pi feroci crisi economiche, della guerra, delle legge razziali diventando, non a caso, protagonista di alcune leggende che periodicamente sono circolate sul loro conto per opera di narratori che hanno fatto dei Wildenstein, gli attori di ben otto romanzi.
Forti di poche ma precise regole di comportamento, addivenute con il tempo quasi motti di famiglia, come
"acquista prontamente, vendi senza fretta" oppure "eleva la discrezione al rango di mutismo", i Wildenstein non hanno mai raccontato nulla della famiglia, degli acquisti, dei clienti, dei misteriosi stock di dipinti in loro possesso, delle estenuanti ricerche d'archivio che stavano alle spalle di ogni loro operazione, andando avanti dignitosamente anche davanti agli attacchi scandalistici che hanno coinvolto il padre di Daniel, Georges, accusato di aver intrattenuto relazioni commerciali con Karl Haberstock, consigliere di Hitler, e poi il figlio Alec, il cui divorzio fin sulle pagine di tutti i giornali scandalistici.
Il libro-intervista apre dunque uno squarcio, ancorch parziale, sulle vicende della dinastia antiquaria, in un racconto che diviene a tratti commovente e intrigante quanto una storia di spionaggio. Dalle imprese di Nathan a cui si deve l'avvio della tessitura della rete di clienti di rango come i Rothschild, i Rockefeller, Johon Pierpont Morgan e Randolph Hearst - facendo della casa Wildenstein una vera e propria multinazionale dell'arte con sedi a Parigi, New York, Tokyo e Londra -, alle intuizioni del padre Georges tanto per l'arte antica, riusc infatti ad acquistare i capolavori dell'Ermitage che le autorit sovietiche vendevano sottobanco, quanto per l'arte contemporanea come testimonia l'accordo, non solo commerciale, con Picasso.
Quanto a Daniel, si attribuisce in realt pochi meriti. Di essersi assicurato, attraverso un percorso azzardato, l'intera eredit di Bonnard, di essersi avvalso della consulenza di Federico Zeri e di aver conosciuto e oltremodo amato Monet. Non ultimo di amare i cavalli (le corse) quanto i quadri e di avere una passione per le ghigliottine:
"ne posseggo una originale del 1793, l'ho pagata 250.000 franchi e mi stata consegnata con la lista completa di coloro che furono operati (sic!) da lei durante la Rivoluzione".
Un libro intervista ma anche una confessione, in extremis, della vera leggenda dei Wildenstein o meglio il canto del cigno del suo ultimo grande protagonista. Daniel, infatti, morto a Parigi il 23 ottobre scorso, nella massima riservatezza, lasciando i figli Guy e Alec eredi del fiabesco impero e dell'importante archivio che raccoglie tutta la documentazione sulle opere e sui collezionisti a partire dalla fine dell'800.


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